Michele Masneri, brillante penna di costume del Foglio, torna in libreria con il suo secondo romanzo, “Paradiso” (a 10 anni dal primo, “Addio, Monti”), dove racconta di un mondo di cialtroni, tra finti principi, ex giornalisti e attori scoppiati. E per l’occasione si racconta a tutto campo con ilLibraio.it: “Nella Capitale ci si inventa cognomi e titoli per sembrare nobili, sotto la Madonnina i mestieri per sembrare fighi: tutti influencer e comunicatori, tutti ceo e founder di qualcosa, tutti con startup fighissime. Solo che a Roma le sòle te le aspetti, a Milano no. Il giornalismo? Tranne Dagospia e la Tv, è finito, l’unica cosa che lo può salvare sono i necrologi…”. Tanti i temi toccati (e i personaggi citati), dagli scrittori contemporanei al Premio Strega, dai salotti romani al dibattito sul politicamente corretto, da Capalbio a Vannacci, passando per la Dolce Vita e la fine della borghesia… – L’intervista

Dove apparentemente non c’è la notizia (ma molto da raccontare), lui c’è. Prende appuntamento, arriva e s’insinua con mestiere nei dettagli, scandagliando – nel work in progress di vernissage, eventi, funerali (a Roma vanno alla grandissima), presentazioni di libri e kermesse politiche – le nevrosi pubbliche, i tic nascosti, le vicende di (presunti) potenti, influencer svalvolati ma ricchissimi, élite antipatiche, nobili decaduti o aspiranti tali che trafficano in titoli e onorificenze. Di ognuno, ne spulcia vizi e vezzi. E comincia sempre ascoltando le confidenze di personaggi laterali come i passanti che transitavano estasiati sotto l’attico dei fu Ferragnez nel quartiere milanese di Citylife, tappa prima per raccontare “la mini tangentopoli degli influencer” partita, come l’illustre precedente, sempre dalla beneficenza e sempre sotto la Madonnina.

Oppure, altro luogo laterale, la hall di un hotel romano dove transita Alain Elkann che il Nostro acchiappa suadente per farsi spiegare il “lanzichenecchi gate” e ne esce un mini trattatello sul lusso che non è, secondo Elkann, l’esigere comodità e tantomeno ostentare ricchezza, ma riparare: in questo caso i bordi della giacca, i polsi e il collo della camicia perché bisogna démystifier” una certa idea del lusso, come ripete l’illustre autore mentre si rassetta il golf di cachemire davanti al perplesso intervistatore.

Dal suo maestro, Alberto Arbasino, Michele Masneri ha preso una lezione di stile assai poco italiana: trattare con leggerezza i temi gravi e concentrarsi su quelli inessenziali. Con una gamma d’ingredienti arbasiniana doc: la citazione colta, la scheggia di memoir servita con elegante distacco, la nota acidula del moralista, l’interiezione, l’esclamazione giocosamente snob, il finto sentimentalismo. E, su tutto: la chiacchiera, la conversazione, greve o raffinata poco importa, dove aleggia la parte per il tutto, la verità dell’attimo, lo spirito (o spiritello, direbbe AA) dei tempi.

Sul Foglio scrive reportage e pennella ritratti, sempre andando sul posto, da cronista d’antan. Lo stile è disinvoltamente letterario e per questo s’è cimentato pure con il romanzo, dove dominano sempre le grottesche vicende dello sciagurato mestiere di giornalista che ormai, in certi consessi, fa tanto effetto animale in via d’estinzione, come l’airone cenerino o la tartaruga caretta caretta: “Ma tu scrivi per mestiere? E ti campi pure?”.

A dieci anni dal primo romanzo, Addio, Monti (minimum fax, 2014), è arrivato in libreria Paradiso (Adelphi), dove il protagonista è Federico, un giornalista squattrinato di Milano, definita “un’enorme Tuscolana ma tenuta bene”, che viene inviato a Roma a caccia di un’intervista impossibile a un regista arrogante e spocchioso e si ritrova catapultato in un mondo deliziosamente cialtronesco tra mitomani, nobili decaduti, principesse con il pallino di fare un film e sbarcare a Hollywood, attori scoppiati e registi finiti.

In mezzo, Masneri ha firmato varie altre cose: Steve Jobs non abita più qui (sempre Adelphi, 2020), viaggio – reportage nella Silicon Valley dove pure le chiese sono state trasformate in incubatori di startup, con gli algoritmi che sull’altare hanno preso il posto del Crocifisso; Stile Alberto (Quodlibet, 2021) dove Masneri racconta cos’è il “metodo Arbasino”, ossia un “brand di massimo lusso” della scrittura senza parenti prossimi e veri compagni di strada. E, ultimo, Dinastie – Da Prada ai Ferragnez, ritratti della vera nobiltà italiana. Quella senza blasone (Rizzoli, 2022) e pure, aggiungiamo noi, senza cachemire, perché anche sui nobili e i potenti, visti i tempi, tocca aggiornarsi. O démystifier (cit).

michele masneri paradiso adelphi

Masneri, per un autore italiano pubblicare, da vivo, un romanzo con Adelphi è più che una rarità. Lei come si sente?
“Posso fare un gesto apotropaico?”.

Prego.
“Ebbene sì, sono uno dei pochi italiani viventi, anzi morenti, pubblicati da Adelphi. Certo da quando pubblicano me mi sono un po’ scaduti (ride, ndr). È il secondo libro che faccio con loro, anche se questo è il primo romanzo. Ho lavorato benissimo con Ena Marchi, la storica editor, e con Roberto Colajanni che è il nuovo capo. Vecchia e nuova gestione”.

Paradiso è un romanzo che sprizza decadenza da tutti pori. Cosa l’ha ispirata?
“L’ozio e l’angoscia. Ho cominciato a pensarlo durante il periodo del Covid, quando mi aggiravo per una Roma deserta, abbandonata, quasi spettrale, con alcune strade, come via Nazionale, desolatamente sguarnite. A me piace molto la decadenza, la bazzico tanto, un po’ per lavoro e un po’ perché mi diverto a frequentare certi personaggi come il principe senza soldi, il finto nobile, il personaggio dolente arrivato alla fine del ciclo produttivo. Da questo punto di vista, Roma è molto generosa, è la Silicon Valley della decadenza. Se ti piace questo, sei nel posto giusto”.

Che fine hanno fatto i salotti? In passato da Maria Angiolillo si decidevano nomine e si facevano e disfacevano carriere.
“Spariti, perché la politica è cambiata, si fa sui social, e non ha più bisogno della legittimazione dei salotti per dare le carte. Per dire, la separazione della Meloni da Giambruno una volta sarebbe scaturita da una cena da Maria Angiolillo oppure da Sandra Carraro o  Sandra Verusio. Oggi, invece, va su Instagram”.

Dove si esercita allora il potere?
“Nel tinello di casa, come dimostra la Meloni. C’è solo la famiglia: la sorella, il cognato ministro, la segretaria sposata col capo scorta, gli amici stretti”.

Destra e sinistra?
“Non sono mai esistiti. Come dice Roberto D’Agostino, il più grande antropologo romano vivente, a Roma non esiste il centrodestra o il centrosinistra, ma solo il centrotavola”.

Ma qualche festa si farà ancora o no?
“Qualcosa resiste ancora dalla duchessa Marilù Gaetani d’Aragona sull’Appia antica, dove trovi il diplomatico, il cardinale… Un salotto politico è quello di Daniela Memmo d’Amelio. Però, in generale, la politica si è molto ristretta. Prima aveva anche un certo stile. Le signore invitavano Andreotti perché era brillante, oggi se arrivano certi politici anche le principesse poracce si sparano”.

I potenti veri chi sono allora?
“L’unico vero potere eterno a Roma è la Chiesa. Poi c’è quello che sempre D’Agostino chiama il deep state, i direttori generali, i funzionari dei vari apparati dello Stato che comandano senza apparire”.

Come in Addio, Monti, anche qui troviamo Roma, da un lato, e un gruppo di personaggi improbabili, dall’altro. L’atmosfera, però, è molto diversa.
“In effetti, ora che ci penso entrambi i romanzi sono ambientati in due luoghi chiusi. Il primo in un supermercato e Paradiso in questa specie di tenuta sul mare che, però, è un po’ claustrofobica. La differenza è che nel primo c’era una Roma meno decadente e con personaggi più vitali, questa è in putrefazione. Una città dove nulla cambia. Non a caso il libro inizia con un’immagine che mi ossessiona da quando mi sono trasferito qui: nelle vie romane ci sono tanti orologi pubblici e nessuno è regolato sull’ora giusta, perché nessuno ne cura la manutenzione. È un simbolo della città dove tutto è sempre uguale e aleggia una sorta di eterna anarchia, affascinante da un lato, ma che ti uccide lentamente, dall’altro. Tutto ciò che ha a che fare con Roma è sempre legato alla morte e Roma è la dimostrazione di quello che succede quando le rovine durano troppo a lungo, come diceva Andy Warhol. Non a caso ho ambientato diverse scene al cimitero del Verano”.

Dove Andreotti diceva di aver trovato la donna della sua vita.
“Questa è l’unica città che ha una Soho House con vista sulle tombe. Quelle del Verano, una città nella città. Roma ha cimiteri bellissimi come quello di Piramide dove è sepolto Gramsci, ma il Verano è delizioso, perché è costruito come una Roma in miniatura con le tombe divise tra i quartieri chic, tipo il Pincetto, e quelli malfamati”.

Cosa l’ha stregata della città?
“La luce abbagliante e seducente e la diffusa mancanza di fretta. Quando sono arrivato nel 1999, convinto da un amico siciliano, ho trovato una Roma in piena rinascita che si preparava al Giubileo e dove succedevano tante cose interessanti. Era la capitale dell’arte, il posto dove stare in Italia. Oggi è una città abbandonata, dove i turisti stranieri arrivano a frotte per vedere un luogo cristallizzato negli anni Cinquanta e dove il vecchio cameriere del ristorante ti riconosce e dove nulla funziona ma tutto, però, è avvolto nel fascino dell’eternità”.

Che infanzia è stata la sua?
“Campagnola”.

Dove?
“Sul lago di Garda. Mio padre, promettente architetto, sul fiorire degli anni Ottanta chiuse lo studio e se ne andò in campagna per fare il contadino facendoci spostare tutti da Brescia. Aveva la fissa dell’agricoltura bio, ma senza profitto, era un ambientalista idealista. Io facevo ancora l’asilo”.

Le piaceva la campagna?
“Oggi adoro quel posto. Credo che lui avesse capito tutto e spesso penso che mollare tutto sarebbe la mossa migliore da fare. Ma all’epoca l’odiavo, non c’era nulla per un ragazzino, ovviamente non c’era internet. Passavo il tempo leggendo le riviste di architettura di mio padre, Domus e Abitare, e gli articoli di Arbasino su Repubblica, senza capirci niente. A quindici anni tornai a Brescia, andando a vivere da mio nonno, per fare il liceo”.

È vero che voleva fare il diplomatico?
“Mi venne il pallino dopo che su Capital, rivista alla quale il nonno era abbonato, leggevo un sacco di articoli su questi ambasciatori fighissimi. Poi c’erano i diplomatici scrittori, Stendhal, Romain Gary, Carlo Dossi. Dopo il liceo andai a Gorizia, dove Andreotti aveva creato una scuola per i futuri grand commis di Stato. Un’altra sòla, scappai a Roma”.

Quando arriva al giornalismo?
“Dopo la laurea in Scienze politiche alla LUISS mi imbattei in un professore che mi disse: ‘Lei Masné de diplomazia non sa gnente de gnente, però scrive bbene. Deve fà il giornalista'”.

Poi com’è diventato Masneri?
“Mah, se intende ‘diventare Masneri’ come obiettivo di vita siamo messi  proprio male! Ho fatto tutta la gavetta. All’inizio a Dow Jones, l’agenzia del Wall Street Journal e poi al Riformista a scrivere di economia. Poi sono arrivato al Foglio come collaboratore e poi assunto. Un giorno mi mandarono a seguire il lancio del nuovo partito di Montezemolo e scrissi un pezzo spiritoso che piacque. Addio economia, per fortuna”.

Giornalista di costume.
“Ho sempre cercato di scrivere quello che mi piace leggere. In Italia, storicamente, il giornalismo di costume è sempre stato considerato un genere di serie B, e per questo gli uomini l’hanno rifilato a donne (bravissime) come Irene Brin, Camilla Cederna, Natalia Aspesi. Unica eccezione, in parte, Arbasino”.

Massimo Fini ha detto che in passato un editoriale del Corriere della Sera poteva far cadere un governo e oggi la carta stampata non conta più nulla. Chi conta allora nei media?
“I giornali contano solo per andare in tv. Infatti, contano la Rai e tutta la televisione perché la tv generalista, che all’estero è in caduta libera, da noi regge ancora di brutto. Poi c’è Dagospia che leggono tutti. Nessuno, quando è nato, avrebbe mai pensato che sarebbe diventato la prima fonte d’informazione tra gli addetti ai lavori e anche per moltissimi italiani. Dopo tanti anni è ancora lì”.

michele masneri nella foto di massimo sestini

Masneri nella foto di Massimo Sestini

Come cambia l’approccio alla scrittura quando scrive per i giornali rispetto ai romanzi?
“Nel giornale devi smontare il quadro per raccontarlo e farlo vedere, nella fiction devi ricostruirlo e mettere un elemento dopo l’altro, invogliando il lettore ad andare avanti. Fare questo passaggio per me è molto faticoso, i miei editor mi dicono sempre di non mettere troppa roba per creare suspence. Diciamo che sono due sport diversi: uno è la maratona e l’altro il salto in alto”.

Lei perde tanto tempo per andare in giro, incontrare, chiacchierare. Un giornalismo d’altri tempi.
“Ormai è rarissimo e ringrazio Il Foglio che mi permette di farlo. Se c’è una cosa che mi fa tristezza sono gli articoli che parlano di cose che il giornalista poraccio non ha visto, soprattutto se si tratta di una mostra, un evento, un congresso politico, un personaggio. Il novanta per cento degli articoli di oggi è una rielaborazione di comunicati stampa. Ma arricchiti da una spruzzata di refusi, che poi rimangono per sempre nel cimitero dell’internet. Tutti temono l’intelligenza artificiale, ma io non vedo l’ora che arrivi, con ChatGPT sarebbe un progresso, perché almeno l’intelligenza artificiale conosce la grammatica e la sintassi”.

Va sui posti, scrive di costume. Non si sente un po’ un reperto archeologico?
“Certo, ormai siamo come dei liutai o gli impagliatori di sedie (anzi una sottocategoria, di Thonet). Ma forse, sommersa di news sgrammaticate, la gente ha ancora voglia di divertirsi, leggere punti di vista diversi, laterali, reportage fatti con un po’ di cura fuori dal mainstream. O magari è solo una mia illusione”.

È più ottimista di Barry Volpicelli, l’ex giornalista del suo romanzo, che non si sa bene cosa faccia e gira per Roma su una vecchia Rolls Royce targata California.
“Se c’è un morto nel libro non è lui, ma il giornalismo, con la storia di questo freelance che lavora in una rivista fighetta di Milano che fallisce proprio mentre lui sta facendo l’intervista al regista Maresca, dopo averlo inseguito a lungo. E Barry, con grande cinismo, gli dice che l’unica forma di giornalismo che oggi è rimasta ed è in grado di sopravvivere è rappresentata dai necrologi…”.

Una battuta sarcastica.
“Ma con un fondo di verità. Una volta ho fatto un’inchiesta e ho scoperto che il trenta per cento degli introiti dei giornali arriva proprio dai necrologi. Negli Stati Uniti i quotidiani locali sono stati i primi ad essere spazzati via dalla crisi, in Italia no perché ci sono gli obituaries che li tengono ancora in piedi”.

I morti che mantengono i vivi.
“Il mio sogno è fare un giornale solo di reportage e necrologi. Bruno Vespa mi raccontò di aver iniziato vendendo necrologi per Il Tempo quando era corrispondente dalla sua città, L’Aquila, e poi ha fatto carriera”.

Sono una lettura deliziosa, in effetti.
“È la prima cosa che leggo la mattina perché ci sono abituato da ragazzino. Mia nonna apriva il giornale e diceva: ‘Vediamo che bei morti ci sono oggi’. Non era cinismo, ma affetto. In provincia ci si conosce tutti. Certo, una volta c’erano delle regole nello scrivere gli annunci, una gerarchia precisa, prima il o la consorte, poi i figli, i fratelli, i nipoti…”.

E oggi?
“Adesso è tutto incasinato, non si capisce niente. C’è anche chi compra un’intera pagina, a colori. A Roma, poi, sono molto belli quelli dei nobili veri e soprattutto finti, perché c’è un sacco di falsi nobili. Sui necrologi dei giornali locali si leggono cognomi assurdi, palesemente inventati… è uno spettacolo”.

Nomi.
“Non posso. Una delle poche querele che ho preso nella mia vita è arrivata da una signora dal cognome altisonante e inventato della quale avevo scritto che era finto. A Roma c’è questo mondo di falsi aristocratici che poi si frequentano tra di loro e si scambiano onorificenze farlocche. In qualunque altra città sarebbero banditi, a Roma vengono tollerati e anzi integrati tra i veri, è una città meravigliosa”.

E a Milano ce ne sono di nobili?
“Sì, ma pochi e veri, e lavorano. Per il resto non gliene frega niente a nessuno di inventarsi cognomi. Preferiscono inventarsi mestieri. Sotto la Madonnina ci sono altri tipi di sòle, forse di più che a Roma. Solo che nella Capitale te le aspetti: a Milano, siccome sono tutti apparentemente seri, vedi personaggi incredibili tipo finti influencer e finti comunicatori, compresi molti romani che si sono piazzati lì e organizzano cenacoli per fare quattrini. Come dice Enrico Vanzina, Milano non ha gli anticorpi contro le sòle”.

Esiste ancora la borghesia in Italia?
“A Roma non c’è mai stata; a Milano, oltre a quella classica, avanza quella dei giovani creativi, che rappresenta un palcoscenico sociale molto interessante e inquietante. Si presentano tutti ben vestiti, tutti si autodefiniscono creativi, ti raccontano idee fighissime ma non capisci mai che diavolo di mestiere fanno. Una volta l’ho chiesto a una ragazza e si è offesa. Spesso sono figli di papà che vengono da fuori e recitano una specie di parte e poi tornano in provincia. Oppure sono ceo di qualcosa, tutti founder, tutti con delle startup stranissime, però quando gli chiedi dove abitano ti rispondono: ‘Siamo sette in un seminterrato a Quarto Oggiaro’. Adesso ci sono molti romani immigrati, trovi camerieri e tassisti romani. I romani sono i nuovi pugliesi a Milano”.

Nel libro c’è una scena irresistibile con un’influencer chiamata da alcuni aristocratici romani che vogliono rilanciare il proprio castello diroccato.
“Lei arriva nella tenuta senza avere la minima idea di cosa fare e alla fine succede un casino. Ho messo questo clash tra creator milanesi e nobiltà decaduta romana perché mi sembrava irresistibile ed è anche, un po’, lo spaccato del Paese”.

A proposito di sòle… ma la Dolce Vita, che fa da sfondo dolente ai protagonisti di Paradiso, non è stata una grande sòla?
“Una sòla totale. In realtà non è mai esistita, però ancora oggi la gente passa da via Veneto e sospira nostalgica: ‘Ah, quando c’era la Dolce Vita…'”.

Com’è nata allora?
“Grazie a Fellini che era un grande inventore di mondi. La Dolce Vita è stata una splendida operazione di pr. A fine anni Cinquanta un gruppo d’intellettuali, tra cui Ennio Flaiano, Arbasino e il poeta Cardarelli, si ritrovavano in un bar della zona a chiacchierare. Flaiano lo raccontava sui giornali, e Fellini, che cooptava i giornalisti per scrivere i film, colse subito la palla al balzo e si è inventato una cosa che non è mai esistita nella realtà ma che è diventata un mito internazionale. La vera Dolce Vita romana riguardava il mondo degli aristocratici e dei nobili che organizzavano feste sopra le righe, anche un po’ cafonal, a base di alcol e sesso, non certo gli attori del cinema inseguiti da qualche paparazzo”.

Steve Jobs non abita più qui masneri.jpg

A giugno i registi e sceneggiatori del suo romanzo si trasferiscono tutti a Capalbio, dove all’ultime elezioni ha trionfato Fratelli d’Italia. Altro che capitale dei radical chic.
“Quella Capalbio è finita vent’anni fa, ma ancora la raccontano come la ‘piccola Atene’, come se ci fosse ancora Occhetto che bacia la moglie sotto gli ulivi. Ormai Capalbio è un posto di vacanza come Forte dei Marmi, popolato da ricchi che girano in Lamborghini e Ferrari. Gli unici politici di centrosinistra che ci vanno ancora sono Calenda e Rutelli. Non proprio dei bolscevichi. Eppure, a leggere certi reportage, sembra che sia una ridotta dell’Urss”.

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Se dovesse fare un titolo sulle ultime elezioni?
Weekend elettorale con il morto, visto che il nome di Berlusconi era ancora sulla scheda elettorale e molti lo hanno pure votato. Oppure: Due donne e un morto perché oltre a B. hanno vinto la Meloni ed Elly Schlein e il centro è sparito”.

Il fenomeno Vannacci nasce dall’eccesso di politicamente corretto?
“Nasce dal cortocircuito che c’è in Italia per cui siamo un Paese dove si è sempre detto di tutto, dal turpiloquio agli insulti, anche in Parlamento o in prima serata in tv, e dove il fenomeno della cancel culture non sarebbe possibile perché siamo totalmente anarchici e sciatti eppure oggi si grida alla censura e tutti dicono che non si può più dire niente. Il politicamente scorretto in Italia è inteso come poter dire ‘froci’. Il ‘non si può più dire niente’ è diventato un business, e questo è paradossale in un Paese dove si è sempre detto di tutto e di più”.

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Cosa ha letto di recente che le è piaciuto?
“Sono fan di Alessandro Piperno, perché pochi scrittori italiani riescono a raccontare la borghesia come lui. Il suo ultimo romanzo, Aria di famiglia, mi è piaciuto molto. Poi I figli sono finiti di Walter Siti, ritratto impietoso della borghesia milanese ai tempi del Covid”.

Le piace il Premio Strega?
“È una grande cerimonia romana alla quale almeno una volta nella vita bisogna andare, anche perché trovi tutta la gamma di ex: ex assessori, ex giovani, ex sindaci, ex nobili, ex politici, ex intellettuali. Un grande spaccato di romanità che non a caso si svolge in un (bellissimo) museo”.

Se dovesse dettare il suo epitaffio?
“Come diceva Mario Monicelli di sé: non è mai stato alle Maldive”.

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