Giuseppe Paternò Raddusa, autore del podcast come “Demoni Urbani” e sceneggiatore per il cinema, ripercorre la storia criminale e violenta di Milano, dal primo ‘900 al terzo millennio, passando per gli anni delle bande e dei sequestri – Su ilLibraio.it un estratto dal capitolo dedicato alla figura di Renato Vallanzasca (nella foto)
Piazza Vetra, Viale Zara, Corso Magenta, Largo Gemelli… Sono questi alcuni dei luoghi simbolo della storia di Milano. Una storia, come racconta Giuseppe Paternò Raddusa, intrisa (anche) di sangue, addobbata di violenza e misteri, che testimonia tanto l’evoluzione della criminalità quanto quella della società civile.
Quelle singole vicende, alcune scolpite nella memoria collettiva e altre dimenticate, sono oggi raccolte in un testo, l’Atlante delle nera milanese, pubblicato da Utet. L’autore, già noto per il podcast true crime Demoni urbani (diventato poi un libro per Sperling & Kupfer) e per la sceneggiatura di Maschile singolare, L’Estate più calda e Maschile plurale, si immerge nelle efferatezze compiute tra il primo ‘900 e il terzo millennnio, per condurre lettori e lettrici attraverso una grande mappa della cronaca nera.
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Alcune tappe sono obbligatorie, sequestri e rapine commesse dalle bande – tra cui quella di Renato Vallanzasca -, altre invece gettano nuova luce su omicidi e scandali. Nessun quartiere è escluso, da quelli centrali e più glamour, a quelli di periferia… Milano, città in cui vive oggi Giuseppe Paternò Raddusa, si mostra in tutta la sua crudeltà, pronta a farci “scoprire quanto il passato continui a pulsare sotto la superficie”.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto, dedicato proprio a Vallanzasca:
Piazza Vetra, 17 novembre 1976
Vallanzasca, il ragazzo di via Porpora
11 del mattino. Gli occhi azzurri di Renato Vallanzasca osservano una città immersa nella routine, provando a coglierne lo spirito. Quella città non smette di cambiare volto e lui deve stare al passo. La cornice è quella di piazza Vetra, alle spalle delle Colonne di San Lorenzo, in Porta Ticinese. Piazza Vetra fa parte del Parco delle Basiliche, che collega le basiliche di San Lorenzo e Sant’Eustorgio. La storia della piazza è ricca di eventi e situazioni significative: un tempo attraversata dal canale artificiale della Vetra, sul quale si affacciavano le misere abitazioni di tintori e conciatori, è stata nei secoli lo spazio urbano in cui bruciare sul rogo le streghe, impiccare i prigionieri, respirare puzzo di morto e avviare continue opere di riqualificazione. Nel corso degli anni, piazza Vetra è stata sventrata, ripensata, decostruita e ricostruita, con il canale che viene coperto e la ligéra che ne fa quartier generale per ronde notturne e rapine a passanti malcapitati. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la zona è una delle più malfamate della città, popolata da banditi e prostitute, con delinquenza, baldoria e malaffare a farla da padrona.
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Gli appassionati di nera ricordano di certo la storia di Elvira Andrezzi, una diciottenne morta in circostanze misteriose in una notte di fine agosto del 1913. Ufficialmente deceduta per suicidio dopo aver ingerito delle pastiglie di sublimato corrosivo, pare che in realtà a ucciderla sarebbero state le percosse della polizia: bloccata da due agenti nella notte insieme ad alcuni amici, sarebbe stata picchiata con così tanta violenza da morirne. Andrezzi, nota nella zona di piazza Vetra con il nome d’arte di Rosetta de Woltery, passa i suoi giorni e le sue notti tra i marciapiedi sui quali batte e il teatro San Martino, dove ha debuttato come cantante pochi mesi prima.
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La sua morte, accolta con dolore dal mondo della ligéra, è assurta a mito contemporaneo: la trista vicenda della “povera Rosetta” finisce in un arcinoto canto popolare di autori ignoti, che negli anni è entrato nel repertorio, tra gli altri, di Nanni Svampa, che insieme al gruppo da lui fondato, I Gufi, è stato cantore di una Milano cont el coeur in man, popolare, di ringhiera, autentica. La piazza Vetra del novembre del 1976 non è più quella di Elvira Andrezzi. Non è più nemmeno quella che, negli anni venti, viene rasa al suolo, conducendo allo sgombero di centinaia e centinaia di famiglie di poveracci che si vedono la casa polverizzata e l’identità ricostruita da un’altra parte della città, in caseggiati nei pressi di viale Umbria, in corso xxii Marzo e corso Plebisciti. Non è nemmeno la piazza Vetra degli anni novanta del Novecento, nella quale a dominare sono tossici e spaccini.
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Fermo in piazza Vetra, Renato Vallanzasca, il bandito più importante nella storia della mala, punta i suoi occhi azzurri verso il palazzo dell’Esattoria civica. Dopo lo sventramento degli anni venti, dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, e dopo ulteriori interventi di risanamento, le abitazioni a rischio crollo sono state demolite e sono stati irrobustiti i sistemi di illuminazione e le aree di verde. Il palazzo dell’Esattoria civica, inaugurato nel 1962 e collocato sopra i portici che si affacciano sulla piazza, è un punto strategico: la gente ci viene a pagare le tasse. In contanti. Per Renato Vallanzasca, il “bel René”, è un colpo da non perdere. Quel posto è come un tempio e la sua religione sono le montagne di quattrini che ogni giorno si accumulano tra le sue colonne. Nel 1976 Renato Vallanzasca ha scolpiti bene, nella sua mente, i passaggi più importanti di un’esistenza al massimo: una “vita spericolata” in cui banditismo, menzogna e sbruffoneria sono ingredienti fondamentali per comprenderlo. Come in un rullo di microfiches, scorrono le immagini dei suoi ricordi, potenti, ipercinetici, più fulminei e d’assalto del cinema stesso…
(continua in libreria…)
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Fotografia header: Renato Vallanzasca (foto di Edoardo Fornaciari/Getty Images 08/01/26)