Per James Bridle, autore di "New Dark Age: Technology and the End of the Future", l'accelerazione tecnologica ha coinciso con la crisi dell'idea per cui a una maggiore conoscenza corrispondesse una maggiore capacità di agire razionalmente. Oggi le cose ci appaiono sempre più opache e incomprensibili. Di fronte a questa complessità siamo disorientati, presi da forze troppo grandi e irrazionali. La nostra visione del futuro è sempre più oscura, anche se proprio per questo, ci riserva delle opportunità... - L'approfondimento

Di recente la nostra cultura – o alcune sue espressioni – si è accorta della mania del passato che la permeava – la retromania – e dell’eterno ritorno delle sue vecchie mode e ha deciso di puntare sul futuro. Con una certa ironia, incredibili giri su di sé, ha finito per scoprire presto, correlata alla sua stessa voglia di futuro, uno strano fascino per un pezzo grosso del passato, il Medioevo, nella sua immagine più gotica ed esoterica. Stavolta la retromania non c’entra nulla: il problema è che si assomigliano.

Non è un sistema, ci mancherebbe. Sono pezzi di cultura, di discorsi, che funzionano di per sé e più spesso come metafora. Il Medioevo emerge nell’immaginario, – come raccontato da Valerio Mattioli su Il Tascabile  – dalla musica, al millenarismo delle distopie, dalla cultura visuale dei meme fatta di continua rielaborazione degli stessi elementi, fino all’irrazionalismo vagamente alieno, vagamente deleuziano, delle estetiche accelerazioniste.

Circola come metafora politica, da chi – come Jan Zielonska – parla di feudalizzazione dell’Europa, o di neo-feudalesimo digitale (come Evgeny Morozov), o ancora nella forma della barbarie, di fronte all’ondata globale di estremismi di destra.

A volte alcuni elementi della cultura medievale hanno un ruolo importante in discorsi filosofici che riflettono sul presente, come la magia in Technic and Magic: The Reconstruction of Reality di Federico Campagna o, all’opposto, per via negativa, la ferocia nichilista e neoreazionaria del Nick Land di Dark Einlightenment; più spesso sono singoli concetti in contesti disparati.

Più che altro il Medioevo, o l’immagine dell’uomo medievale – sbigottito di fronte alla vastità, all’interconnessione e all’imperscrutabilità delle gerarchie celesti in cui è immerso – ci racconta qualcosa su di noi, a un livello di comprensione che non è ancora un tutto coerente; funziona come una sensazione.

Qualche idea viene mente leggendo James Bridle – scrittore e artista classe ’80 che si occupa di tecnologia – che ha pubblicato per Verso il saggio New Dark Age: Technology and the End of the Future (in Italia verrà pubblicato da Not in primavera). Bridle sostiene sia entrata in crisi quella visione illuminista che fa corrispondere a una maggiore conoscenza – una maggiore quantità di informazione – una maggiore capacità di agire, fatta di scelte razionali. L’accelerazione tecnologica, però, ha modificato profondamente il pianeta, la società e il nostro modo di agire, fallendo nel modificare il modo in cui le comprendiamo.  Il valore che avevamo riposto nella conoscenza è in qualche modo eroso dalla sua stessa abbondanza.

Secondo Bridle, la nostra visione è sempre più universale, ma la nostra capacità di agire è sempre minore. È cieca. “Non c’è un esterno fuori dalla complessità in cui siamo immersi, nessun punto di vista dal quale tutti possiamo condividere la situazione. La rete che ci porta conoscenza si avvolge su noi stessi, rifrangendo la nostra prospettiva in miriadi di punti di vista, ci disorienta e ci illumina simultaneamente”. Quindi, sappiamo sempre di più del mondo, mentre siamo sempre meno in grado di farci qualcosa.

Come in Comma 22 di Joseph Heller, scontiamo il paradosso di essere agenti razionali colti nella cornice delle macchinazioni di enormi sistemi irrazionali, all’interno dei quali ogni azione può avere effetti imprevedibili sul sistema. L’unico modo in cui lo affrontiamo è la fede in quello che Bridle definisce pensiero computazionale, cioè l’idea che ogni dato problema può essere risolto dall’applicazione di una soluzione tecnologica. Del resto, seppure abbiamo ridotto la nostra agency, che la tecnologia cambi effettivamente il mondo ce lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Però c’è “una relazione concreta e causale tra la complessità dei sistemi che incontriamo ogni giorno; l’opacità con il quale la maggior parte di questi sistemi vengono costruiti o descritti e i fondamentali problemi globali di ineguaglianza, violenza, populismo e fondamentalismo”.

Sembra piuttosto astratto, ma New Dark Age è composto da nuclei tematici che rendono il tutto estremamente concreto. Dalla storia del pensiero computazionale, al disastro climatico, alle intelligenze artificiali, alla crisi della ricerca farmaceutica, alle teorie del complotto, all’high-frequency trading, tutto fa sistema entro la stessa cornice concettuale.

Nel sistema finanziario si verificano dei flash crash imprevedibili, di portata enorme – il 10 maggio del 2010 il Dow Jones ha perso e poi recuperato 600 punti in 25 minuti – connesse alla attività speculativa degli algoritmi; un commentatore sosteneva che “i motivi dell’algoritmo non sono chiari”.

Alpha Go, l’intelligenza artificiale che ha sconfitto il campione di Go Lee Sedol nel 2016, ha fatto delle mosse che in 2.500 anni non erano mai state fatte prima, vincendo la partita.

L’algoritmo di Google Translate è migliorato molto quando ha cominciato ad utilizzare un sistema basato sulle reti neurali sviluppato grazie a Google Brain. Il sistema adesso, quando correla diversi termini, crea un proprio modello di mondo, frutto di connessioni multidimensionali tra le parole. Una specie di rappresentazione di una metalingua di concetti condivisi che fa sì che possa tradurre anche attraverso lingue non correlate. È qualcosa di incomprensibile per il cervello umano, un ingegnere – riporta Bridle – ha commentato: “Generalmente provo a non cercare di visualizzare un sistema di migliaia di vettori dimensionali in uno spazio tridimensionale”.

La potenza di calcolo, i dati, non portano sempre i risultati sperati però, la ricerca farmacologica, nonostante gli investimenti, cercando nuove innovazioni in una quantità di informazioni sempre più ingovernabile, sta creando una specie di corpus sul suo stesso fallimento. Più in generale la ricerca scientifica si sta scontrando contro la difficoltà di replicare i propri esperimenti, i cui fondamenti iniziali sembrano verificati dai dati. “Più ossessivamente cerchiamo di computare il mondo, più inaspettatamente complesso ci appare”.

Questi sono casi limite che illuminano una realtà più semplice: che, come gli uomini medievali, abbiamo quotidianamente di fronte forze che non riusciamo a comprendere del tutto, ma delle quali vediamo gli effetti. Ci siamo dentro, disorientati perchè “la singola qualità significante di una rete è la sua mancanza di una solida intenzione”. “Dark Age”, un’espressione che di per sè rimanda alla nozione – storiograficamente inesatta – dei secoli bui dell’Alto Medioevo, in questo caso deriva da Lovecraft. Da più parti, la sensazione che suscita il suo orrore cosmico, fatto di forze incomprensibili, enormi, aliene si è imposta come metafora che descrive cosa si provi davanti a pezzi dell’esperienza incomprensibili, incoerenti e inumani; cosa significhi essere il nodo di una rete. Tendiamo a antropomorfizzare gli oggetti, il processo di induzione statistica dell’Intelligenza Artificiale non è una forza oscura, ma il modo in cui viene comunicato e interpretato – per Matteo Pasquinelli – è una forma di “animismo per ricchi”.

Su YouTube, esemplificava Bridle in un saggio virale (‘Something is wrong on the internet’), ci sono dei video disturbanti in cui Peppa Pig viene stuprata, uccisa. Sono tanti. Non si capisce da dove spuntino, se da un funzionamento inaspettato degli algoritmi o da troll. Fioccano le teorie complottiste (‘gang di pedofili internazionali all’opera per avvelenare una generazione’). Qualche bambino li ha visti, restando traumatizzato. Molti ricercatori hanno proposto teorie convincenti per l’origine di una loro parte, “tutti hanno fallito quando testati sul totale”. Ma non sono né solo troll, né solo risultati dell’automazione; ma “una matrice vasta e quasi completamente nascosta di interazioni tra desideri e ricompense, tecnologie e pubblico, tropi e maschere”. Nessuno tocchi i bambini!, ok, ma con chi te la prendi? Manca una qualche forma di intenzionalità. E qualsiasi forma di controllo farebbe collassare l’intero sistema, in cui questi risultati inconsci sono codificati all’origine. “L’architettura che [Google, YouTutube] hanno creato per massimizzare i ricavi dai video online viene hackerata da ignoti per abusare dei bambini –  forse nemmeno deliberatamente, ma su larga scala”. La ‘crisi’ creata da questi video è causata da persone e da cose, e da una combinazione di persone e di cose: le categorie morali non sono adatte o funzionali per gestire questo tipo di sottoprodotti dell’interazione uomo-macchina, serve una capacità di orientamento che oggi non abbiamo.

La tecnologia funziona infatti come metafora di per sé, anche se a parere di Bridle ne ha prodotto di pericolose. La nuvola – il cloud – con la sua immagine immateriale, incorporea nasconde l’enorme impatto ecologico delle infrastrutture digitali. I data center consumano circa il 3% del totale dell’elettricità mondiale e il loro impatto sulle emissioni globali è del 2%; quasi quanto l’industria aeronautica, tra le più inquinanti. Il suo stesso funzionamento, a livello fisico, verrà reso imprevedibilmente più difficile dal riscaldamento globale (“I sistemi che abbiamo creato per far collassare il tempo e lo spazio, vengono attaccati dal tempo e dallo spazio”). Di certo ci sarà sempre più bisogno di energia. L’infrastruttura dei Bitcoin, secondo alcuni esperti, nel 2019 consumerà quanto gli Stati Uniti. Le tecnologie non sono neutre, alla loro complessità è associata l’opacità del loro funzionamento: l’algoritmo di Uber sfruttandola impediva ai propri driver di radicalizzarsi, i driver hanno ordinato in massa pizze nello stesso luogo.

Sembra una questione secondaria, ma non lo è: è assurdo pretendere che tutti possano avere una comprensione di questi processi degna di Google, ma serve, secondo Bridle, un’alfabetizzazione sistemica (‘a real systemic literacy’), un linguaggio funzionale, nello stesso modo in cui non ci sono richieste competenze di idraulica per andare in bagno.

I tentativi di dar conto della complessità dell’infrastruttura digitale, o di come interagisce con le nostre categorie mentali, anche a un livello metaforico, sono estremamenti diversi. C’è la metafora del prisma, che rimanda alla moltiplicazione delle prospettive, nel modo in cui per esempio ne ha scritto Piero Dominici. Si parla di linee, piani, radici, superfici, o usando una metafora ottica di parallasse. In riguardo alla nostra capacità di agire Byung-Chul Han, ha parlato di sciame, dentro cui gli individui sono isolati e anonimi nella loro interconnessione. Bridle cita spesso gli Iperoggetti di Timothy Morton. Sono oggetti globali, enormemente vasti, entro i quali siamo – il cambiamento climatico, la rete, il capitalismo, eccetera – di cui non si può avere una visione di insieme perché troppi vasti e anche troppo dentro di noi: la loro esistenza è al livello astratto della rete, ma ne osserviamo gli effetti concreti.

Alessandro Baricco ha parlato di Game, il gioco: si riferisce alla nostra immersione, e all’emersione in superficie dell’esperienza, contrario al modello per cui l’autenticità dell’esperienza è in profondità, oltre che ai sistemi di gamification. Massimo Mantellini usa la metafora della bassa risoluzione, per indicare la riduzione delle nostre aspettative. Sono molte le metafore tecnologiche. Il kluge di Samuel Abersman rimanda all’accumulazione di strati e strati di codice informatico in un modo in cui il software diventa incomprensibile. Di stratificazione parla anche Benjamin H. Bratton in The Stack: On Software and Sovereignity, un volume che cerca di individuare un ordine e una gerarchia nella megastruttura accidentale – in italiano suona vagamente fantozziano – emersa dalla rivoluzione digitale e descriverne la geopolitica. Stack significa pila (nel senso dell’architettura hardware modulare): l’accatastamento di differenti livelli in relazione tra loro,che operano contemporaneamente, e nello stesso luogo, interagendo in modi diversi: insieme, cooperando, indipedentemente, scontrandosi eccetera.

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Tutto ciò che è solido – sostiene – non si scioglie molto, ma diventa confuso (nel senso logico di fuzzy) e spastico. Il meccanismo a simile a quello dei meme, come descritto da Alessandro Lolli. Le immagini vengono continuamente rielaborate, accumulando strati e strati di ironia, che interagiscono tra loro; le modifiche si accumulano fino al punto in cui l’immagine è irriconoscibile, non è più in rapporto con se stessa (in gergo il meme diventa dank, viene fritto), mentre il suo significato rimanda solo al processo di accumuli ironici, perdendo di vista il referente iniziale. È una totalità compressa perché l’unico vettore delle modifiche è l’ironia; il processo resta comprensibile; delle stratificazioni di fenomeni più vasti percepiamo solo gli effetti, che si manifestano come forze lovercraftiane.

Sono tutti modi per dare una forma, per quanto barocca o gotica, a quanto Bridle nota in merito alla rete. “Quello che dovremmo vedere è la rete stessa, in tutta la sua complessità. La rete è solo l’ultimo, ma certamente il più avanzato, strumento che come civilizzazione fino ad ora abbiamo costruito per l’introspezione. Avere a che fare con la rete significa avere a che fare con un’infinita libreria borgesiana e tutte le intrinseche contraddizioni che vi sono contenute: una libreria che non converge e che continuamente si rifiuta di creare un insieme coerente. Le nostre categorie, i riepiloghi e le autorità non sono più semplicemente insufficienti, sono letteralmente incoerenti”.

“Il futuro è oscuro, che è la cosa migliore che il futuro possa essere, credo” annotava Virginia Woolf il 18 gennaio 1915 (citata in New Dark Age). Questo ottimismo è lo stesso dell’autore, nonostante abbia scritto un libro scuro, preoccupato, impegnato. È un’apparente contraddizione che a primo impatto può disorientare; come tutto il resto, a quanto pare.

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