La scrittrice, saggista e attivista britannica Virginia Woolf è stata una pioniera della tecnica del flusso di coscienza e una delle più importanti intellettuali femministe del primo ‘900: i suoi romanzi (fra cui spiccano “Gita al faro” e “La signora Dalloway”) vengono tuttora letti e studiati in tutto il mondo, mentre con i saggi “Una stanza tutta per sé” e “Le tre ghinee” ha lasciato un’impronta indelebile sulle riflessioni legate alle questioni di genere che avrebbero attraversato tutto il XX secolo – Un percorso dedicato alla (ri)scoperta della vita e dei libri della grande autrice inglese

Virginia Woolf e Sigmund Freud si incontrano di persona nel 1939. Lei una decina di anni prima aveva pubblicato la sua opera omnia con Hogarth Press, la casa editrice fondata con il marito Leonard Woolf. Lui, quando la vede, le regala un narciso.

Ci troviamo alle soglie della seconda guerra mondiale, ed entrambi nutrono una forte preoccupazione per le sorti collettive, tenendo conto della recente devastazione della Grande Guerra, oltre al fatto che entrambi condividono un profondo interesse per i meandri della mente umana: Freud è il padre della psicoanalisi, mentre Virginia Woolf è una delle prime pioniere del flusso di coscienza in letteratura, acuta osservatrice in grado di restituire i moti dell’animo umano nella descrizione di uno sguardo, ma le cui capacità introspettive non basteranno a salvarla da una tragica fine

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I traumi della giovinezza

Nata Adeline Virginia Stephen, e figlia dallo storico e critico Leslie Stephen e della modella Julia Jackson, Virginia Woolf cresce circondata dall’affetto dei suoi familiari, in un ambiente intellettualmente stimolante nel quale entra in contatto con alcune delle maggiori figure della cultura vittoriana, fra cui Henry James e T.S. Eliot.

Virginia e la sorella Vanessa non possono tuttavia frequentare gli istituti scolastici, al contrario dei loro fratelli: uno stato di imposta minorità che non impedisce alle due ragazze di saccheggiare la biblioteca paterna e formarsi grazie all’aiuto dei genitori. La futura scrittrice si costruisce così un sapere tanto raffinato quanto autodidatta, nonché la consapevolezza di aver avuto, per il solo fatto di essere nata donna, delle possibilità inferiori già in partenza.

È forse anche per questo motivo che, fin dalla più giovane età, Virginia Woolf guarda ai pomposi frequentatori dei salotti di casa con sospetto, ritrovando in loro, al netto di un’innegabile caratura intellettuale, una sostanziale ristrettezza di vedute.

Nonostante l’iniziale serenità familiare, l’autrice sarà ben presto costretta ad affrontare traumi e difficoltà di seria portata, a cominciare dalla morte della madre, quando lei è ancora una ragazzina, passando pochi anni dopo per quella della sorellastra Stella (figlia di primo letto di sua madre) e del padre. Tutte esperienze che condurranno Virginia, di carattere già ipersensibile, alla prima di molte crisi psichiche, e a cui si aggiungeranno le violenze sessuali subite da parte del fratellastro George, che contribuiranno a minare la stabilità mentale della scrittrice.

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Virginia Woolf e il Bloomsbury Group

Copertina del libro La signora Dalloway di Virginia Woolf

L’enorme peso psicologico sopportato da Virginia Woolf durante tutta la sua esistenza non le impedisce però di diventare una donna socievole, amante della buona compagnia e sempre pronta al dibattito intellettuale.

È inoltre con la sorella Vanessa che Virginia anima il Bloomsbury Group, un collettivo di giovani intellettuali londinesi che prende nome dal quartiere dove le due sorelle vivevano e che, fra i suoi membri, accoglie quel Leonard Woolf che Virginia, proponendosi lei per prima, sposerà nel 1912 prendendone il cognome. Il gruppo è eterogeneo, formato da personalità appassionate di narrativa e poesia come di saggistica, di musica, di arte e perffino di economia (ne fa parte, tra gli altri, anche John Maynard Keynes).

Copertina del libro Gita al faro

È in questi anni che Woolf comincia a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, prima come giornalista e poi cimentandosi nella narrativa e nella saggistica. La sua è una poetica dell’impressione, segnata da piccoli elementi, movimenti, sguardi, inflessioni, si uniscono per creare una precisa lente sul mondo. La scrittrice indaga infatti ogni aspetto dell’esistente, passando dalla dimensione esteriore a quella interiore come giocando con degli specchi.

Il lirismo di cui sono intrise le sue opere, pur essendo così pervasivo, non la spinge peraltro a sacrificare l’indagine psicologica: anzi, semmai la traghetta ancora più lontano, portando a delle rivelazioni epifaniche che lei definisce “momenti di essere“.

Non è un caso, peraltro, che proprio Virginia Woolf sia passata alla storia per essere stata tra le prime intellettuali a perfezionare lo stream of consciousness insieme al grande autore irlandese James Joyce. Una tecnica propria del modernismo, forse meno potente nei suoi primi testi, tra i quali figura il romanzo La crociera (Newton Compton, traduzione di Luciana Bianciardi) del 1915, ma che verrà magistralmente sviluppata nelle sue pubblicazioni più mature e significative, come La signora Dalloway (Garzanti, traduzione di Alba Bariffi) del 1925 e Gita al faro (Garzanti, traduzione di Giulia Celenza) del 1927.

Gli amori di Virginia Woolf

Copertina del libro Orlando di Virginia Woolf

Nel corso della sua travagliata vita, Virginia Woolf ebbe tre grandi “amori“, benché molto diversi l’uno dall’altro: il marito Leonard Woolf, l’amico fraterno Lytton Strachey e la poetessa e scrittrice Vita Sackville-West. Leonard è il perno della sua quotidianità, si prende cura di Virginia durante le sue crisi e nel 1917 compra una stampatrice per aiutare la moglie a incanalare le sue energie creative, fondando così insieme a lei la Hogarth Press, che diventerà negli anni un’attività consolidata.

Il loro rapporto è comunque caratterizzato da diverse ombre e forme di disfunzionalità, che tra le altre cose porteranno Virginia Woolf a legarsi a un’altra voce della saggistica e della critica britannica di quel tempo, a sua volta membro del Bloomsbury Group. Si tratta appunto di Lytton Strachey, che per di più aveva chiesto in sposa Virginia Woolf ed era stato da lei rifiutato, ma che non per questo aveva smesso negli anni di starle accanto e di intessere con lei un fitto scambio umano ed epistolare, raccolto di recente nel volume Ti basta l’Atlantico? (nottetempo, traduzione di Chiara Valerio e di Alessandro Giammei).

A Vita Sackville-West, che invece è legata a Virginia da un turbolento trasporto amoroso e da una confidenza profondissima (a sua volta segnata da un’ampia corrispondenza ricostruita in Scrivi sempre a mezzanotte, Feltrinelli, a cura di Elena Munafò), la scrittrice si ispirerà per una delle sue opere più visionarie: il romanzo Orlando (Garzanti, traduzione di Bianca Bernardi) del 1928.

Nella visione dell’autrice, Vita non sarebbe altri che Orlando stesso, il protagonista del libro, nato uomo e diventato donna, e che attraverserà numerose trasformazioni tanto nel fisico quanto nella mente durante un’esistenza lunga ben trecento anni (più nello specifico, dal XVII al XIX secolo).

Virginia Woolf, un’intellettuale femminista

Quando Virginia Woolf muore suicida nel marzo del 1941, la sua opera non gode ancora della considerazione che le diamo oggi. Se c’è stata una riscoperta dell’autrice, accompagnata da una lettura analitica che le è valsa la permanenza in programmi scolastici e antologie, è alla critica femminista degli anni ’70 che si deve in particolar modo.

Un interesse maturato da principio silenziosamente e poi esploso nei collettivi di attiviste, di cui Virginia Woolf sarebbe stata di certo felice: lei che a cavallo tra ‘800 e ‘900 aveva gettato le basi per alcune delle questioni di genere ancora ampiamente dibattute a ottant’anni dalla sua morte.

Copertina del libro Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, testo cardine del femminismo del '900

Pensiamo al celeberrimo Una stanza tutta per sé (Garzanti, traduzione di Alessio Forgione), saggio pubblicato nel 1929 e in cui viene rimaneggiato il testo concepito per due conferenze che la scrittrice aveva tenuto l’anno precedente. Non è difficile ritrovare al suo interno gli echi della mancata istruzione di Virginia Woolf, che incentra la sua discussione sulla necessità, per le donne, di poter avere libero accesso al mondo culturale e a una formazione completa – con una rivoluzionaria riflessione sul linguaggio che cerca di decostruire l’influenza patriarcale sul modo in cui comunichiamo.

Copertina del libro Le tre ghinee

Su tematiche simili è incentrato anche Le tre ghinee (Feltrinelli, traduzione di Adriana Bottini), testo del 1938 che spinge a riflettere sulla connessione tra un potere esclusivamente maschile e il militarismo. Le “tre ghinee” a cui l’autrice fa riferimento sono infatti l’espressione metaforica dei campi in cui si dovrebbe investire per invertire positivamente lo status quo sociale.

Qui Virginia Woolf torna dunque a occuparsi di argomenti a lei molto cari: quello dell’istruzione femminile e quello dell’indipendenza economica, che può essere garantita alle donne solo facendole accedere liberamente al mondo professionale. Con l’auspicio finale, forse più astratto dei precedenti, di un’associazione pacifista di sole donne che possa ribaltare il mondo per come lo conosciamo.

Al giorno d’oggi, lo sappiamo, il dibattito femminista rimane più vivo che mai, così come lo restano le lotte per il riconoscimento di tanti diritti auspicati a suo tempo già da Virginia Woolf, che in gran parte del mondo (anche Occidentale) sono ancora lontani dal risultare pratiche effettive e tutele concrete della vita quotidiana. Ed è questo, al di là del suo spirito innovatore e del suo straordinario contributo alla letteratura inglese e internazionale della prima metà del XX secolo, a rendere le idee di Virginia Woolf più vive e più attuali che mai…

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