Adelphi prosegue nella riproposizione della sterminata opera omnia dello scrittore più misterioso e inafferrabile d’Italia, Giorgio Manganelli: è l’ora della raccolta di “recensioni” del 1986 “Laboriose inezie”: si va dai greci e latini all’Ottocento, con un gran finale dedicato all’Aretino. L’autore aveva un’immaginazione intellettuale tragica, quasi perversa per sottigliezza. Nelle sue “riletture” i classici vengono strappati alle storie letterarie e alla noia delle ripetizioni sui banchi di liceo, per così dire rimessi in gioco…
Un libro, che mai sarà? Certo qualcosa che non può essere esaurito dal riassunto, perché in questo caso sarebbe sì un libro nel senso dell’oggetto, ma null’altro. Era una delle convinzioni di Giorgio Manganelli (espressa ad esempio in una conversazione degli anni ’80 con Graziella Pulce, Lettura d’autore, dove parlano anche Citati e Arbasino). In altre parole, “nessun libro finisce, non esistono libri lunghi ma solo larghi” (qui da Pinocchio, un libro parallelo). Ovvero, esistono libri, sì, ma il loro statuto è un enigma. I libri hanno a che fare col numinoso. Celano dèi rissosi e a volte dispettosi. Se sono classici, poi, sono addirittura taciturni, perché “taciturno è il classico, anche quando scrive parole pronunciabili ad alta voce, anche quando la sua consistenza è sonora, taciturno e insieme oracolare; perché l’oracolo è gioco, è minaccia, è terrore, è ironia, è limpidezza e oscurità penetrabile, ma non mai sondabile a fondo”.

Come avvicinarli, allora? Manganelli aveva una sua strategia, diciamo di contenimento, di interrogazione elusiva, quasi di traduzione. E se mai lo ha dimostrato in tutta evidenza è in una meditata raccolta di recensioni, scritte soprattutto il Corriere della Sera e la Stampa-Tuttolibri, uscita per la prima volta nel 1986, vivente l’autore che la addobbò con un’onirica e in qualche modo beffarda quarta di copertina. Ora la ripropone Adelphi: che prosegue nella sterminata opera omnia dello scrittore più misterioso e inafferrabile d’Italia.
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Laboriose inezie, contiene già nel titolo una sorta di doppio salto ossimorico, perché cita un giudizio liquidatorio di Francesco De Sanctis sull’Arcadia e se ne adorna per la propria opera. Ma inezie, a tutto dire, proprio non paiono queste recensioni (alcune già pubblicate in Concupiscenza libraria, sempre Adelphi, nel 2020) organizzate con un ordine storico, dai greci e latini all’Ottocento, e con un gran finale dedicato all’Aretino, ammirato di nuovo obliquamente per la sua “turpitudine istituzionale” e l’inventiva linguistica tra alto e basso, cerimoniale e popolaresco, come qualcuno che voglia lasciare di sé l’obliqua gloria della statua del Pasquino.
Manganelli sembra davvero riconoscerlo come un fratello, forse ipocrita: il fatto ritenuto incontestabile “che una prosa ribalda e pornografica risulti anche letteralmente impegnativa – scrive -, mi par cosa assai pedagogica. In chiesa si va gratis, al bordello si paga: giusto”. Il che vale per l’Aretino ma in fondo per tutta la letteratura. E’ un’affermazione di poetica critica.
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Giorgio Manganelli è sempre spiritoso (linguisticamente spiritoso) e inquietante (linguisticamente inquietante): nello stesso tempo agisce come una sorta di teurgo, di sacerdote mentale. Secondo l’amico Pietro Citati (che curava le edizioni dei classici nella collana della Fondazione Valla, qui recensite) “tra i molti inferni dell’arte moderna, quelli di Manganelli sorprendono per la loro qualità esclusivamente mentale: l’esperienza dell’orrore è chiusa tra le strette e ossessionanti pareti del cranio. Aveva un’immaginazione intellettuale tragica, quasi perversa per sottigliezza: spesso i suoi esercizi filosofici ci ricordano quelli di un pensatore gnostico o di un paradossale logico e tardo Medioevo”.
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Lo scrisse in occasione della sua morte, accostandolo a Poe, “che egli scelse come un maestro”, e “trasportò le figure dell’inconscio nella parte intellettuale della mente”. Citati pensava ai romanzi (dall’Hilarotragoedia a La palude definitiva) ma l’analisi val bene anche per le recensioni. Così dedicandosi alle Bucoliche, ecco un Manganelli che sembra esattamente spiegare il gioco delle laboriose inezie, identificando in Virgilio lo “scopritore” dell’Arcadia, “un luogo severo, aspro, violento, passionale; turbato da magie e sommosso da un poderoso destino profetico”. O recensendo Cornelio Nepote (De viribus illustribus) ne coglie nelle vite come degli “appunti per libretti d’opera”, perché Nepote “è un librettista mancato; la sua vocazione è teatrale”, storia e virtù diventano “Coreografia”: e non è certo un giudizio negativo, anzi.
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I suoi classici vengono strappati alle storie letterarie e alla noia delle ripetizioni sui banchi di liceo, per così dire rimessi in gioco, un gioco spericolato, ilare, appunto tragico. Si prendano a questo proposito le considerazioni sulla lingua di Dante e Boccaccio, “una lingua inconsumabile” e “grande tanto che ci possono capire dentro tutti coloro che ne hanno voglia”, sicché l’elenco che segue è esilarante. Si va dai gramsciani agli junghiani, dai patiti dell’inferno ai tifosi di angeli e cherubini, ai teologi della domenica ai puri e semplici matti. E ancora una volta la clausola finale si avvicina al motto di spirito, il che è una caratteristica tipica dell’autore e ovviamente di questi scritti. Si potrebbe andare avanti con le citazioni: Carlo Dossi “tenuto a domicilio coatto nel nulla delle storie letterarie”, o “la grande glaciazione dell’Aretino” che nelle patrie lettere finalmente volge al termine; o Benvenuto Cellini che “enuncia la sua devozione di efferato e allucinato sicario del proprio demone: o ancora Nicolò Tommaseo, visto da uno che amava alla follia i repertori, come “un Balzac del dizionario”, “lento e rimasticante rapace”, “verbivoro” con “un certo inconveniente”: quello di provocare grandi crisi col suo “adescamento verbale”.
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E che dire del secentista Daniello Bartoli, peraltro svalutato da De Sanctis e ammirato da Leopardi, se non lanciare un avvertimento minaccioso: “di uno scrittore che non ami Bartoli diffiderei grandemente”. O del povero Foscolo (al contrario esaltato da De Sanctis e massacrato da Carlo Emilio Gadda), cui si dà blandamente la baia asserendo però che in Romania, mentre cercava rovine legate al terribile Dracula, accadde al critico di leggerne con piacere i sonetti, pur continuando a diffidarne “per quell’andare in giro carico di esclamativi e perderseli per strada”; anche se poi il lettore stesso fa ammenda parziale, riconoscendosi, nei confronti del poeta come una sorta di tignoso molestatore. E’ questione di umori, anche, gli umori di Manganelli fanno parte del suo linguaggio, e il suo linguaggio non è affatto – come pure gli si è rimproverato – una sorta di arcadica accademia.
Pura ed inimitabile follia novecentesca, come è stato pur osservato? Andiamoci piano, risponderebbe l’orfano sannita. Lui propendeva per l’astorico, in qualche caso per un ironico “eterno”. E sapeva benissimo abitare stoicamente la contraddizione: posto che la letteratura, come scrisse in uno dei suoi saggi più noti, non è che la sontuosa, necessaria menzogna di cui ci nutriamo – e di cui non potremmo fare a meno, pena la fine di tutti i libri; e di noi stessi.
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