Memoir, album dei ricordi, manifesto politico e storia d’amore: in “Arkansas – Storia di mia figlia”, Chiara Tagliaferri ricostruisce il lungo percorso che ha portato lei e lo scrittore Nicola Lagioia fino a Lula, nata il 13 febbraio 2024 negli Stati Uniti, otto mesi prima che in Italia la Gpa venisse dichiarata “reato universale”. Un racconto denso di procedure, calcoli e riflessioni – che dialogano con “Dare la vita” di Michela Murgia – ma che conserva un’anima fiabesca: il viaggio straordinario di due adulti e un’alleanza tra tre donne (donatrice, gestante, madre) capace di ridefinire la grammatica stessa della famiglia

È il mistero più grande che esista. La domanda che risuona nelle figlie, il dubbio acquattato, la possibilità. Il desiderio che si manifesta e che non ha ancora forma, finché la forma non diventa sostanza, volto, bambino, vagito. Finché non è lì, e lo puoi guardare negli occhi. Come si fa a capire se si vuole diventare madri, prima di esserlo diventate?

Come si fa a capire se si vuole diventare madri, prima di esserlo diventate?

La frase “se non hai figli non puoi capire” è una delle più atroci che si possano pronunciare, eppure contiene in sé la verità di una rivelazione.

L’esperienzialismo non è l’unità di misura di tutto, ma quando leggi Arkansas – Storia di mia figlia (Mondadori), il nuovo libro di Chiara Tagliaferri, lo pensi davvero: che se non ci passi non puoi sapere com’è. E non ci si passa solo vivendolo. Ci si passa anche attraverso chi, con coraggio, sceglie di mettere la propria storia nero su bianco.

Copertina del romanzo Arkansas di Chiara Tagliaferri

Una storia d’amore

Oggi in Italia la gestazione per altri è vietata, equiparata ai crimini più gravi. Ma Lula – la protagonista insieme assente e fortissima di questo romanzo, sotto forma di premonizione, di ricerca, di attesa – c’è. È nata. Il 13 febbraio 2024, all’ospedale di Hot Springs, in Arkansas, otto mesi prima che da noi la Gpa venisse dichiarata reato universale. La sua è una storia d’amore.

In poco meno di duecento pagine, Tagliaferri – già nota al grande pubblico per il podcast e i libri di Morgana firmati insieme a Michela Murgia, e per il suo esordio narrativo Strega comanda colore – ripercorre il lungo percorso che l’ha portata fino a sua figlia. È un percorso che inizia con una consapevolezza che, a guardarla da fuori, si direbbe arrivata in ritardo.

Ma è davvero così?

Il desiderio dei figli vive dentro di noi, e a volte si manifesta tutto insieme, sotto le mentite spoglie di un piccolo dinosauro rosa comprato per caso. È sorto adesso, quel desiderio? Oppure è sempre stato lì, sotto la pelle? Cosa importa.

Passi una vita a leggere di madri che hanno lasciato il lavoro, che si sono rovinate, che hanno dovuto mettere da parte la carriera. Sei fin troppo consapevole – e se non lo sei è una grande mancanza di lucidità e di intelligenza – che un figlio, per una donna, vuol dire rallentare. Non c’è report annuale che non dica la stessa cosa, una condizione dalla quale però si può uscire con una scrollata di spalle: perché non ti interessa, perché sei una di quelle che si sta annullando, perché sei un uomo. E allora è forse normale che per una donna il desiderio si manifesti più in là, che la paura di quello che – quasi sicuramente – accadrà prenda il sopravvento, sempre.

Chiara ha quarant’anni quando capisce che i figli – quelli che non aveva mai voluto – in realtà li vuole. Per una vita considerata egoista a dire di non volerli, e adesso forse troppo egoista per desiderarli così tanto.

Chiara oscilla tra la paura e il desiderio

Riceve la diagnosi di una menopausa precoce. Si sottopone a una serie di tentativi di fecondazione eterologa. È chiaro a lei e al marito, lo scrittore Nicola Lagioia, che un bambino non arriverà. Non così.

I tentativi sono diversi, finiscono male. E nel frattempo, dentro quei tentativi, Chiara oscilla tra la paura e il desiderio.

Una delle tante ambivalenze della maternità che non si raccontano maicome invece ha fatto Antonella Lattanzi in Cose che non si raccontano, in cui pure descriveva, lungo il percorso di Pma, il contraddittorio spirito di timore e speranza, che è la cifra più sincera di chi si avvicina a una scelta del genere.

Una gravidanza, in fondo, è incertezza ogni giorno

Cosa può esserci di più spaventoso di una vita di cui non sai nulla che irrompe nella tua? Che la stravolge, e che ti mette di fronte a parti di te che non avresti mai voluto scoprire? La battaglia è ancora più dura per Chiara e Nicola, che questo timore lo guardano dritto in faccia e che decidono di viaggiarci intorno, di attraversare le correnti gravitazionali, il Covid, il mondo intero, pur di provare.

Una gravidanza, in fondo, è incertezza ogni giorno. E la loro, quando incontrano Daisy – la gestante, dopo aver scorso cataloghi di foto, dichiarazioni, alberi genealogici – è un po’ come l’innamoramento: lo sai quando è la volta buona. Bisogna essere romantici il giusto per credere a questa cosa. Romantici e razionali insieme, sognatori e calcolatori.

Una storia di calcolo

Perché Arkansas è anche una storia di calcolo. Si calcolano prima di tutto i soldi: quelli spesi che si sarebbero potuti conservare, quelli che si possono ancora racimolare.

Si calcola il tempo. Lo spazio. Il rischio – di cosa? Di morte del feto, del padre, della madre, della gestante, qualsiasi cosa. Cosa si fa in quel caso? Non esiste un “ci penseremo”: esiste una risposta, alla quale apponi in calce una firma.

Dare la vita di michela murgia

Nel libro c’è una sequenza precisa di procedimenti, di agenzie di surrogacy, di mediatori, di attese; di documenti firmati e ricontrollati; di parole non dette a nessuno – si mantiene il segreto, almeno per un po’.

La consapevolezza che le chiacchiere private possano diventare manifesti politici è proprio ciò che ha tenuto a lungo Chiara in silenzio, come è stato per Michela Murgia, che a questo stesso argomento ha dedicato il suo postumo Dare la vita (Rizzoli). E non è difficile sovrapporre diverse pagine dei due testi: quelle sulla libera scelta, sulla questione economica, sulla necessità di tutele e di norme, per non far diventare la Gpa né un fenomeno di pirateria da una parte, né un’esperienza di lusso dall’altra. Murgia, scrive Tagliaferri, era proprio la persona che le aveva insegnato a non stare zitta. “Me la lascerai e l’addormenterò facendole annusare il gas come Renato Pozzetto in Un povero ricco“, le aveva detto a proposito di Lula, ridendo come pazze. Quella complicità sopravvive nel libro come sopravvive nella scrittura: scintillante e irriducibile.

Tra mitologica e fiaba

C’è poi un’altra dimensione che attraversa il memoir, ed è quella mitologica: lo sguardo da fiaba con cui Tagliaferri sa attraversare anche le esperienze più aspre. Le ombre di Twin Peaks che diventano paure, il sentiero di mattoni gialli del Mago di Oz che riconduce alla speranza, le sirene sperdute nei Walmart dell’Arkansas, Elvis che esce dai jukebox di Graceland, i cerbiatti che indicano la strada in un bosco di fucili. È la lingua biforcuta e incantata che già caratterizzava Strega comanda colore, e che qui trova una nuova necessità: costruire una cosmologia che Lula, un giorno, potrà attraversare con i suoi occhi.

Perché è anche questo, Arkansas: un libro dei ricordi da consegnare alla piccola quando sarà grande, scritto in presa diretta da una madre che vuole prepararsi a spiegarle le proprie ragioni. Un manifesto politico che chiede regole, non divieti.

È una storiatra due adulti che hanno deciso di fare un viaggio insieme, sapendo che non sarebbero più tornati gli stessi. È, in fondo, un’alleanza di tre donne – la donatrice, la gestante, la madre – che ridefinisce la grammatica stessa della famiglia.

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