“Oggi l’inquietudine è una presenza costante, diffusa. È un clima. Precarietà, isolamento. Corpi vulnerabili, relazioni sbilanciate. Richieste di adattamento continuo, esistenze che sembrano costantemente inadeguate rispetto al modello proposto-imposto. Abitiamo un mondo in cui ciò che prometteva stabilità e protezione è sempre meno affidabile, e in cui una certa ferocia è quasi normalizzata…”. Francesca Scotti torna con una nuova raccolta di racconti, “La stagione delle case vuote”, in cui fonde “atmosfere quotidiane e perturbanti, realtà e dimensione visionaria”. E si racconta su ilLibraio.it: “Ho provato a passare il dito su quelle crepe, sentirne gli orli affilati o fragili…”

Da bambina avevo un libro che sfogliavo spesso, spinta da un misto di curiosità e repulsione. Si intitolava I mostri. In un angolo della copertina – nera – c’era un essere bitorzoluto e verdastro con denti orribili. Ma a preoccuparmi e incuriosirmi di più era il testo sopra di lui: parlava di mostri antidiluviani enormi, ben identificabili e distruttivi, ormai estinti. E poi dei mostri contemporanei, la cui grandezza e potenza erano dissimulate.

Come si fa a riconoscere i mostri di oggi?

Si chiudeva con una domanda: “Come si fa a riconoscere i mostri di oggi?” Alla quale seguiva una risposta: “Dallo sguardo, dai gesti, dai comportamenti”. L’idea che il pericolo non fosse individuabile a colpo d’occhio e che si potesse nascondere addirittura nella dolcezza che credevo del tutto innocua, anzi benevola, mi turbava. Ripensandoci, mi sembra che quella lettura d’infanzia abbia influito decisamente sul mio modo di osservare il reale e di farne esperienza. Quello sguardo, per certi versi, mi ha sempre accompagnata e ha continuato a lavorare.

Oggi l’inquietudine è una presenza costante, diffusa. È un clima. Precarietà, isolamento. Corpi vulnerabili, relazioni sbilanciate. Richieste di adattamento continuo, esistenze che sembrano costantemente inadeguate rispetto al modello proposto-imposto. Abitiamo un mondo in cui ciò che prometteva stabilità e protezione è sempre meno affidabile, e in cui una certa ferocia è quasi normalizzata. Siamo esposti ogni giorno a immagini esplosive, filtrate dalla distanza rassicurante dello schermo e da una comunicazione che offre una falsa sensazione di controllo. E la difficoltà di sentire l’altro si acutizza: sentirlo non nel fragore ma nei respiri, sospiri, lamenti che si colgono solo nella prossimità dei rapporti personali. L’inquietudine che attraversa il presente non riguarda solo l’esplosione, ma anche l’implosione.

Vittorio Bini, I mostri, Torino, Einaudi - 1976

Il libro citato da Francesca Scotti: Vittorio Bini, I mostri, Torino, Einaudi – 1976 (collana Tantibambini, diretta da Bruno Munari)

Il perturbante nel quotidiano

In questo contesto la scrittura, per me, continua a essere un modo di avvicinarmi alle cose per comprenderle e condividerle, una strategia per soffermarmi là dove lo sguardo vorrebbe distogliersi veloce. Nei racconti della mia nuova raccolta La stagione delle case vuote a mostrarsi perturbante è proprio il quotidiano in molte delle sue forme: il lavoro, la famiglia, le relazioni, l’abitare. Le tensioni che attraversano le storie – ambientate in Italia e in Giappone – derivano da aspettative che si accumulano, frustrazioni sottili, negazioni di sé, da una crudeltà resa accettabile dall’abitudine. È qualcosa che difficilmente si può nominare, perché nominarlo significa spesso rischiare l’esclusione, la perdita del proprio posto, del proprio senso faticosamente costruito.

Le case sono presenze ricorrenti nel testo perché le ritengo emblematiche: spazi intimi e sociali, psichici, che assorbono tensioni, custodiscono memorie. Case che liberano e che catturano. E sono vuote non perché disabitate, ma perché da un lato qualcosa al loro interno si è ormai esaurito, e dall’altro il vuoto può accogliere – è spazio, non mancanza.

La stagione delle case vuote non è un tempo di abbandono, ma di transizione

Nel titolo c’è il termine stagione: le case vuote, in questi racconti, non sono una condizione definitiva. Sono una fase della vita individuale e collettiva e, come le stagioni, arrivano, trasformano, si susseguono. La stagione delle case vuote non è un tempo di abbandono, ma di transizione: il momento in cui ciò che era familiare diventa estraneo e siamo costretti a interrogarci su ciò che chiamiamo normalità. Scegliere che sia una stagione significa riconoscere che l’inquietudine non è un’anomalia, ma una fase del presente che attraversiamo insieme.

Ho provato a passare il dito su quelle crepe

Con queste storie, in cui il corpo diventa luogo di tensione e la famiglia e il lavoro si rivelano territori ambigui, ho provato a erodere la patina del reale. L’horror che le attraversa non riguarda tanto il soprannaturale – non si tratta di crederci o non crederci –, si riferisce soprattutto a una dimensione emotiva: è un modo per far filtrare la luce attraverso le fratture del mondo che oggi abitiamo. Il Giappone mi ha insegnato che le fratture possono essere riparate con l’oro, dando così valore a ciò che è accaduto, e spero che sia davvero possibile anche in questo caso. Con i racconti della Stagione delle case vuote ho provato a passare il dito su quelle crepe, sentirne gli orli affilati o fragili. A trasformare l’inquietudine diffusa in qualcosa di riconoscibile e meno solitario.

Francesca Scotti la stagione delle case vuote

L’AUTRICE – Dopo Il tempo delle tartarughe (Hacca, 2022), appena pubblicato in Giappone – Francesca Scotti (qui i suoi articoli per ilLibraio.it, ndr) torna con una nuova raccolta di racconti, La stagione delle case vuote, che conferma la sua voce “capace di fondere atmosfere quotidiane e perturbanti, realtà e dimensione visionaria”. Le storie si muovono tra memoria, intimità e mistero, restituendo frammenti di vita che oscillano tra la delicatezza e l’inquietudine.

In ogni racconto, un dettaglio apparentemente minimo – un odore, un oggetto, un incontro casuale – “spalanca squarci sull’invisibile e sulle zone d’ombra dell’esistenza”.

Scotti è nata a Milano e divide il suo tempo tra l’Italia e il Giappone. Diplomata al Conservatorio e laureata in Giurisprudenza, nel 2011 ha esordito con la raccolta di racconti Qualcosa di simile (Italic) che ha vinto il premio Fucini.

Ha pubblicato romanzi e racconti con vari editori – tra cui Bompiani, Hacca, Il Saggiatore, effequ – e due libri illustrati: L’incanto del buio (Orecchio Acerbo) con le illustrazioni di Claudia Palmarucci, e Shimaguni – Atlante narrato delle isole giapponesi (Bompiani) con le illustrazioni di Uragami Kazuhisa.

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Fotografia header: Francesca Scotti nella foto di ©Jessica Pivetta

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