“Educare a riconoscere pulsioni, emozioni e sentimenti e a capire come relazionarsi con le altre persone NON può prevedere un percorso uguale per tutti…”. Su ilLibraio.it un estratto da “Erotica dei sentimenti – Per una nuova educazione sentimentale” di Maura Gancitano (nel capitolo che proponiamo si parla, tra gli altri, della “Medea” di Euripide e di “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert)
C’è bisogno di una nuova educazione sentimentale, e a confermarlo è il nuovo libro della co-fondatrice di Tlon Maura Gancitano, autrice, filosofa ed editrice, che torna in libreria per Einaudi con il saggio Erotica dei sentimenti – Per una nuova educazione sentimentale.
Autrice, tra gli altri, di Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza (Einaudi, 2022) e Ma chi me lo fa fare? Come il lavoro ci ha illuso: la fine dell’incantesimo (HarperCollins Italia, 2023 – scritto insieme ad Andrea Colamedici), Gancitano spiega come oggi l’educazione sentimentale sia spesso confusa con le buone maniere, il bon ton, il galateo, vale a dire con un insieme di regole e codici considerati socialmente appropriati, a cui bisogna adeguarsi con ubbidienza.
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L’idea generale è che si tratti di un modello di comportamento che ha lo scopo di affrontare in modo razionale le pulsioni, le emozioni, i sentimenti, e tutti quegli aspetti della persona che per definizione sono romantici e travolgenti.
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Ma come si può invitare al controllo di qualcosa che è privato, intimo e che dovrebbe rimanere libero per definizione? Non sono proprio quei vissuti emotivi che ci rendono davvero noi stessi?
In realtà, l’educazione sentimentale è una pratica personale, che riguarda innanzitutto la cura della propria intimità. È un processo di analisi e risoluzione dei condizionamenti subiti e dei propri bias cognitivi. Ognuno di noi, infatti, ha un modo diverso di percepire il mondo, una sensibilità originale che non va soffocata in nome di un’idea “normale” di vivere la vita.
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Educare a riconoscere pulsioni, emozioni e sentimenti e a capire come relazionarsi con le altre persone non può prevedere dunque un percorso uguale per tutti. Significa invece mettere in discussione l’idea di normalità e offrire strumenti adeguati per la scoperta della propria unicità, la cura di sé e della propria salute mentale, senza censurarsi né nascondere i propri desideri.
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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Un giovane uomo di provincia, Frédéric Moreau, giunge a Parigi e si innamora di una donna piú grande di lui, Marie Arnoux, moglie di un editore che la tradisce senza il minimo scrupolo. Nel suo percorso di crescita, Frédéric ha un figlio da una donna che non ama, inizia una relazione clandestina con un’altra, impara a mentire, commette azioni opache e, qualunque cosa gli accada, non smette mai di pensare alla signora Arnoux. In generale, nel corso degli anni scopre quanto possano essere miseri gli esseri umani, compreso lui stesso, e come le azioni di una persona spesso non siano all’altezza dei principî che dice di avere. Queste sono le vicende al centro di L’educazione sentimentale (1869) di Gustave Flaubert, il romanzo a cui spesso si fa riferimento quando si parla di questo tema.
Eppure, come si vede, l’educazione sentimentale di Moreau non è un percorso limpido e lineare, fatto di governo di sé e pure emozioni positive. Al contrario, è un labirinto di cui non si capisce il senso se non alla fine, voltandosi indietro. L’educazione sentimentale è qualcosa che accade comunque, che lo vogliamo o no, e di cui molto spesso tendiamo a nascondere o dimenticare le parti piú oscure, i momenti che hanno visto emergere i nostri lati meno nobili.
Il percorso di maturazione di Frédéric ha a che fare con l’abbandono delle illusioni giovanili e parla dei due temi centrali di tutti i classici della letteratura: il sesso e il denaro. Moreau mostra che solo commettendo errori e scontrandosi con il mondo si può davvero diventare adulti. È, in fondo, ciò che succede a ogni persona quando si accorge che le sue aspirazioni romantiche si infrangono contro il muro della realtà.
Quando si parla di educazione sentimentale, spesso si fa riferimento alla capacità di controllarsi, di contenersi. Frédéric Moreau, al contrario, è pieno di pulsioni e desideri di cui non è consapevole, e neppure è in grado di sapere quali sono i vissuti emotivi, i valori e le intenzioni degli altri individui con cui interagisce. È un po’ come se andasse alla cieca, cercando la realizzazione e la felicità ma non riuscendo a capire come raggiungerle e cosa sia giusto fare. Non è cosí che vive gran parte di noi, in fondo?
Sarebbe onesto, allora, approcciarsi alla riflessione sull’educazione sentimentale con un po’ di pessimismo verso se stessi, ma senza violenza. Un pessimismo gentile, consapevole che la miseria umana è anche dentro di noi, che non ci sono azioni vili che potremmo giurare non faremo mai. «Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano mi è estraneo» (Homo sum, humani nihil a me alienum puto) è una frase del commediografo romano Publio Terenzio Afro, citata nella sua commedia Heautontimorúmenos del 165 a.C., che descrive questa prospettiva: anche noi abbiamo la capacità di ferire gli altri, di provare dolore, di non riuscire a prevedere le conseguenze delle nostre azioni.
Quando parliamo di materia emotiva abbiamo la sensazione di maneggiare dei contenuti incandescenti, troppo complessi per essere spiegati con la razionalità. Esiste un’alternativa a questa tempesta, e sarebbe davvero desiderabile? Molte scuole filosofiche antiche si sono proposte di sublimare e trascendere pulsioni ed emozioni, ma quelle pratiche oggi ci sembrano fuori dal tempo, e anche piuttosto noiose[1]. Perché rinunciare alla confusione, alla paura e all’ignoto che la scoperta di sé e degli altri rappresentano? Non sono, tutto sommato, ciò che ci rende vivi?
D’altra parte, la nostra vita emotiva è piena di imprevisti, insidie, scossoni che avvengono quando meno ce lo aspettiamo, ed è possibile domandarsi perché non ci venga fornito un manuale di istruzioni. In effetti, la società si occupa della nostra formazione lavorativa, ci chiede di diventare attivi, indipendenti e performativi, ma non ci offre strumenti di fioritura per comprendere noi stessi e imparare a stare con le altre persone. Da questa assenza derivano i problemi di salute mentale e la pressione causata dagli stereotipi e dalle aspettative sociali. Eppure, sceglieremmo un percorso educativo su pulsioni, emozioni e sentimenti che rendesse razionali tutti quegli aspetti della persona che per definizione sono travolgenti?
In realtà, l’idea di dover scegliere tra razionalità e irrazionalità è legata a un vecchio paradigma, da tempo messo in crisi dalle nuove scoperte sul funzionamento del cervello: non siamo né agiamo in modo totalmente razionale o irrazionale; invece emozione e pensiero si intrecciano sempre nel percorso di apprendimento, che si tratti di qualcosa che studiamo o di cui facciamo esperienza. E questa mescolanza avviene proprio nella dimensione del sentimento.
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Per molto tempo si è creduto non solo che l’emozione si potesse separare dalla ragione, ma che fosse addirittura un elemento di disturbo, un’interferenza nel percorso conoscitivo. La persona in grado di elaborare una scelta o un giudizio senza il coinvolgimento emotivo era ritenuta piú intelligente, un animale razionale in grado di stare al mondo.
Questo sguardo ha diretto per molto tempo sia le scienze umane sia le neuroscienze, e prima ancora lo ritroviamo in molte storie che hanno formato il nostro immaginario.
Un esempio è la Medea di Euripide. Fin dall’inizio della sua vita, il giovane Giasone, figlio di Esone, re di Iolco, e di Alcimede, è vittima di numerose ingiustizie. Divenuto adulto, torna dallo zio Pelia che gli offre il trono di Iolco, a patto però che riesca a recuperare il celebre vello d’oro. Giasone parte quindi dalla Grecia, insieme agli Argonauti, e raggiunge la Colchide, l’attuale Georgia. In quel luogo lontano incontra Medea, maga e sacerdotessa figlia del re del posto, che si innamora di lui e fa di tutto perché il giovane possa superare le prove e impadronirsi del vello[2].
Dieci anni dopo, Giasone e Medea sono stati banditi da Iolco, hanno due figli e vivono a Corinto, dove il re Creonte ha appena offerto a Giasone la mano della figlia Glauce. Ecco finalmente la possibilità, che a Iolco non si era realizzata, per raggiungere il potere che Giasone tanto desidera. Quando Medea scopre che il marito ha scelto di sposare un’altra donna, inizia la tragedia.
Per millenni, questa storia è stata messa in scena considerando unicamente la follia di Medea e la sua incapacità di gestire la rabbia. In verità, leggendo il testo di Euripide appare chiaro che Giasone viene descritto come un mediocre opportunista, pieno di un vacuo senso di superiorità che lo rende stupido e superficiale. La spietatezza che lo porta a desiderare il potere senza curarsi delle emozioni di Medea non è intelligenza, ma incapacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e di provare sentimenti autentici verso qualcun altro. Giasone è cinico, desidera solo il potere, eppure crede di essere superiore alla moglie che giudica primitiva, tutta presa dalle proprie sensazioni e dall’amore per lui e quindi incapace di essere lucida e razionale.
Non sembra che Euripide considerasse il contatto di Medea con le proprie emozioni come qualcosa di inferiore alla razionalità di Giasone, ma questo non ha salvato il suo personaggio dalle accuse di follia, figlicidio e isteria. Per millenni, la tragedia del 431 a.C. ha giustificato la necessità di controllare le donne e renderle docili, anche in nome di una convinzione professata fino al recente passato da tutte le scienze: gli uomini sarebbero attivi e razionali, le donne passive ed emozionali. Eppure, questa idea è legata agli stereotipi maschili e femminili piú che alle evidenze scientifiche: nonostante innumerevoli ricerche si siano proposte per decenni di rintracciare delle differenze significative, allo stato attuale possiamo dire che non esistono un cervello maschile e uno femminile. È vero che si riscontrano differenze genetiche di struttura e dimensioni tra i cervelli di maschi e femmine, ma tali differenze non riguardano il funzionamento, le connessioni e l’attività cerebrale[3]. Ciò non significa che i cervelli sono tutti uguali, al contrario: si possono riscontrare moltissime varietà di funzionamento, le quali però non dipendono dal genere.
Ciononostante, sembra ancora faticoso abbandonare una visione del mondo centrata sugli stereotipi di genere e sulla dicotomia tra razionalità e irrazionalità, e aprirsi all’idea che le emozioni abbiano un valore conoscitivo, che non siano solo una questione femminile.
L’emozione, come vedremo, non è irrazionale, ma è un punto interrogativo sul mondo, qualcosa che ci coinvolge e ci muove, e dunque non provare emozioni – o convincersi di non provarle – non significa essere piú intelligenti, piú ragionevoli o piú liberi di chi le prova.
Almeno a partire dagli anni Venti e Trenta – cioè da quasi un secolo – le scienze umane hanno vissuto una «svolta emotiva», prendendo in esame il problema delle emozioni e della sensibilità. Oggi le neuroscienze stanno dando la misura di quanto complessi – e sempre emozionali – siano i nostri meccanismi cognitivi[4]. Per questa ragione, credere che le emozioni siano un’interferenza nel processo di pensiero è anacronistico, sia che si parli di scienze sociali, sia che si parli di neuroscienze, sia che si parli di management o di economia. Allo stesso modo, giudicare Giasone come razionale e Medea come irrazionale significa non andare al di là del proprio naso, ed è questo, io credo, che Euripide cerca di dirci da due millenni e mezzo.
[1] M. Foucault, Tecnologie del sé. Un seminario con Michel Foucault (1988), traduzione di S. Marchignoli, Bollati Boringhieri, Torino 1992.
[2] Si veda M. Gancitano e A. Colamedici, Liberati della brava bambina, HarperCollins, Milano 2019, p. 106.
[3] A. Viola, Il sesso è (quasi) tutto. Evoluzione, diversità e medicina di genere, Feltrinelli, Milano 2022.
[4] La nozione di «svolta emotiva», in particolare rispetto alla storiografia, viene da B. H. Rosenwein, Generazioni di sentimenti. Una storia delle emozioni, 600-1700, traduzione e cura di R. Cristiani, Viella, Roma 2016, p. 22.
© 2024 Maura Gancitano
© 2024 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pubblicato in accordo con S&P Literary – Agenzia letteraria Sosia Pistoia
(continua in libreria…)
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