Un quaderno nascosto in una scatola di calze spaiate, un profilo su un’app di incontri con il nickname Toxic Mary, un bicchiere di vino bevuto di nascosto mentre la figlia bussa alla porta del bagno: è da qui che parte “Madonna di rabbia”, il nuovo romanzo di Simona Vinci, che rappresenta senza sconti la maternità come “il mostro che in effetti è”. Vinci racconta a ilLibraio.it una gestazione lunga e combattuta, il tabù dell’ambivalenza materna, e denuncia pratiche come “il nodo del marito” – la sutura post-parto fatta senza consenso per il piacere futuro del partner. “Dovremmo ripartire da una comunità, il famoso villaggio”, dice, spiegando perché l’isolamento, più della maternità stessa, sia la vera origine della rabbia che dà il titolo al libro. Un romanzo che si nutre di sorelle letterarie – da Sylvia Plath a Michela Murgia – per arrivare a una conclusione che non consola nessuno: le madonne, in questo libro, non sorridono mai…

Eva Bonato ha cinquant’anni, un ascendente Cancro che le ammorbidisce l’Ariete di nascita, e un quaderno di cuoio nascosto in una scatola di calze spaiate – l’unico posto della casa dove sa che sua figlia non andrà mai a cercare, perché Agata odia le calze. Dentro quel quaderno, quando la bambina dorme, Eva trascrive le sue sorelle: quelle vive e quelle morte, quelle che non ha mai incontrato e che per questo non la giudicano. Le chiama le madri non adatte.

“Una madre deve pensare prima ai figli”

È da qui che bisogna partire per raccontare Madonna di rabbia (Einaudi Stile Libero), il nuovo romanzo di Simona Vinci: da un oggetto fisico, nascosto, e da un titolo che Eva stessa gli dà sulla prima pagina – una madre deve pensare prima ai figli – come una formula magica che si ripete per credere di poterla ancora rispettare.

Madonna di rabbia Simona Vinci

Eva ha anche un secondo rifugio, più segreto ancora: un profilo su un’app di incontri con l’avatar di una madonna di Banksy che allatta stringendo in mano un biberon con teschio e ossa incrociate, e per nickname il titolo stesso dell’opera, Toxic Mary. Non verrà giudicata lì. Non verrà chiamata dal padre di Agata, che pure da lontano continua a controllarla. La scrittura, dice di sé Eva, è il regno libero dell’odio: è lì che forse, bruciando quell’odio fino in fondo, si rinasce.

Il romanzo, però, non ha bisogno di simboli particolari per colpire, basta il racconto di un pomeriggio qualsiasi. Alle sedici e trenta d’inverno, quando il buio è già presagio di notte, Eva si chiude in bagno con un bicchiere di vino ormai vuoto a guardare sul telefono Amy Winehouse nelle sue esecuzioni più strazianti, quelle in cui non stava già più in piedi.

Fuori, Agata bussa e chiama – mamma, mammina, mater, madre, vieni, dammi, guarda, ascolta, senti! – e Eva, appoggiata al muro freddo, si concede un momento di piacere solo suo: rubato al lavoro, alla stanchezza, soprattutto all’attenzione spasmodica della bambina, quel confine tra due corpi che altrimenti smette di esistere. Vinci lo chiama il momento in cui una madre si sente “il mostro che in effetti è”.

Una gestazione “lunga e combattuta”

Una “gestazione lunga e combattuta“, la definisce Vinci parlando con ilLibraio.it, e non è un caso che scelga lo stesso vocabolario del parto per raccontare come è nato il libro: “È un romanzo, i personaggi sono di finzione, ma quando dentro un libro entra un’esperienza personale, e insieme a lei entrano persone che ti sono vicine, il rischio di ferire è reale“.

Vinci quella paura l’ha avuta, “ma con un certo sprezzo del pericolo”: cita Lalla Romano e Le parole tra noi leggere, un romanzo così aderente alla propria maternità da aver segnato, per l’autrice, la fine del rapporto con il figlio vero. “In fondo, forse, per ogni scrittrice e ogni scrittore un libro è come un figlio, ci dice l’autrice, finalista più volte al Premio Campiello con In tutti i sensi come l’amore e Come prima delle madri. “Per me mio figlio è mio figlio. Ma ho dovuto farci i conti comunque”.

Copertina del saggio Pentirsi di essere madri Orna Donath (Bollati Boringhieri)

“La maternità è qualcosa che si può esercitare anche al di fuori della biologia”

Più di ogni altra cosa, la paura riguardava l’ambivalenza. Se ne parla di più, oggi – Vinci cita la sociologa Orna Donath e il suo lavoro sulle madri pentite – ma ammettere, tra donne, che si può sbagliare anche gravemente e continuare a essere madri resta un tabù duro da scalfire. Per questo tiene a dire che le piacerebbe che Madonna di rabbia venisse letto anche da chi non ha figli: “la maternità è qualcosa che si può esercitare anche al di fuori della biologia“, spiega, ed è un paradosso che riguarda tutte e tutti, perché – almeno finché la specie umana funzionerà così – chiunque nasce comunque da un corpo femminile.

Del parto, il romanzo non nasconde niente. Diciotto ore di travaglio, bagni in vasca inutili, epidurale, manovra di Kristeller, un’episiotomia fatta a secco. Un indice di Apgar che spaventa, la bambina portata via subito in culla termica, nessun tempo per decidere se allattarla, nessuna infermiera disposta ad ascoltare.

La prima notte, sola con una neonata che piange e un biberon lasciato da un’infermiera che le dice solo: “la figlia è sua, non mia“. Non è mai stato, per Eva, il giorno più bello della sua vita – e ogni volta che sente un’altra madre pronunciare quella frase, le si riempiono gli occhi di lacrime.

Vinci, a questo proposito, afferma che quell’esperienza parte da un vissuto personale – ma “non tutte le gravidanze sono così dolorose”, ci tiene a precisare: “Il problema più ampio è che il parto ha smesso da tempo di essere trattato come qualcosa di naturale e sacro, un momento che dovrebbe restare potente proprio nella sua ambivalenza, tra il meraviglioso e l’orrorifico, come sempre accade nei passaggi della nostra esistenza”. Si finisce per partorire in un ambiente freddo e ostile, “in mano a persone che non conosci e che a volte decidono sul tuo corpo“, senza nemmeno chiedere il consenso.

Il “nodo del marito”

Racconta quello che ancora oggi si chiama – con un eufemismo che è già una violenza – “il nodo del marito”: un punto in più dato durante la sutura dell’episiotomia, non per motivi medici ma per restringere la vagina a beneficio futuro del partner, senza che a nessuna paziente venga mai chiesto se sia d’accordo. Ci vuole moltissima pazienza, dice, per tornare poi alla propria vita – anche sessuale – dopo un’esperienza del genere.

Nel romanzo resta un dettaglio che non si scioglie mai, tornato più volte come un’ossessione: i tuoi figli abortiti vivono da qualche parte dentro di te. Microchimerismo materno fetale, lo chiama la scienza. Eva lo sente come un corpo che non sa più dimenticare niente.

E poi ci sono i soldi, che a Eva occupano quasi tutto lo spazio mentale rimasto.

Milleduecento euro al mese da scrittrice per un’agenzia di viaggi – non scrittura creativa, ma un lavoro intellettuale comunque precario, comunque da difendere dentro una casa dove chi lavora da remoto viene considerato sempre disponibile – trecento euro dal padre di Agata, cinquecento di affitto. Al discount, davanti al banco surgelati, le viene la tentazione di piangere per un filetto di orata che non può permettersi.

Vinci ammette di non aver voluto costruire una protagonista troppo simile a sé, ma di aver lei stessa fatto i conti su come organizzare, materialmente, lo spazio e il tempo di una madre sola: “Ho fatto come ho potuto, almeno fino agli otto anni di mio figlio. Prima c’era un marito, e quindi una distribuzione dei compiti più equa. È una battaglia quotidiana e ci vuole sempre qualcuno intorno, ma non sempre le relazioni familiari funzionano. Ed è esattamente il caso di Eva”.

Un discorso sull’organizzazione sociale ed economica della cura

Da questo spunto il romanzo allarga l’orizzonte, e diventa anche un discorso sull’organizzazione sociale ed economica della cura. Madri come Eva, senza famiglia dietro di sé, senza un compagno con cui dividersi davvero i pesi, restano sole davanti a servizi e scuole che non perdonano le fragilità. Per costruire Eva con onestà, Vinci ha ascoltato mamme single (e anche padri single) raccogliendo le loro sensazioni, il bisogno condiviso di sfogarsi, di trovare una comunità di persone con cui fare rete.

“Io vivo in un piccolo centro, Eva vive a Milano”, nota Vinci, “ma il tema resta identico: la madre si sente colpevole di non essere perfetta, di non avere una situazione organizzata nel modo giusto. Spesso si vergogna e non chiede aiuto. E invece dovremmo imparare tutte, tutti, a chiedere aiuto“.

Il tema che le premeva più di ogni altro è proprio lo sguardo: quello con cui gli altri giudicano una madre sola, e quello che una madre sola impara – a fatica, tardi, quasi mai del tutto – a posare su di sé: “Viviamo in un momento in cui le persone tendono a chiudersi nel proprio nucleo. Io invece sogno una società più aperta, più generosa. Dovremmo ripartire da una comunità. Il famoso villaggio“. Perché spesso è l’isolamento, più della maternità in sé, è la vera fonte della rabbia che dà il titolo al libro.

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Ed è proprio una comunità – in questo caso letteraria – quella che si rifugia nel cuore del romanzo: quel quaderno dove Eva raccoglie le sue “sorelle” per costruire una prova d’innocenza.

Vinci affianca figure affini ed emblematiche (da Sylvia Plath a Muriel Spark, fino a Nina Simone) per mostrare che nessuna di loro può giudicare la protagonista: sapere che altre hanno fallito nello stesso punto rende Eva “meno mostruosa“. È la funzione più autentica della letteratura secondo l’autrice: “una comunità di vivi e morti che si tengono per mano, un gancio che ti salva dall’abisso”.

I libri diventano protagonisti della narrazione 

I libri così diventano protagonisti della narrazione stessa, riflettendo le letture dell’autrice. Ci racconta di non preferire le saghe familiari con la madre sullo sfondo, santificata e glorificata, ma di aver amato molto Il mostruoso femminile di Jude Ellison S. Doyle (Tlon) e Maternità di Sheila Heti (Sellerio); considera Sibilla Aleramo la prima scrittrice italiana ad aver davvero rischiato qualcosa, in prima persona, scrivendo di sé – “indimenticabile”, la definisce.

Tra i riferimenti contemporanei, Ave Mary di Michela Murgia (Einaudi): un libro che ha saputo restituire alla figura della Madonna un corpo reale, vissuto, “raccontando quello che non viene raccontato” – e il fatto che Murgia non avesse figli biologici e abbia comunque combattuto, con quel libro e con tutta la propria opera, per aprire un discorso pubblico sulla maternità, per Vinci resta un percorso “fondamentale”. Cita infine Arkansas – Storia di mia figlia di Chiara Tagliaferri (Mondadori), il memoir in cui l’autrice racconta la propria esperienza con la GPA negli Stati Uniti, dopo una menopausa precoce, come un confronto importante proprio perché nato da una visione opposta alla sua: “Ho molti dubbi sulla maternità surrogata“, ammette, “ma quel libro mi ha fatto scoprire ed entrare in una dimensione differente, vera e amorevole”.

A metà tra preghiera e bestemmia

Resta un’ambivalenza che il romanzo non risolve e non vuole risolvere, che si traduce in un grido di circa trecento pagine, a metà tra preghiera e bestemmia. Le madonne, in questo libro, non sorridono mai – quelle della tradizione cristiana, la Matuta etrusca, le madonne nere, le icone ortodosse – e nemmeno Eva riesce a farsi perdonare il proprio volto serio, la propria rabbia non addomesticata.

Si definisce un’eretica, una bugiarda, una falsa Madonna. Sua figlia la chiama madre. Lei, alla fine, non ne è più così sicura.

Attraverso una scrittura d’atmosfera gotica e oscura, fedele allo stile più profondo e inquietante dell’autrice, questo romanzo esiste esattamente per galleggiare dentro quel dubbio, senza offrire a nessuno la consolazione di uscirne.

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Fotografia header: Simona Vinci nella foto di Valentina Tamborra

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