Torna in libreria Paolo Di Paolo (finalista al Premio Strega 2024 con “Romanzo senza umani”), con il racconto di un’estate della fine del ‘700, in una cittadina in riva al lago. Protagonisti sono Zimmer e de Marville, che stringono un’amicizia imprevista (e intensa): quando uno dei due scompare, l’altro se ne sente responsabile. Due secoli dopo, il narratore consegna a sua figlia il racconto di quel periodo indimenticabile… “Tremare” (di cui proponiamo un estratto) racconta soprattutto le contraddizioni dei vent’anni anni, tra la paura di fallire e i sogni “a portata di mano”
L’ultima estate del ‘700, un paesino costruito sulle rive di un fiume e una popolazione che riempie il tempo scrivendo, parlando di filosofia, fumando, bevendo, e vivendo all’insegna di una disputa interiore tra ragione e sentimento: essa “brucia così forte nell’aria, nelle teste e nei cuori, da segnare il destino di tutti”.
È questa la cornice in cui si apre Tremare, il nuovo romanzo di Paolo Di Paolo: a pubblicarlo è La Nave di Teseo, che l’anno scorso ha proposto una nuova edizione di Raccontami la notte in cui sono nato, il suo romanzo d’esordio, con una postfazione dell’autore stesso.

Nel nuovo libro, fuori da un teatro nasce un’amicizia imprevista, che getta le sue basi sull’intensità tipica dei 20 anni, con la condivisione di gioie, dolori, ambizioni, entusiasmi, paure: i due protagonisti, Zimmer e de Marville, vivono in un mondo che sembra essere insieme lontano ed estremamente vicino al nostro tempo.
Finché… di Zimmer non si perdono le tracce. E de Marville comincia a cercarlo, ostinatamente convinto di essere lui il responsabile di quella sparizione.
Ai giorni nostri, due secoli dopo, il narratore della storia (svelando involontariamente un ritratto di sé in cui è dipinto come “un romantico mascherato da illuminista, un essere umano ossessionato dal bisogno di scrivere”), racconta quell’estate indimenticabile a una destinataria particolarmente speciale: sua figlia.
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Ecco che, inevitabilmente, una parte dell’autore si palesa nella narrazione, “come romantico mascherato da illuminista, come essere umano votato a un illogico e vitale bisogno di scrivere. Come padre che consegna a una figlia la sua eredità di parole”.
Ricordiamo che Di Paolo, tra le altre cose giornalista e curatore di festival, è stato finalista al Premio Strega nel 2013 con Mandami tanta vita e nel 2024 con Romanzo senza umani, un libro che si interroga circa gli “incidenti emotivi” della vita di ognuno (entrambi usciti con Feltrinelli), e nel corso della sua carriera ha spaziato dai romanzi ai racconti, dalla saggistica alle opere per ragazzi e per il teatro.
L’autore ha approcciato anche la scrittura in versi: nel 2024 è uscito Rimembri ancora, un libro di poesie edito da il Mulino, e in occasione della pubblicazione, in una riflessione sul nostro sito, Di Paolo aveva sottolineato l’importanza della scrittura come testimone silenzioso passato di mano in mano, instaurando un dialogo costante tra passato e presente.
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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto dal nuovo romanzo:
Quello che sto scrivendo adesso c’entra anche con il rassegnarsi? Non sono sicuro della risposta.
C’entra però con una tua mattina di scuola – lontana per te che leggi, vicina per me che scrivo, spettatore della tua infanzia ancora in corso.
Una delle tue maestre, sapendo dei miei libri, ti aveva chiesto quando ne sarebbe uscito uno nuovo. Volevi capire che cosa risponderle.
“Non lo so.”
“Perché non lo sai?”
“Ci vuole tempo.”
“Papi.”
“Dimmi.”
“Che storia è?”
“Una storia da grandi.”
“Raccontamela.”
“Quando sarai grande.”
“Prometti.”
Mantengo la promessa che tu hai dimenticato in fretta. La mantengo perché, nel frattempo, ho deciso che quel romanzo non lo scriverò.
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L’ho deciso in un giorno – no, non è vero: almeno una dozzina di giorni, non li ho contati, in cui l’eco della frase di un professionista dell’editoria (un navigato ex ragazzo che copre di barba la sua faccia, si sarebbe detto una volta, di bronzo) ha lavorato in me.
È vero, bisogna riconoscerlo, le conversazioni con gli altri ci trasformano. Diamo così poco peso alle chiacchiere che scambiamo! E invece possono spingerci a cambiare strada. Possono perfino ucciderci.
Comunque: ho sempre avuto l’impressione, parlando con quel tipo, che rispetto a me si giudicasse forse non più intelligente e nemmeno più colto, ma di sicuro più furbo. Gli occhietti scuri dietro le lenti brillano di una divertita aria di sufficienza, e si fanno più impazienti di fronte al letterato fuori tempo che mi considera.
Fatto è che, al suo chiedermi svagatamente notizie sui progetti futuri (è una domanda che si pone, nell’ambiente, come una stupida formalità amichevole, sicuri che la risposta non sarà sbalorditiva), ho fatto l’errore imperdonabile di evocare Zimmer e de Marville.
Figure di un’epoca remota, materiale ai suoi occhi polveroso, stantio, inerte. Dev’essersi morso la lingua per evitare di gelarmi. Si è limitato invece a chiedermi, perentorio: “Non hai un piano B?”
Senza attendere che gli dicessi sì o no, mi ha fatto osservare come i lettori ormai pretendano, così ha detto, un contratto molto preciso con gli autori. Trasparente, mio caro. O il genere codificato…
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Oppure?
Oppure una storia in cui lo scrittore si metta veramente a nudo.
L’avverbio suonava come un rimprovero: “Devi raccontarti con sincerità e spietatezza, caro, mettere le viscere sul tavolo. Lavorare sui tuoi traumi. Sulle falle del vissuto, sugli squilibri del tuo io. Solo questo può fare finalmente la differenza per te!”
“La differenza?”
“La differenza, amico mio. Affida alla carta l’imbarazzante, il sordido, l’indicibile su te stesso, sui parenti…”
Amen, mi sono detto lì per lì, convinto di dimenticare il biasimo distillato nel primo e nel secondo avverbio. E forse sarebbe avvenuto: se non avessi nominato Zimmer e de Marville.
Credo di avere compreso in quell’occasione la prudenza degli artisti, sempre un po’ recitata, nello svelare ciò su cui sono al lavoro: “Non posso ancora parlarne!”, “Scusami ma non dico niente.” Fanno bene.
La mia fede nei confronti di quei tizi che mi comparivano davanti di continuo, mi occupavano metà dei pensieri, o peggio, si sovrapponevano a gran parte dei pensieri
…Zimmer che prende l’aereo con me e mostra la sua carta di imbarco… che vertigine, per uno che semmai si stupisce alzando gli occhi verso una mongolfiera! Zimmer mio vicino di posto che guarda stupito il reticolo luminoso di una città dall’alto, di notte… la luce elettrica!
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De Marville mentre cucino… o mentre salgo sull’autobus…
De Marville e Zimmer mentre ti accompagno a scuola…
Zimmer che mi fa rimbombare nella testa il suo rimuginio mentre parlo con qualcuno di un argomento che ha già smesso di interessarmi…
De Marville, libertino incallito, davanti a un video porno. Che effetto potrebbe fargli?
Sì, ora scendo a buttare la spazzatura…
Zimmer si infila nell’ascensore… Zimmer e de Marville restano a guardare un telegiornale in cui campeggia il faccione di quel grosso, vecchio tacchino di Donald Trump…
questa fede, dicevo, è crollata sotto le parole dell’editor cinico.
La vergogna mi ha sopraffatto. È vero che si può essere presuntuosi nel difendere i propri slanci creativi, ma è altrettanto vero che si può, viceversa, dover constatare amaramente la propria vulnerabilità. Il signor Panetto di burro che si scioglie alla fiamma della prima perplessità altrui. Il signor Cristallo che sente la crepa aprirsi, un attimo prima di finire in pezzi.
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La vergogna mi ha sopraffatto, risalendo dal pozzo in cui credevo di averla ricacciata. (Sarà mai arrossito, che so, Thomas Mann – colletto inamidato, cravattino – sedendosi alla scrivania? Ma che lavoro è?)
Mi sono vergognato del fatto stesso di vergognarmi. Ho provato imbarazzo per lo sperpero di tempo e di energie destinate a un’occupazione simile.
Le insicurezze mi hanno stretto d’assedio. Tutte insieme, di ogni foggia: rivelando patetiche, come forse in fondo sono, l’ossessione, l’ostinazione, l’ambizione. Questo sforzo – tragico, ho letto da qualche parte – di raccogliere frasi.
Una frase dopo una frase dopo una frase. Lessico e sintassi, sintassi e lessico. Gli scrittori, ho letto da qualche parte, sono esseri umani che amano le frasi. Se ne correggo una, se la modifico, se continuo a modificarla, se la riscrivo, chi se ne accorge? Perché insisto? Fa tenerezza vedersi da fuori.
Ho immaginato di domandare ai bagnanti su una spiaggia, o ai passeggeri che stanno per sbarcare da un aereo: c’è qualcuno a cui interessa il mio romanzo? Per caso c’è qualcuno, qui fra voi, che voglia sapere di un tale Zimmer e di un tale de Marville nell’ultima estate del Settecento? Stringere il braccio a un megamanager di multinazionale, a un leader politico di primo piano, al direttore di un giornale o di un telegiornale, a Elon Musk: ascolteresti questa storia?
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Non mi viene in mente nessuno, tra i parenti stretti, gli amici, i genitori dei tuoi compagni di scuola, la commercialista, Giovanna del bar, non mi viene in mente nessuno che potrebbe manifestare interesse per i due protagonisti di questa storia e giudicare sensato che si possa impiegare il tempo così. Non in quest’epoca.
Diverso sarebbe se Zimmer e de Marville entrassero, conciati come sono, nel bar di Giovanna e ordinassero un caffè macchiato. Mi è venuto da ridere.
Poi mi sono ricordato di mio zio, per dire.
Un pomeriggio d’estate, appena oltre il cancello di casa. Avrò avuto quattordici anni. Il bitume fresco su una buca appena ricoperta. Tento un salto, goffamente, e pianto il piede proprio dove non avrei dovuto.
“Tu leggi, leggi tanto… ti piace scrivere,” mi dice, “però…” Però che idiota, sì, lo sta pensando: che idiota. E ha ragione.
© 2026 Paolo Di Paolo
Pubblicato in accordo con Viva Agenzia Letteraria
© 2026 La nave di Teseo editore, Milano
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Fotografia header: Paolo Di Paolo nella foto di Stefania Casellato