Dopo "Gli autunnali" Luca Ricci torna con il romanzo "Gli Estivi", che vede protagonista uno scrittore di mezza età. Per l'occasione propone ai lettori de ilLibraio.it un'intervista immaginaria a Charles Bukowski

Io e Bukowski ci accomodiamo su un divano verde pisello non troppo comodo, ché né io né lui siamo avvezzi alla comodità. Ci stappiamo una birra a testa e cominciamo.
– Allora vecchio, che mi dici?- gli domando.
– Che vuoi che ti dica? Ascolto Gustav Mahler e mi gratto le ascelle.
– Nient’altro?
– Ho un foruncolo su una chiappa che non mi dà tregua, dev’essere tutto quel cibo messicano che ho mangiato l’altra sera.
– Oh diamine, siamo scrittori, la gente da noi vuol sentire pronunciare discorsi importanti, se non proprio intelligenti.
– Ne sei così convinto? Io invece penso che questa cosa dell’arte non ce la perdoneranno mai. Ci odiano. Non so se ti è mai capitato di fare dei reading.
– Sì, ma quando leggo ho la sensazione di farmi scudo con il mio stesso testo. La situazione in genere precipita durante il dibattito.
– Insomma, ci siamo capiti. Non aspettano altro che massacrarci.
– In un mio libro ho scritto: “La gente ti perdona tutto, tranne il talento.
Bukowski batte le mani. – Cazzo sì, è una frase azzeccata. E adesso ti odio perché avrei voluta scriverla io.
Do una lunga sorsata alla mia birra. – Comunque sono qui per dirti la verità.
– Uhm, sentiamo.
– Sei idolatrato.
– Chi?
– Tu, proprio tu. Il beone scavezzacollo.
Adesso è Bukowski a dare una lunga sorsata alla sua birra. – Merda. Non che mi aspettassi niente di buono dal futuro, ma questo è troppo. Devi dire ai tuoi contemporanei che si sbagliano, okay? Sono stato e sarò sempre uno sbagliato. Un immigrato figlio di nessuno, un adolescente devastato dall’acne, un emarginato che frequenta più volentieri gli ippodromi dei salotti letterari.
– Chi scrive ha bisogno di tutto questo, lo sai vero? Sentirsi completamente isolati. Penso ai miei anni a Pisa, una città di provincia di cui ho avuto talmente pudore da non nominarla in nessuno dei miei libri.
– Che combinavi a Pisa durante il periodo scolastico?
– Fondavo gruppi punk che si scioglievano prima del primo concerto e leggevo Maupassant.
– Sai che ti dico? Neppure Los Angeles è mai stata un bel posto. Prima di tutto non ha mai avuto lo slancio hippie di San Francisco, e quando ero giovane io le sofisticate utopie della Colombia University si trovavano esattamente dall’altra parte dell’America, bagnate da un oceano differente.
– A Pisa la scelta di campo è abbastanza elementare: l’economia della città è retta dal mondo universitario, le scuole d’eccellenza come la Normale o il Sant’Anna fanno da asso pigliatutto: o sei figlio di un prof. o sei un cane sciolto.
Bukowski sghignazza. – I figli di papà devono bruciare all’inferno.
– E poi non c’era niente da combinare all’epoca. Eravamo negli anni novanta, i gorgheggi marci di un gruppo di ragazzini di Seattle ci hanno fatto da colonna sonora. Dopo il crollo del Muro di Berlino non c’era più la Storia, eravamo nel reflusso del reflusso.
– Forse meglio la post Storia della Storia di merda che di certo conoscerai. Appena eletto alla Casa Bianca Nixon dichiarò: “Non sarò il primo presidente degli Stati Uniti che perde una guerra”. Il fronte del conflitto in Vietnam si estese e i bombardamenti aerei vennero effettuati di nascosto, senza il coinvolgimento dell’opinione pubblica.
– Avevi già pubblicato?
– Sì, avevo scritto della mia degradante esperienza come postino.
Ma prima mi ero chiesto per dieci lunghissimi anni come fare.
– Come fare cosa?
– A trasformare il senso di fallimento in letteratura. A capire come si diventa un poeta o uno scrittore.
– Poi sei diventato Dio.
– Poi gente come Ferlinghetti ha mosso il culo, la City Lights, quei tipi della Black Sparrow.
– Appunto, sei diventato Dio.
– Non esageriamo.
– Be’, ti sei presentato ubriaco negli studi del famoso talk show Apostrophes.
– Avresti dovuto vedere la faccia di Bernard Pivot. Ho sempre cercato di mandare tutto in vacca, tutto quello che non c’entrava niente con la mia scrittura.
– Io ti ho detto di Maupassant. Da ragazzo lo leggevo e lo rileggevo. Sai qual’era la sensazione netta che provavo? Come di uno che mi stesse offrendo un lavoro.
– Ho provato una cosa simile con John Fante. Lo prendevo in prestito dalla biblioteca pubblica. Un altro emarginato, se vuoi, un italo-americano del piffero. Ha quel maledetto modo di far sembrare facili le cose difficili.
– Ho sempre pensato che i vostri alterego letterari fossero legati in modo profondo, che Henry Hank Chinaski fosse ispirato a Arturo Gabriel Bandini, anzi di più, che Chinaski fosse Bandini invecchiato.
– Non ci avevo mai riflettuto. Chinaski e Bandini come lo stesso personaggio in epoche differenti.
– Entrambi sono poveri, impegnati in lavori umilianti, in attesa della consacrazione letteraria. Solo che Bandini è più combattivo e orgoglioso; a Chinaski non resta che un’amarissima e a tratti cinica ironia.
– E tu di che scrivi?
– D’amore.
– Cazzo, una bella gatta da pelare.
Stavolta sono io a mettermi a ridere. – Direi di sì. L’amore è un’aspirazione troppo nobile, perciò finisco sempre a parlare del niente.
– Del niente ma non di niente.
– Sì, il niente è pieno di cose.
Bukowski mi squadra. – Sei ambizioso.
– Non si può scrivere e sognare in piccolo, per come la vedo io.
– Ci manca di fare a cazzotti, e poi saremo amici per sempre.
– Lo siamo già, perché hai scritto uno dei miei racconti preferiti.
– Quale?
– Quello dei i due ubriaconi che rubano il cadavere di una donna bellissima da un furgone mortuario.
– Una sirena scopareccia.
– È il tuo Moby Dick.
– Perché ti piace così tanto?
– È come se l’incipit disponesse una sorta di piano inclinato, su cui il lettore non può che poggiare l’occhio e scivolare giù, fino alla fine. La vicenda acquista subito una velocità liberatoria e dirompente.
– È il segreto di ogni buon racconto.
Le birre intanto sono finite.- E allora, siamo proprio sicuri di non avere nessuna cosa importante da dichiarare al mondo?- domando.
– Nessuna, anzi una sì. Che quando ci chiudiamo nelle nostre stanzette a scrivere siamo felici.

LUCA RICCI - GLI ESTIVI

L’AUTORE – Torna in libreria Luca Ricci con Gli Estivi (La Nave di Teseo). Dopo Gli autunnali, esce il secondo capitolo della serie dedicata dall’autore alle stagioni. Lo scrittore, che per l’occasione propone ai lettori de ilLibraio.it  quest’intervista immaginaria a Charles Bukowski, torna al tema che più gli è caro – quello dei sentimenti – con uno sguardo ancora più disincantato sulle passioni che animano l’uomo.

Il protagonista del romanzo Gli Estivi è uno scrittore di mezza età, sposato da trent’anni con Ester. Il matrimonio per lui è sostanzialmente un fallimento: non perché non ami sua moglie, ma perché è un sostenitore del sentimento non realizzato, delle cose che non hanno inizio né fine, che a differenza del matrimonio non scontano il deperimento e il logorio. Ogni anno, va in vacanza sul Circeo, dove incontra il suo editore – Lello, un romantico inevitabilmente sconfitto dalle donne e negli affari – e trascorre giornate identiche, sopraffatto da una noia rassicurante. Un anno, però, nella notte di San Lorenzo, una ragazzina intravista al ristorante diventa subito un’attrazione irresistibile, di cui quasi provare vergogna, “un desiderio non espresso, esaudito da una stella non vista”. Estate dopo estate tra loro due succede qualcosa, sempre molto poco, un gioco fatto di reciproche accuse, ripicche, tranelli, un esercizio di crudeltà che non è poi molto diverso dalla trama sottile con cui è composta ogni vera storia d’amore.

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