“Anche dopo anni, capitano comunque i momenti in cui dici qualcosa e non ti senti capita, e che ti fanno sentire un po’ un’aliena. C’è una barriera che non se ne va mai del tutto…”. A Oslo è attivo un bookclub in lingua italiana che riscontra crescente partecipazione e che, tra le altre cose, aiuta ad affrontare alcune delle difficoltà della vita all’estero, in particolare in un paese come la Norvegia. Nato come opportunità per condividere la passione per la lettura (e per trovare nuove reti di connessione), è diventato anche un luogo in cui poter esprimere la propria identità (linguistica, culturale, espressiva) all’interno di uno spazio rispettoso di condivisione e di ascolto. La stimolazione offerta da questo tipo di spazio, intellettuale ma anche sociale, e che unisce persone con interessi simili ma vite e idee diverse, diventa così un modo per ritrovare un pezzo di se stesse in un contesto capace di aprire uno spiraglio più ampio di quello offerto dalla quotidianità – L’intervista alle partecipanti (“Nel rapportarmi con i miei colleghi noto che nel contesto norvegese vengo facilmente fraintesa, perché se ci metto un po’ più di enfasi in ciò che dico risulto arrabbiata, quindi devo limitarmi. In un contesto italiano posso rilassarmi e parlare un po’ come mi viene…”; “l’essere immigrati a volte può voler dire non avere una propria comunità di riferimento: partecipare agli incontri contribuisce a sensazioni positive…”)

Trasferirsi all’estero è un’esperienza multiforme: emozionante, avventurosa, ma colma di ostacoli e alti e bassi. Nel migliore dei casi, e dalla più privilegiata delle prospettive, non mancheranno comunque delle esperienze stranianti, più o meno difficili da affrontare.

Si può provare ad ambientarsi, e anche quando si riesce a fare proprie una lingua, una cultura e un modo di stare al mondo diversi, rimarrà comunque qualche innocua piccolezza a cui, anche dopo anni, non ci si riesce ad abituare. Ad alleviare questo senso di straniamento può intervenire la vicinanza a un gruppo di persone con cui magari si condivide la provenienza, la lingua o le abitudini, e che faccia da ponte tra i due mondi che convivono dentro di sé.

La Deichmann Bjørvika, biblioteca pubblica dove si svolgono gli incontri del bookclub di Oslo (© Caterina Cantù)

La Deichmann Bjørvika, biblioteca pubblica dove si svolgono gli incontri del bookclub di Oslo (© Caterina Cantù)

“Anche dopo anni, capita di non sentirsi capite”

“Anche dopo anni che vivo qui, nonostante una certa autodeterminazione che aumenta nell’esprimermi in norvegese, capitano comunque i momenti in cui dici qualcosa e non ti senti capita, e che ti fanno sentire un po’ un’aliena. C’è una barriera che non se ne va mai del tutto”, racconta Alessia, che vive in Norvegia da dodici anni, e che a fine del 2024 ha deciso di prendere l’iniziativa e organizzare un bookclub in lingua italiana a Oslo, con il desiderio di creare uno spazio di connessione tra le persone: “Avevo voglia di creare un punto di incontro, perché una cosa che mi manca dell’Italia è la connessione con le persone ‘nell’intermezzo’, cioè in quello spazio che non sono né i colleghi né gli amici con cui ti vedi spesso. Sono cresciuta in un piccolo paese, in cui si conoscono tutti senza però magari conoscersi davvero. È una cosa da cui a volte ho cercato di allontanarmi, però è anche una sensazione che ti fa sentire parte del luogo in cui vivi, ed è un tipo di rapporto che trovo sia più semplice stabilire in Italia”.

L’idea di Alessia, condivisa con la comunità italiana che vive a Oslo, ha avuto successo fin dal primo incontro e, ormai giunte al secondo ciclo di libri, l’entusiasmo non accenna a diminuire, tanto che aumenta di volta in volta il numero di partecipanti e ogni tanto nascono piccoli spin-off più informali, in cui continuare a raccontarsi le impressioni sui libri già discussi.

Al bookclub, che non ha un nome specifico, per ora partecipano circa una trentina di persone (per ora solo donne, benché sia aperto a tutti), e tra un incontro e l’altro passano all’incirca due mesi di tempo, per dare tempo a tutte di leggere anche i libri più lunghi e impegnativi.

La scelta dei titoli si rifà all’idea di Carolina Capria, scrittrice e creatrice della pagina social L’ha scritto una femmina, un bookclub diffuso che ha trovato sedi diverse in Italia, e che Alessia ha voluto proporre anche in Norvegia.

I titoli sono legati dal tema dell’autorialità femminile, ma spaziano ampiamente nei temi e nelle ambientazioni: c’è spazio per Persuasione di Jane Austen e Jane Eyre di Charlotte Brontë, così come per Amatissima di Toni Morrison e L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, ma anche per Via col vento di Margaret Mitchell, Orlando di Virginia Woolf e Il colore viola di Alice Walker, giusto per citarne alcuni.

Condividere la lingua madre per rinforzare il senso di appartenenza

La condivisione della lingua madre è fondamentale nel rinforzare il senso di appartenenza, ed è uno dei principali aspetti di condivisione del gruppo: “Mi rendo conto che avevo un vocabolario molto più ampio quando vivevo e lavoravo in Italia”, spiega Miriam, una delle partecipanti, che vive in Norvegia da dieci anni: “Dovendo parlare l’inglese e il norvegese, oggi faccio un po’ fatica a usare tutti i termini che ho nel mio background, ma che so che sono solo chiusi da qualche parte pieni di polvere. Per questo scelgo di leggere i libri del bookclub in italiano, anche quando la lingua originale del libro è l’inglese: è un modo di rinnovare il mio vocabolario“.

Anche Silvia G., che vive in Norvegia da sedici anni, a questo proposito sottolinea: “Ho delle frequentazioni con amiche italiane, leggo libri e ascolto podcast in italiano, ma comunque mi accorgo che spesso mi mancano i vocaboli. Anche quando torno in Italia, nonostante la full immersion, noto che ci vuole qualche giorno per riprendere la fluidità. Partecipare al bookclub, che è un’iniziativa culturale e sociale, mi aiuta a mantenere viva la mia lingua madre”.

bookclub club del libro gruppo di lettura

La lingua come espressione di sé

“Non si tratta solo di vocabolario, ma proprio della modalità di esprimersi”, specifica Silvia G.: “C’è una modalità più familiare di parlare, senza doversi confrontare con standard di comunicazione, come per esempio il tono della voce. Nel rapportarmi con i miei colleghi noto per esempio che nel contesto norvegese vengo facilmente fraintesa, perché se ci metto un po’ più di enfasi in ciò che dico risulto arrabbiata, quindi devo limitarmi. In un contesto italiano posso rilassarmi e parlare un po’ come mi viene”.

Codici di comportamento che cambiano, e rischio di apparire invadenti

“Al di là della lingua, ci sono anche dei codici di comportamento che cambiano, che sono intrinsechi a una cultura e più difficili da imparare”, conferma Alessia: “Se ci incontriamo tra persone italiane, sappiamo per esempio come gestire lo small talk. Qui iniziare una conversazione non è altrettanto facile, perché non sai cosa e quanto puoi chiedere, o cosa è considerato troppo personale o invadente. Magari vorresti dire qualcosa di interessante, ma non è scontato capire se anche per gli altri possa risultare altrettanto interessante”.

Un’impressione, quest’ultima, condivisa da Miriam: “Nella cultura norvegese tutto è essenziale, quindi lo è anche il conversare. Il modo italiano di comunicare lo vedo un po’ più barocco, se mi passi il termine: noi aggiungiamo, raccontiamo aneddoti, magari scherziamo, e poco dopo possiamo virare su cose un po’ più serie. Insomma, lo trovo un po’ più ricco”.

Paola, che vive in Norvegia dal 2015, ritrova aspetti simili anche nella sua esperienza: “Lavorando in un contesto norvegese, tendo a essere molto controllata, perché so che quello che per me può essere normale (anche semplicemente parlare ad alta voce, gesticolare, come facciamo noi italiani) viene percepito come qualcosa che stride. Inoltre io sono molto diretta, mentre i norvegesi cercano un modo differente di approcciarsi, quindi devo rivedere un po’ come esprimo il mio pensiero. Una volta un norvegese mi ha detto che, quando guarda gli italiani parlare, gli sembrano sempre arrabbiati, perché ci muoviamo e parliamo ad alta voce, così ho iniziato a stare più attenta a come parlo e come mi muovo. Sicuramente c’è anche una componente di personalità, che è ineliminabile e non è neanche giusto eliminarla e, nonostante le differenze, la Norvegia la percepisco comunque come casa mia; però, il fatto di avere l’opportunità di esprimermi in un microclima italiano nel bookclub mi permette di sentirmi più a mio agio con il mio modo di esprimermi e parlare”.

“La difficoltà di tradurre un diverso schema di pensiero”

Le differenze comunicative, infatti, non passano solo dalla difficoltà di tradurre le parole, ma soprattutto da quella di tradurre un diverso schema di pensiero: “È proprio come se il modo in cui parliamo o leggiamo ci facesse sviluppare i pensieri in modo diverso. La lingua norvegese, per esempio, è più diretta e meno intricata dell’italiano. Ma nonostante parli il norvegese da molti anni, il mio schema mentale è ancora quello con cui sono cresciuta in Italia”, continua Silvia G.: “Ho l’impressione che, nel comunicare, in Italia siamo più propensi a buttare fuori e eventualmente a ricalibrare dopo. È normale che, magari, dopo che esprimo un pensiero, mi venga posta una domanda, per capire meglio cosa intendevo, senza che questo venga necessariamente frainteso. Invece qui è consuetudine che ciò che viene detto rappresenti subito il proprio pensiero, e la conversazione magari si ferma al fraintendimento. Da un lato invidio questa capacità di chiarezza, invece mi rendo conto che ho bisogno di rielaborare e confrontarmi con altri per dare una forma a ciò che penso”.

“Durante gli incontri del bookclub, sento di poter esprimere anche le mie emozioni”

Miriam descrive così una simile impressione: “In italiano abbiamo un numero infinito di termini, invece nella lingua norvegese le parole si creano spesso coordinando insieme altre parole. Ciò fa sì che ci siano interi modi di esprimersi o descrizioni che sarebbero impossibili da tradurre perfettamente. E non è solo un problema di traduzione, ma anche di difficoltà a comunicare con esattezza l’emozione o il pensiero che c’è dietro alle parole stesse”.

Silvia R., in Norvegia dal 2016, conferma che non è una questione di competenza linguistica, ma anche di sfere differenti di utilizzo di un linguaggio: “È naturale che la comunicazione nella madrelingua sia più naturale, più sincera… più immediata. Durante gli incontri del bookclub, sento di poter esprimere anche le mie emozioni, e benché la mia padronanza della lingua norvegese sia aumentata tanto, non so se riuscirei a fare lo stesso con questa lingua, perché percepisco ancora una barriera linguistica su quella che è la comunicazione della sfera più intima, dei sentimenti. Anche mio marito è italiano, e forse per le persone che vivono con un partner norvegese è diverso, perché riescono a sviluppare meglio questo aspetto”.

Un senso di comunità che nasce tramite la condivisione

Proprio perché questa necessità di trovare uno spazio di libertà di espressione comunicativa accomuna, in modi diversi, tutte le partecipanti, non stupisce che lo spazio del bookclub sia  finito per rappresentare un luogo aperto, di scambio e di confronto: i giudizi non emergono né dal punto di vista linguistico né da quello delle opinioni. Benché il bookclub abbia attirato una partecipazione di donne italiane, c’è molta varietà in termini di professioni, di lunghezza del periodo in cui si è vissuto in Norvegia, di età, di provenienza, e tutte queste differenze poi danno vita a punti di vista diversi sulle letture, sulle interpretazioni che ne si danno, sulla valenza dei personaggi all’interno della storia.

Paola, per esempio, vive questa differenza positivamente: “È chiaro che in base al nostro carattere percepiamo in maniera differente i personaggi. E questo è stimolante, no? Perché alla fine ci si confronta sulla stessa cosa, il libro, la storia, però abbiamo punti di vista differenti. Mi piace anche ascoltare il punto di vista di chi la vede diversamente da me, e rendermi conto che magari a me è sfuggito qualcosa”.

“Sono curiosa delle opinioni di chi ha un’età diversa dalla mia”

Anche per Silvia R., lo scambio è una delle parti più importanti dell’esperienza: “Ho iniziato a partecipare al bookclub seguendo l’entusiasmo di Paola, che aveva partecipato fin dal primo incontro. L’idea del bookclub mi è piaciuta tanto fin dall’inizio, proprio per la possibilità di condividere impressioni, pensieri ed esperienze. Mi arricchisce: vedo punti di vista che non ho, mi piace ascoltare cosa le altre hanno da dire, e confrontarmi con altre donne che hanno letto lo stesso libro. In particolare, sono curiosa delle opinioni di chi ha un’età diversa dalla mia, anche se non è solo quello che conta: i libri sono capaci di annullare le differenze anagrafiche, perché le riflessioni che emergono rispecchiano il tuo vissuto. Alla fine sono le esperienze di vita che ti cambiano, e ti portano a interpretare un libro diversamente”.

La libertà di esprimersi viene quindi vista come una doppia opportunità: quella di raccontare, ma anche quella di ascoltare.

Silvia G. aggiunge: “Si è creato un clima familiare, amichevole, molto aperto ad ascoltare le opinioni di tutte. La trovo una grossa risorsa che mi stimola, mi dà energia e mi permette di conoscere altre persone che lavorano in campi completamente diversi dal mio e che, anche se provengono dallo stesso paese, hanno comunque background differenti”.

Riappropriarsi di sé tramite lo stimolo culturale

L’utilizzo della propria lingua chiaramente va molto al di là della sola espressione linguistica, ma è la chiave con cui accedere a un portato culturale quasi invisibile finché si rimane nel proprio contesto, ma che diventa sempre più evidente quando ci si allontana: “Mi piace molto parlare delle mie impressioni e di quello che ho estratto, o di quello che mi rimane leggendo un libro”, racconta Miriam: “si tratta di trovare un’occasione per esprimere il mio pensiero critico, e poterlo condividere con gli altri, un’occasione che fatico a trovare in contesti tipicamente norvegesi. Nel bookclub riesco invece a riappropriarmi del modo in cui ero abituata a discutere dei temi complessi con i miei amici in Italia”.

“Ho la sensazione di aver nutrito una parte di me“

Azzurra, che ha partecipato al bookclub anche durante la gravidanza e nelle prime fasi della maternità, racconta che “il fatto di essere donne, spesso e volentieri si traduce nell’essere risucchiate da impegni che non sono intellettuali. Ma noi siamo persone a 360 gradi e abbiamo anche bisogno di avere interessi di varia natura. Per me il bookclub è stato soprattutto un’opportunità di tenere il cervello acceso su qualcosa che non fosse solo la maternità. Ascoltare i libri anche più lunghi, come Via col vento, mi ha dato una prospettiva diversa in quel periodo, che non fosse necessariamente l’allattamento o un pannolino”.

“Quando partecipo agli incontri ne esco sempre soddisfatta, ho la sensazione di aver nutrito una parte di me, sia della mia anima sia del mio cervello, che in passato ho dovuto lasciare da parte”, continua Miriam. “Mi mancava proprio uno spazio di condivisione della cultura, e non inteso come cultura italiana, ma proprio come fare cultura. Leggere poesie, leggere libri, è una parte sostanziale dell’essere, no?”.

Un pensiero condiviso anche da Silvia R.: “Più che un’umanista, mi sento una realista, come dicono qui. Però ricordo che anche quando ero all’università, dopo un esame magari capitava che mi leggessi un romanzo in una giornata, perché avevo bisogno di nutrire il mio cervello e il mio cuore con qualcosa che non fosse una formula o un ragionamento logico. La lettura in fondo è di tutti, non è qualcosa che appartiene solo ai letterati”.

E se già normalmente il bookclub è un modo per trovare una nuova comunità a cui partecipare, questo sentimento si acuisce in un Paese in cui trovare una propria sfera sociale può dimostrarsi impegnativo.

Martina, per esempio, che vive in Norvegia dal 2017, ha notato che rispetto alla partecipazione ad altri bookclub, sempre qui ad Oslo, in questo il senso di comunità è molto più accentuato: “Si fa più gruppo, anche in maniera informale. Abbiamo una chat su Whatsapp, spesso dopo gli incontri andiamo a mangiare una cosa insieme. Poi, se ti capita di frequentarti con altre partecipanti, la conversazione prosegue anche lateralmente, e capita che se non si riesce a partecipare si organizzino degli altri incontri, anche più piccoli, sullo stesso libro. Sono contenta di questo bookclub perché l’esperienza precedente era rimasta per me un po’ incompiuta, forse perché personalmente non ero riuscita a sentirmi completamente libera di esprimermi. In questo caso invece sono riuscita a soddisfare quel desiderio”.

Anche Azzurra sottolinea che “l’essere immigrati a volte può voler dire non avere una propria comunità di riferimento: partecipare agli incontri del bookclub contribuisce a sensazioni positive, come il senso di appartenenza, e la possibilità di avere una stimolazione intellettuale. Partecipare mi aiuta a sentirmi parte di una comunità, una comunità che ha interesse ad ascoltare la mia opinione”. Un pensiero questo, condiviso anche da Miriam: “Già dopo il primo incontro, quando siamo andate a cena insieme, alla fine parlavamo già tutte con facilità, anche dei fatti nostri. E questo mi ha fatto sentire di avere un pezzo di Italia qui in Norvegia”.

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La lente di genere come chiave di lettura e di connessione

Ma non è soltanto la lingua, o la provenienza, ad aver dato le fondamenta a questo senso di comunità.

Martina spiega che il divertente è trovare persone con cui condividi gli stessi interessi, come la lettura, ma in questo caso anche le tematiche che legano la scelta dei libri: “A me piace molto leggere i classici, ma non credo di avere mai seguito nelle mie letture personali una reale logica nella scelta dei titoli. Il fatto che ci sia un tema in comune tra i libri che leggiamo lo rende ancora più interessante, perché percepisci di stare seguendo un percorso”.

Alessia spiega che l’adesione alla struttura ideata da Carolina Capria, “in cui i libri sono tutti scritti da autrici donne, e che danno voce a punti di vista che non sempre fanno parte della letteratura mainstream, rende il bookclub più motivante, perché c’è una tematica che unisce le persone e indirizza i discorsi al di là del ‘mi è piaciuto o meno’. Inoltre, questi libri danno una voce a dei punti di vista che possono essere letti in una chiave di genere o comunque femminista, e il fatto di esserci ritrovate come un gruppo di donne italiane in Norvegia ad affrontare questi temi ci offre un terreno comune, un background culturale simile con cui affrontarli, cosa che non necessariamente avverrebbe in un gruppo differente”. Paola conferma questa impressione: “Penso che se non fossimo tutte italiane, ma ci fosse un po’ di componente norvegese, sarebbe un ambiente diverso. Il che non vuol dire più negativo, ma semplicemente diverso”.

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Temi che risvegliano l’interesse

“Mi capita di discutere di questi libri anche con delle colleghe norvegesi, ma mi rendo conto che li affrontano da un’altra prospettiva, e penso che ciò abbia a che fare con il fatto che in Italia e in Norvegia il femminismo non si sia sviluppato allo stesso modo”, continua Alessia. “La mia impressione è che in Norvegia il dibattito femminista si sia concentrato di più su temi come l’uguaglianza in termini di opportunità, mentre in Italia ha dovuto fare i conti anche con un concetto diverso di cosa significhi la mascolinità e il rapporto con la violenza. In modi diversi nel bookclub ci sentiamo accomunate da questi argomenti, e ciò smuove la discussione. Non è comunque un tema che forziamo, ma quel tipo di interpretazione emerge spesso come un aspetto umano della propria esperienza di vita, che poi si riflette e viene messa a confronto con quelle dei personaggi”.

Anche Miriam conferma che Alessia, progettando un bookclub che avesse già dietro un programma e un tema ben preciso, sia riuscita a entusiasmare gli animi fin da subito: “Già dal primo incontro è stato semplicissimo sedersi e cominciare a parlare dei libri che avevamo letto, eravamo già tutte pronte con le nostre riflessioni”.

Martina, per esempio, ricorda che “prima del primo incontro ci confrontavamo con Alessia, che aveva il timore che non conoscendoci tutte ci potesse essere dell’imbarazzo iniziale, quindi mi ero preparata degli argomenti per intervenire eventualmente. Ma non ce n’è stato bisogno!”. “Le conversazioni, inoltre, sono sempre sorprendentemente alte”, sottolinea Alessia. “Per essere una chiacchierata tra persone che o non si conoscono, o comunque si conoscono poco, emergono sempre punti di vista forti e interessanti, che trovo arricchenti”.

L’opinione generale è che, al di là del beneficio di comunità e culturale, la sensazione sia sempre quella di far parte di un ambiente positivo: “Non mi aspettavo che ci sarebbe stata così tanta risposta e un feedback così buono”, aggiunge Alessia, “ed è bello che ci sia molta varietà, per esempio nell’età o nelle professioni diverse delle persone che partecipano. Forse il bisogno di uno spazio di questo tipo è più trasversale di quello che pensassi”.

Anche Paola condivide con entusiasmo la sua sorpresa: “Devo dire la verità, non mi aspettavo di trovarmi così bene. Ho iniziato a partecipare un po’ per curiosità, un po’ per stare in mezzo agli italiani, e poi si è rivelata una cosa veramente molto carina, tant’è che l’ho consigliata a tutti, per esempio a mia sorella, che vive in Italia, ma anche a mio figlio, che studia all’università. Gli ho detto: ‘Se trovi un bookclub, prova a partecipare, perché, il fatto di leggere un libro e di condividere quest’esperienza con gli altri è davvero piacevole’”.

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