Da Ron Weasley a Lane Kim, da Samvise Gamgee a Jane Bennet, da Watson a Sancho Panza, passando per l’abbate Faria e Astolfo: i personaggi secondari (di ieri e di oggi) sono il cuore delle storie che amiamo di più. Non saranno gli eroi, ma restano indimenticabili. Perché senza i “non protagonisti”, senza chi regge la trama lontano dai riflettori, senza chi sostiene, accoglie e sa restare un passo indietro, nessun racconto (e forse nessuna vita) potrebbe davvero esistere – Un viaggio nel tempo letterario
Che a un certo punto della vita (e della lettura) il centro della scena smetta di sembrare una conquista e inizi a somigliare a una gabbia è una scoperta che ribalta completamente la nostra visione delle cose. Arriva senza avvertire, mentre osservi qualcuno che ami brillare o crollare, mentre resti un passo indietro, con le mani in tasca e lo sguardo attento. Non sei tu a vivere l’epifania, non sei tu a cadere o a vincere: sei lì per assistere. E per sostenere.
“Siamo cresciuti dentro una narrazione che ci vuole protagonisti a ogni costo”
Siamo cresciuti dentro una narrazione che ci vuole protagonisti a ogni costo, eroi della nostra traiettoria personale, ma la letteratura lo sa bene: esistono stagioni in cui il nostro ruolo è quello della spalla. Del secondo. Del personaggio che regge il mondo mentre qualcun altro lo attraversa.
Può interessarti anche
La parola “spalla” porta con sé un retrogusto ingiusto, quasi parassitario. Evoca l’idea di chi vive di riflesso, di luce altrui.
Eppure è un errore grossolano fermarsi a questa etichetta. La spalla non è un’appendice del protagonista, ma il suo sistema nervoso esterno. È ciò che lo tiene ancorato alla realtà, ciò che gli permette di non deragliare del tutto. Senza il secondo, l’eroe sarebbe spesso solo un visionario isolato, un egocentrico, talvolta un folle. La spalla è l’ancora, il controcampo, la misura morale. È quella presenza che non chiede il primo piano, ma senza la quale la storia semplicemente non reggerebbe.
Può interessarti anche
“La spalla non è un’appendice del protagonista, ma il suo sistema nervoso esterno”
Pensiamo a Ron Weasley, uno dei personaggi più noti della saga fantasy creata da J.K. Rowling e pubblicata in Italia dalla casa editrice Salani. In un mondo che celebra il prescelto, il talentuoso, l’eccezionale, Ron è l’imbarazzo della normalità. È il ragazzo che ha paura, che sbaglia, che invidia, che scappa e poi torna. È l’amico che resta nonostante le tensioni, le litigate, le gelosie che nessuna magia può cancellare. Sempre un passo dietro Harry Potter, sempre a fare i conti con una famiglia ingombrante e con un destino che non lo ha scelto.
Ebbene Ron è la temperatura emotiva della saga: se non ci fosse lui, Harry sarebbe un eroe glaciale, isolato nella propria eccezionalità. Ron porta il disordine umano (fatto di gelatine, di cioccorane, di maglioni di Natale lavorati a mano) dentro una storia di profezie e predestinazioni. Non vince quasi mai, ma resiste. E resistere, nella vita reale come in quella scritta, è forse la forma più alta di eroismo.
Può interessarti anche
Lo stesso accade nel mondo non magico ma non meno incantato di Hogwarts: Stars Hollow. Rory Gilmore, protagonista della serie Una mamma per amica (oggi anche nella versione libro, due volumi editi da Magazzini Salani: Una mamma per amica un nuovo inizio e Una mamma per amica. Amori e nuovi arrivi di Catherine Clark e Helen Pai), non sarebbe Rory senza Lane Kim.
Lane è l’amica silenziosamente geniale, quella che vive una doppia vita, che lotta contro una madre autoritaria, che ama la musica fino a farsene un rifugio identitario. Accetta di essere la spalla, il porto franco, la presenza costante. Lane non chiede mai il centro della scena, ma è lei a offrire a Rory lo spazio per esplorare se stessa. È un personaggio che ci dimostra che spesso le figure più interessanti e complesse non hanno bisogno di riflettori per farsi notare.
Può interessarti anche
Se però vogliamo rintracciare l’archetipo più puro di questo ruolo, non possiamo non pensare a un personaggio secondario che ha assunto lo statuto del mito: Samvise Gamgee de Il Signore degli anelli (Bompiani, traduzione di Ottavio Fatica). Tolkien, che conosceva il peso della guerra e della sopravvivenza, affida a Sam il compito più duro e meno celebrato.

Sam non combatte per la gloria, non è tentato dal potere, non sogna troni. Sam porta. Porta il cibo, porta il corpo stanco dell’amico, porta la speranza quando tutto sembra perduto. “Non posso portare l’Anello, ma posso portare te”: in questa frase c’è un’intera filosofia dell’amicizia e della spalla.
Può interessarti anche
La gerarchia della spalla si insinua anche nei legami più intimi, quelli familiari. Jane Bennet, in Orgoglio e pregiudizio (Garzanti, traduzione di Isa Maranesi), è una presenza luminosa eppure marginale. È bella, gentile, irreprensibile. Potrebbe essere lei la protagonista, e invece resta il contrappunto che permette a Elizabeth di brillare.
Jane è il metro della bontà assoluta, la calma che rende visibile l’ironia e l’intelligenza della sorella. Non si ribella mai apertamente al suo ruolo, e proprio per questo diventa una figura di struggente dignità.
Può interessarti anche
Guardiamo però anche ai secondi che non vogliono stare nel ruolo che hanno ricevuto in sorte. Con Amy March di Piccole donne (Garzanti, traduzione di Alba Bariffi), invece, Louisa May Alcott compie un gesto narrativo più spietato e moderno. Amy rifiuta di essere una spalla silenziosa. Sbaglia, ferisce, brucia il manoscritto di Jo in un atto che è insieme crudeltà e disperazione. Amy vuole essere vista. E alla fine, paradossalmente, è lei a comprendere meglio le regole del mondo.
“Spalle indimenticabili”
E poi ci sono altri secondi indimenticabili. Se c’è una spalla che ha insegnato ai lettori come funziona la mediazione tra genio e realtà, quella è il dottor John Watson. Senza Watson, Sherlock Holmes sarebbe un esercizio di stile sterile. Watson è il filtro cognitivo, la voce che traduce l’incomprensibile, l’uomo comune che ci permette di entrare nella mente di un genio evitando di esserne schiacciati. Ma Watson è anche colui che scrive, che costruisce il mito. È il compagno che non solo accompagna il protagonista, ma lo crea e lo consegna alla posterità.
Ancora più antico e radicale è il rapporto tra Don Chisciotte e Sancho Panza nel capolavoro Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra (Garzanti, traduzione di Letizia Falzone). Qui la spalla diventa il luogo del dialogo tra ideale e reale, tra fame e sogno. Sancho è la mente del romanzo, la concretezza che ridimensiona le visioni del Cavaliere. Ma è anche colui che, lentamente, si lascia contagiare dal sogno. E Chisciotte, a sua volta, impara qualcosa del mondo. È uno di quei magnifici casi in cui spalla e protagonista si trasformano a vicenda, fino a rendere impossibile stabilire chi dei due sia davvero il centro della storia.
Può interessarti anche
E poi c’è Astolfo, nell’Orlando furioso (Garzanti) di Ludovico Ariosto, forse una delle spalle più sorprendenti e poetiche della letteratura occidentale. Astolfo non è l’eroe furente o il paladino accecato dall’amore, non è colui che perde il senno: è quello che lo va a cercare. Quando Orlando impazzisce per Angelica, Astolfo compie il gesto più assurdo e più necessario di tutti: sale sulla Luna per recuperare ciò che l’amico ha smarrito. Ariosto affida proprio a lui il compito più alto e simbolico: custodire la ragione mentre il protagonista la perde.
Sulla Luna, Astolfo trova tutto ciò che gli uomini dimenticano o disperdono sulla Terra (desideri, promesse, sogni, intelligenza) e tra questi anche il senno di Orlando, conservato in un’ampolla fragile. Astolfo non combatte per sé e non reclama alcuna fama: viaggia, osserva, raccoglie e salva il suo amico.
“Una spalla non è una rinuncia, ma una posizione di osservazione privilegiata”
E restando tra i grandi classici, vogliamo citare anche l’abbate Faria de Il conte di Montecristo (Garzanti, traduzione di Lanfranco Binni) dello scrittore francese Alexandre Dumas. Compare solo nella prima parte del romanzo, eppure è una spalla memorabile: è colui su cui Edmond Dantès piange, ma anche colui grazie al quale impara, studia, progetta la fuga e il riscatto. Faria non accompagna l’eroe fino alla fine, ma gli consegna gli strumenti per diventarlo.
Potremmo continuare: Nick Carraway che osserva Gatsby e ne custodisce il mito; Mercuzio che, morendo, illumina la tragedia di Romeo e Giulietta; Patroclo che dà voce e carne all’ira di Achille. Tutti personaggi che non cercano il centro, ma finiscono per diventarlo.
E ci insegnano che essere una spalla non è una rinuncia, ma una posizione di osservazione privilegiata. È stare abbastanza vicino da capire, abbastanza lontano da non accecarsi. In un’epoca ossessionata dall’autonarrazione e dalla performance, le spalle letterarie ci ricordano che non tutte le vite sono destinate a essere raccontate a voce alta, ma che comunque tutte sono necessarie perché la storia esista.
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it













