"Mars Room" segna il ritorno di Rachel Kushner. ilLibraio.it l'ha intervistata per parlare dei temi del libro (“Sin da bambina sono ossessionata dall'idea che le persone possano finire in prigione”). Tra i riferimenti, l'autrice de "I lanciafiamme" cita Sant'Agostino, Dostoevskij e Cheever. E parla, tra le altre cose, anche del rapporto tra Stati Uniti e violenza...

“Dicono che la condanna ti colpisce a ondate. La mia mi stava colpendo. Non vedevo un modo per accettare quella come vita, per viverla fino alla fine”. Romy Hall ha ucciso un uomo e per questo sta scontando due ergastoli più sei anni in carcere. Dalla prigione di Los Angeles con altre detenute è appena stata trasferita nella Central Valley, una regione di agricoltura industrializzata.

Inizia così il nuovo romanzo della scrittrice statunitense Rachel KushnerMars Room (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato). Il titolo viene dal nome del locale in cui lavorava Romy nella sua vita prima della prigione, un club in una San Francisco ben lontana dall’immaginario legato alla Silicon Valley, ma che riflette la città in cui è cresciuta la stessa Kushner.

Mars Room, infatti, è prima di tutto un romanzo fatto di luoghi e di persone che li abitano. Non solo i detenuti, ma anche i personaggi che affollano il Mars Room, i vicini di casa di Romy a Los Angeles, gli abitanti della regione attorno al carcere.

ilLibraio.it ne ha parlato con Rachel Kushner, che già si era fatta conoscere dai lettori italiani con I lanciafiamme (Ponte alle Grazie).

Rachel Kushner

Perché ha deciso di ambientare il romanzo in una prigione? Si tratta anche di una dichiarazione politica sulla giustizia negli Stati Uniti?
“Non considero il mio un libro ambientato in prigione, anche se ne è una parte essenziale. È un libro ambientato in California – a San Francisco, a Los Angeles, nella Central Valley e, naturalmente, nella prigione locale. Detto ciò, per me un romanzo non è una dichiarazione politica. O meglio, non dovrebbe mai essere riducibile a ciò”.

Da dove è nata la necessità di scrivere Mars Room?
“La mia ispirazione originale non era la prigione, ma l’idea che fosse giunto il momento di scrivere un romanzo contemporaneo. Che aspetto ha, per me, il contemporaneo? Vivo a Los Angeles, a pochi passi da un enorme complesso di tribunali e dal più grande complesso carcerario del mondo. Negli ultimi otto anni, dopo aver finito I Lanciafiamme, ho sentito che volevo imparare il più possibile sul sistema di giustizia penale nello stato in cui vivo. Sin da bambina sono ossessionata dall’idea che le persone possano finire in prigione”.

E in che modo il sistema penale riflette la contemporaneità?
“Le tracce del sistema penale sono parte della vita moderna: vedi le camionette del penitenziario sulla superstrada e sai, anche se i finestrini sono oscurati, che ci sono persone a bordo che stanno per essere portate in prigione. Perché la società è organizzata in questo modo, e cosa significa scontare un ergastolo? Che significato ha la legge? È pensata per essere applicata a tutti i cittadini allo stesso modo, ma i cittadini sono davvero tutti uguali? Non ho risposte, cerco solo possibili spiegazioni. E la fiction lascia ampio spazio per le ipotesi”.

C’è anche un motivo personale dietro al romanzo?
“Sono cresciuta con persone che sono andate in prigione, e questo ha alimentato la scintilla che ha portato all’idea del romanzo”.

In un capitolo, Doc ricorda un episodio in cui l’allora presidente Nixon definisce la musica country come l’unica vera musica americana. Di risposta Doc riflette sui testi delle canzoni country, molti dei quali permeati dalla violenza…
“Doc ricorda di aver visto lo speciale di Grand Ole Opry in cui apparve davvero il presidente Nixon, un momento bizzarro nella storia culturale e politica americana. Nixon ha davvero detto che la musica country è quella che riflette i valori cristiani, i valori della famiglia. L’ho trovato divertente, perché mi ha spinta a ricordare i testi e i titoli delle canzoni nella musica country popolare: testi che parlano spesso di alcolismo, disperazione, depressione, abusi domestici, malattie mentali, disoccupazione, violenza e vendetta”.

In qualche modo la violenza è parte della “vita americana”?
“Gli Stati Uniti sono un paese molto violento. Statisticamente, non hanno eguali per numero di omicidi. La nostra è una cultura incredibilmente complessa, varia ed eterogenea; forse, quindi, la violenza è in qualche modo il rovescio della medaglia di un paese del tutto singolare. Non dimentichiamoci che gli americani producono la maggior parte della cultura di influenza globale. Fortunatamente il nostro debole per la violenza non viene imitato, ma può essere una parte di ciò che è ammirato, anche se inconsciamente. Il pistolero, ad esempio, è apprezzato in Giappone, ma lì le persone non si sparano addosso come fanno nelle città americane. Detto ciò, non voglio insinuare che la violenza sia in qualche modo parte della nostra natura intrinseca, ontologica. È possibile che in un paese senza sicurezza sociale, un’estrema iniquità economica, una popolazione i cui antenati sono stati schiavi, produca una società instabile, dove ogni giorno i problemi spesso vengono risolti con la violenza”.

La California è molto presente nel romanzo, in particolare attraverso gli occhi di Romy. Le descrizioni di San Francisco e Los Angeles ricordano White Album e Verso Betlemme di Joan Didion. Quanto è lontana la California contemporanea dalla versione “didionesca”?
“Quello che Didion osserva su Haight-Ashbury non è affatto falso, ma abbiamo guardato quel quartiere da prospettive diverse. Lei proveniva da una buona famiglia, e quello che ha notato è prima di tutto il nichilismo. Io sono cresciuta a Haight-Ashbury e molti dei passaggi sono scaturiti da ricordi di eventi che hanno avuto luogo negli anni Ottanta, proprio come per Romy Hall. Ho voluto enfatizzare la presenza nella mente del personaggio di ciò che aveva visto da bambina e adolescente. Il modo in cui persone, luoghi e momenti rimangano, nonostante il flusso della vita sembri demolire il passato e lasciare solo sprazzi di ricordi. Romy si chiede spesso dove siano finiti tutti e cosa sia successo loro. Mi faccio la stessa domanda, senza trovare una risposta: le persone che conoscevo crescendo non sono rintracciabili online. È quasi come se non ci fossero prove della mia adolescenza: molte persone sono svanite nell’oscurità, o sono in prigione o vivono per strada. O chi lo sa. Quella San Francisco è come sparita”.

In Mars Room cita diversi libri e autori, tra cui Denis Johnson: ci sono scrittori e testi che hanno ispirato il romanzo?
I fratelli Karamazov di Dostoevskij e le Confessioni di Sant’Agostino mi hanno offerto spunti di riflessione sulla natura della follia umana, ma anche sulla moralità e l’applicazione della legge. Anche le idee di Nietzsche sull’amor fati sono state di grande ispirazione, dal punto di vista del modo in cui una persona poteva trovare un impegno attivo con il proprio destino, che è stato determinato per loro, come quello di Romy. Infine, Falconer, il romanzo ambientato in prigione di John Cheever: mi piace scrivere dialoghi ‘pop’ e penso che Cheever sia molto bravo in questo. Inoltre, leggendo il libro ti immagini che la prigione in cui si svolge la narrazione sia grande e piena di uomini, tuttavia continui a leggere scene che presentano lo stesso piccolo cast di personaggi. Questo è un trucco che ho imparato proprio da Cheever”.

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