“Il significato di ‘cosa’ è più ampio di quello di ‘oggetto’. Le cose rappresentano nodi di relazioni con la vita degli altri, anelli di continuità tra le generazioni, ponti che collegano storie individuali e collettive, raccordi tra civiltà umane e natura…”. Le parole di Remo Bodei sintetizzano bene l’enormità delle storie che gli oggetti sanno contenere e raccontare. Da questa certezza ha preso vita una lista di libri dedicati alle “cose” e ai personaggi, alle relazioni e agli aneddoti che portano con loro: da “L’invenzione della solitudine” di Paul Auster a Il museo dell’innocenza di “Orhan Pamuk”, passando per il nuovo romanzo di Matteo Bussola (“Il sole nelle pozzanghere”) e…
Nel 2014 mi laureavo all’Università di Torino in Comunicazione Interculturale, un’interfacoltà che incrociava antropologia, sociologia e lingue orientali. Un percorso incredibile, destinato a obiettivi professionali del tutto intangibili. Impossibile rispondere alla domanda “e quindi cosa puoi fare dopo?“, se il tuo Corso di Laurea è Comunicazione Interculturale.
Dodici anni dopo, inaspettatamente, un lavoro ce l’ho e – insieme – anche una lunga bibliografia che, nel tempo, mi è tornata molto utile.
Tra i miei libri preferiti ce n’è uno che faceva parte della lista di manuali da studiare all’interno del corso di antropologia culturale. Il titolo è Cose che parlano di noi. L’autore Daniel Miller (Il Mulino, traduzione di Emanuele Coccia).
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Professore all’University College London (UCL), Miller è considerato un pioniere dell’antropologia digitale. I suoi studi si concentrano sull’impatto dei social media e sulla cultura materiale. Nel suo Cose che parlano di noi, infatti, l’autore, – come scrive Marco Belpoliti -, raccoglie “dodici storie di vita che, se non sono letteratura, poco ci manca. Miller dice di essere un antropologo, ma a lettura terminata non si può fare a meno di pensare che è anche uno psicologo e uno scrittore”.
E, in effetti, questo libro è qualcosa di più articolato di un “semplice” saggio. È una lettura profonda e incredibilmente empatica di una serie di persone che abitano la città di Londra. E, questa lettura, è fatta attraverso gli oggetti che popolano le loro case: “Con gli oggetti, acquistati o ereditati, ricevuti o trovati, allestiamo il teatro intimo della nostra esistenza”. Che cosa piccola e gigantesca questa.
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Quando ho letto dell’uscita de Il sole nelle pozzanghere di Matteo Bussola (Einaudi Stile Libero), dunque, ho pensato immediatamente a Miller e a come i due libri potessero dialogare bene tra loro.

La quarta di copertina de Il sole nelle pozzanghere dice: “Ogni oggetto custodisce una storia. Ci ha visti amare, piangere, stringerci a qualcuno, restare soli. Gli oggetti che ci sono appartenuti sanno chi siamo stati o chi siamo, e se potessero parlare racconterebbero la verità su di noi”. Non vi sembra familiare? Lo sguardo di Bussola è, però, più sognatore rispetto a quello di Miller.
Il protagonista del suo libro è il signor Pi, un rigattiere che, per mestiere, recupera oggetti usati, rotti o difettosi, per rimetterli in circolo. Il signor Pi conosce benissimo il valore degli oggetti e, per questo, non ripara soltanto loro, ma anche ferite, rimpianti e relazioni rotte. È un romanzo quasi fiabesco questo, ma pieno di vita vera. O, meglio, di tutte le vite vere possibili.
Così ho pensato di fare un lavoro simile a quello del signor Pi: lasciarmi guidare dagli oggetti e risalire la trama dalle loro storie. Il risultato è una lista di libri che parlano di “cose” e che, quindi, raccolgono infinite vite.
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Neil MacGregor, La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi)

Neil MacGregor – storico dell’arte britannico, ma anche direttore della National Gallery di Londra dal 1987 al 2002 e direttore del British Museum dal 2003 al 2009 – ha scritto questo pezzo incredibile di letteratura. Dal suo curriculum, forse, potevamo aspettarcelo. La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi, traduzione di Marco Sartori) racconta la storia dell’umanità attraverso cento reperti provenienti da epoche e civiltà diverse. La tesi dimostrata da quest’opera è che gli oggetti sono in grado di rivelare molto di più di quanto non sappiano fare i grandi eventi politici. Dalla preistoria ai giorni nostri, ogni manufatto diventa il punto di partenza per esplorare culture, innovazioni, credenze e connessioni che hanno plasmato il mondo e, dunque, anche il nostro presente.
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Ines De La Fressange, Marin Montagut, Sotto i tetti di Parigi (L’Ippocampo)

Torniamo a una narrazione sognante e fiabesca con Sotto i tetti di Parigi (Ippocampo, traduzione di Vera Verdiani). Ines de la Fressange, icona di stile, e Marin Montagut, artista-globe trotter, hanno fatto un lavoro simile a quello di Miller: raccontare le persone attraverso le loro case (e con fotografie e acquarelli pazzeschi). I due autori – entrambi appassionati di “interni arredati con oggetti scovati nei mercatini, ricordi di viaggi o reperti trovati nella soffitta di famiglia” – hanno girato tutta Parigi per raccontarci una quindicina di case, tutte arredate con grande personalità: “Ogni casa rispecchia l’universo del proprietario, evoca i materiali che ne creano il calore e il carattere, svela i segreti di un arredamento poetico e mostra quanto i collage, le serigrafie e le collezioni di vecchi oggetti possano arricchire una stanza”.
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Orhan Pamuk, Il museo dell’innocenza (Einaudi)

Con Orhan Pamuk – scrittore turco Premio Nobel per la Letteratura nel 2006 – siamo di fronte a uno dei più grandi narratori “delle cose”. Nel suo Il museo dell’innocenza (Einaudi, traduzione di Barbara La Rosa Salim) Pamuk costruisce una narrazione romantica e travagliata poggiata proprio sugli oggetti. Kemal Basmaci, 30enne rampollo di una famiglia altolocata di Istanbul, incontra per caso una commessa di straordinaria bellezza, Füsun. Lei ha 18 anni ed è una sua lontana cugina. Inizia così l’amore ossessivo di Kemal per Füsun, in una conservatrice Istanbul anni ’70, nella quale un amore così non era destinato a un lieto fine. La passione di Kemal e Füsun diventa una lunga attesa, che si trasforma proprio in una collezione di oggetti. Per otto lunghi anni, Kemal continua a frequentare Füsun in assoluta castità e, durante questo tempo, raccoglie un’infinità di oggetti che la riguardano: cagnolini di porcellana, apriscatole, righelli, orecchini, mozziconi di sigarette, ditali, saliere, mutandine, grattugie per mele cotogne. Quella raccolta di oggetti è oggi un luogo fisico, visitabile a Istanbul nel distretto di Beyoğlu. La storia è una storia di finzione, ma il museo e il valore degli oggetti sono assolutamente reali.
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Paul Auster, L’invenzione della solitudine (Einaudi)

Romanziere, saggista, poeta, regista e molto altro, Paul Auster è stato uno dei più grandi protagonisti della letteratura contemporanea, statunitense e mondiale. La sua scrittura – fatta di fantasmi, psicanalisi, indagini e sparizioni – viene inserita nel panorama del Postmodernismo, ma resta unica nel suo genere. Celebre per la sua Trilogia di New York, Auster ha scritto e tradotto una lunga serie di altre storie e una di queste è dedicata proprio a oggetti e memoria. L’invenzione della solitudine (Einaudi, traduzione di Massimo Bocchiola) è un memoir nato dalla morte improvvisa del padre, che diventa l’occasione per riflettere sui legami familiari, sulla memoria e sull’identità. A qualche settimana dal funerale, infatti, Auster si ritrova nella grande casa del padre ormai deserta. Casa di un uomo che, per tutta la vita, aveva vissuto lontano dal mondo e dagli affetti. “E accostando i frammenti sparsi di un’esistenza pressoché estranea, facendo lo spoglio delle carte e degli oggetti personali di quel padre che era sempre parso distante e sfuggente, Auster si imbatte nelle testimonianze di un lontano delitto che aveva scosso la vita della famiglia all’inizio del secolo”. Gli oggetti diventano così protagonisti e narratori di una storia altra, ma anche occasione per riflettere sulla difficoltà di essere figli e padri.
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Remo Bodei, La vita delle cose (Laterza)

Remo Bodei – filosofo e docente universitario – ci accompagna attraverso la storia degli oggetti e, di conseguenza, attraverso la storia dell’uomo in un libro che è a metà tra un saggio e un racconto d’avventura. “Dagli utensili preistorici in pietra, osso o legno alle prime produzioni ceramiche, dalle macchine ai computer, le cose hanno percorso una lunga strada assieme a noi. Cambiando con i tempi, i luoghi e le modalità di lavorazione, discendendo da storie e tradizioni diverse, ricoprendosi di molteplici strati di senso, hanno incorporato idee, affetti, simboli di cui spesso non siamo consapevoli. Il significato di ‘cosa’ (contrazione dal latino ‘causa’, quanto ci sta a cuore e per cui ci si batte) è, infatti, più ampio sia di quello di ‘oggetto’ […]. Le cose rappresentano nodi di relazioni con la vita degli altri, anelli di continuità tra le generazioni, ponti che collegano storie individuali e collettive, raccordi tra civiltà umane e natura”.
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