Con “L’alba dei Leoni”, Stefania Auci torna alle origini della saga dei Florio, il grande caso editoriale che con “I Leoni di Sicilia” e “L’inverno dei Leoni” ha conquistato milioni di lettrici e lettori. Là dove il mito non è ancora leggenda, ma fatica, paura e desiderio di libertà, il romanzo ci riporta al 1772, a Bagnara Calabra, per raccontare l’inizio di tutto: una fuga, una ferita familiare, una deviazione capace di cambiare il corso di una vita. Attraverso una scrittura intensa e mai didascalica, Auci esplora il conflitto generazionale e maschile, il peso del patriarcato e la possibilità di scegliere un destino diverso. Non un semplice ritorno alle radici, ma una grande narrazione umana sul coraggio di scegliere la propria strada

C’è un principio di storia che somiglia al tremito di una mano sul foglio bianco, a quel primo passo incerto ma necessario che decide di attraversare un confine senza sapere esattamente dove porterà. L’alba dei Leoni (Nord) di Stefania Auci (nelle foto di zampediverse, ndr) nasce da quel tremito: da una domanda semplice e insieme immensa, antica come il destino stesso. Da dove inizia il mito? Qual è il seme della leggenda e come germoglia? E soprattutto: cosa accade prima che tutto prenda forma?

Da dove inizia il mito?

Atteso come pochi altri romanzi dell’anno, il nuovo libro di Auci completa il cerchio narrativo della saga dei Florio – l’epopea familiare iniziata con I Leoni di Sicilia e poi proseguita con L’inverno dei Leoni – e lo fa tornando indietro nel tempo, alle radici.

Con oltre 1,5 milioni di copie vendute in Italia, traduzioni in 42 paesi e una serie tv diretta da Paolo Genovese con Michele Riondino e Miriam Leone, la saga è diventata un fenomeno editoriale e culturale di portata internazionale: un caso letterario raro, capace di attraversare generazioni di lettori e lettrici come un fiume in piena.

Una storia fatta di sangue, fatica, desiderio di libertà e lotta contro un destino immobile

Copertina del romanzo "L'alba dei Leoni" di Stefania Auci

Ma L’alba dei Leoni non è un semplice capitolo in più: è il punto in cui tutto si accende e il buio si ritira appena, lasciando intravedere ciò che verrà. Una storia fatta di sangue, fatica, desiderio di libertà e lotta contro un destino immobile. La storia di chi è ancora ignaro di tutto, di chi non conosce ancora il valore della propria forza.

È nella terra aspra e difficile di Bagnara Calabra, nel 1772, che incontriamo la famiglia Florio. La loro casa sorge sulla sommità di Pietraliscia, una contrada aggrappata alla montagna e attraversata da una strada pietrosa e serpeggiante: una manciata di case tutte uguali, fatte con la pietra dell’Aspromonte e il legname dei boschi. Lì si trova il seme da cui fiorirà, anni dopo, uno dei più grandi imperi imprenditoriali d’Europa, destinato a mettere radici in altre terre ed espandersi. Ma qui, in questo inizio, ogni cosa è polvere, fango, sasso, respiro affannato.

I profumi di gelsomino e i giardini fioriti incontrati nei volumi precedenti, carichi di sfarzo e malinconia, lasciano qui il posto a un paesaggio primordiale. La Sicilia e la Calabria non sono fondali evocativi, ma presenze fisiche, condizioni dell’anima. Uno scenario che racconta qualcosa che sta tentando di fiorire: materia iniziale, grezza, ancora informe.

Foto della scrittrice Stefania Auci, autrice della saga dei Florio (Credits: zampediverse)

Stefania Auci, autrice della saga dei Florio (credits: zampediverse)

 Fuggire dal peso di un destino già scritto

La narrazione si apre con una scomparsa e una nascita, in quella tensione che sa insieme di tragedia e promessa. “Un maschio per un maschio”, sembra dire il fato, mentre la contrada si sveglia all’alba come un corpo confuso. E perché ogni grande storia parte da una ferita, da un’urgenza, qui vediamo Francesco – “il mare negli occhi e il vento nell’anima” – fuggire da un padre troppo violento e autoritario.

Fugge perché non sopporta il peso di un destino già scritto e, per una notte, si affida al consiglio di un amico: nascondersi in una grotta. Un luogo che sembra promettere riparo e silenzio, ma che si rivela invece una soglia pericolosa. Da lì, per un errore e uno scambio di persona, Francesco viene risucchiato in una realtà che non gli appartiene e che finirà per trasformarlo. È l’inizio di una catena di incontri che cambiano le vite, perché è sempre così che il destino si manifesta: deviando.

La scrittura di Stefania Auci è una corrente inarrestabile

E questa deviazione non riguarda solo la storia raccontata, ma il modo stesso in cui viene narrata. La scrittura di Stefania Auci è una corrente inarrestabile: saettante, immediata, ricca di dialoghi. Non indulge mai nel superfluo, ma non sacrifica la densità emotiva. Ogni dettaglio – la temperatura dell’aria, il rumore dei passi sul terreno, l’odore della bruma notturna – impone una scena nella nostra mente e la lascia lì, palpabile. È una prosa insieme epica e segreta, antica e profondamente contemporanea.

Pur muovendosi dentro una rigorosa ricostruzione storica, Auci ha più volte chiarito di non voler mai assumere una postura pedagogica. Il suo è uno sguardo che osserva, ricostruisce e restituisce senso senza imporre interpretazioni.

La parola è uno strumento, non voglio educare nessuno”

Questo atteggiamento – rispettoso, limpido, mai didascalico – attraversa L’alba dei Leoni come un filo sotterraneo: “La parola è uno strumento: serve a descrivere, a raccontare, a puntualizzare passaggi di una vicenda umana e professionale che in certi momenti diventa anche una voce della grande storia“, ha raccontato la scrittrice a ilLibraio.it. “La mia volontà è quella di scrivere raccontando, non voglio educare nessuno, ma cercare di spiegare perché determinati eventi si sono verificati e che tipo di conseguenze hanno lasciato nella storia dei loro protagonisti”.

Accanto alla fuga e al desiderio di cambiare destino, il romanzo mette subito in scena un conflitto familiare profondo, fatto di obbedienza, rancore e frustrazione. È la ferita di chi cresce senza alternative, costretto a rispettare una legge patriarcale che assegna ruoli e gerarchie troppo rigidi per lasciare spazio alla libertà individuale.

“Esploro le dinamiche di potere maschili, anche all’interno di una famiglia”

Come spiega sempre Stefania Auci: “Esplorare le dinamiche di potere maschili, anche all’interno di una famiglia, mi ha molto affascinato e credo che riguardi tantissimo l’idea che oggi molto spesso i ragazzi hanno di se stessi: l’incapacità di riuscire a trovare in maniera univoca il proprio posto nel mondo. Credo che determinati tipi di ansie e di problemi riguardino in maniera universale tutti coloro che si affacciano nella vita e che cercano disperatamente il proprio posto nel mondo”. E dal punto di vista del padre, aggiunge l’autrice, il nodo è ancora più radicale: “Comprendere che un padre non comanda, ma accompagna è una sorta di vera e propria rivoluzione copernicana per un uomo del Settecento, abituato a vivere secondo le regole di un patriarcato molto rigido”.

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A parlare è una scrittrice che non si nasconde dietro l’effetto del successo, ma che resta in ascolto, con discrezione. “Sono una persona assolutamente normale che tiene per sé i propri desideri e le proprie aspettative, perché credo sia utile mantenere un confine tra il pubblico e il privato”, ci svela. Ed è forse anche per questo che la saga dei Florio ha conquistato un pubblico così vasto: non perché celebri il successo, ma perché racconta la lotta di tutti contro il destino ricevuto.

Anche in questo romanzo, come nei precedenti, non c’è patetismo gratuito, nemmeno nelle scene più dure. Le emozioni che arrivano al lettore sono quelle che scavano: l’umanità, la frustrazione, l’impotenza, il pensiero della madre nei momenti di sofferenza, l’istinto di aggrapparsi alla vita quando tutto sembra perduto. La pagina non giudica né impartisce lezioni: dà forma a ciò che accade, lasciando al lettore il compito di restituirgli senso.

Non solo un grande romanzo storico, ma una grande narrazione umana

Così L’alba dei Leoni si conferma non solo un grande romanzo storico, ma una grande narrazione umana. E in un presente attraversato da crisi e incertezze, Auci suggerisce una possibilità: che desiderare un’altra vita è già un atto di coraggio, e che la storia – individuale e collettiva – nasce sempre da scelte, resistenze e sogni: “Credo che questa sia una storia attraverso cui si può raccontare come è possibile rinascere da periodi di crisi. Viviamo un’epoca turbolenta, piena di insicurezze e, poiché a mio avviso esistono punti di contatto con il Settecento nel Meridione, una riflessione sulla difficoltà di affrontare un presente complesso è strettamente connessa a questo libro”.

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