L’estraneità come strumento letterario. Açelya Yönaç, al debutto narrativo con il romanzo “La casa turca”, ci racconta cosa significa per lei scrivere in una lingua che non è quella madre (“Per molto tempo mi sono sentita un’impostora. Una ladra di lingue”): “Non ho mai pensato che una persona dovesse appartenere a una sola lingua. Forse perché sono cresciuta così. Cambiare lingua mi è sempre sembrato naturale quanto cambiare stanza”. Il discorso prosegue poi sugli scrittori e le scrittrici translingui – come Joseph Conrad, Elias Canetti e Agota Kristof, per citarne alcuni – che cercano in una lingua “non una patria ma una stanza in cui la propria voce possa esistere…”

di Açelya Yönaç

Per molto tempo ho creduto che la lingua fosse una patria. Poi ho scoperto che era una frontiera.

La lingua del corpo

Da bambina il turco era la lingua del corpo, di mia nonna che mi cullava cantandomi una ninna nanna in turco, delle cucine e dei salotti, dei bicchieri di tè lasciati a metà sui tavolini bassi, e per me la lingua dei giornali, di tutti i giornali che arrivavano ogni mattina a casa con il pane fresco.

Era una lingua piena di parole arrivate da altrove, dall’arabo, dal persiano, dal francese, dal greco. Una lingua impero, una lingua pirata. Dentro il turco sentivo ancora i resti dell’Impero Ottomano; commercianti, poeti, soldati, donne armene che parlavano sottovoce, uomini che cambiavano nome attraversando il Mediterraneo. Non mi è mai sembrata una lingua pura. Nessuna lingua lo è davvero.

Poi è arrivato il francese, la scuola francese, la disciplina. E infine l’inglese, che per anni ho considerato la mia vera lingua creativa. La lingua dell’ironia, dell’osservazione, di una certa precisione emotiva e narrativa. In inglese riuscivo a guardare il mondo con maggiore leggerezza, mi sentivo io, una sensazione inspiegabile.

La lingua del quotidiano

L’italiano invece è arrivato in un altro modo.

Non attraverso la scuola ma attraverso la vita quotidiana: Milano, la televisione, la strada, le amicizie adolescenziali, le prime uscite. Non ho mai frequentato scuole italiane. Nessuno mi ha insegnato davvero l’italiano. L’ho ascoltato. L’ho spiato. L’ho addomesticato lentamente.

Per anni ero convinta che avrei scritto il mio primo romanzo in inglese. Poi è successo qualcosa che ancora oggi considero quasi mistico. Ho scritto un racconto in italiano come se qualcuno me lo stesse dettando. Era notte, ricordo il silenzio della stanza, la sensazione stranissima che la storia esistesse già da qualche parte e che io stessi soltanto trascrivendo, in realtà ero io in contatto con parti di me che ho liberato attraverso il mezzo letterario, incomprensioni, lutti, l’infanzia, e la nostalgia di Istanbul. Quel racconto è stato pubblicato e io ho capito, forse per la prima volta, di avere una voce italiana.

Non una voce perfetta.

Non una voce madrelingua.

Una voce italiana.

Cosa significa scrivere nella lingua degli altri

Da allora penso continuamente a cosa significhi scrivere nella lingua degli altri.

Perché è questo che faccio, io scrivo nella lingua degli altri da quando sono in prima elementare.

Eppure, ogni volta che lo dico sento che quella frase contiene già una contraddizione. Come se le lingue appartenessero davvero a qualcuno. Come se esistessero proprietari legittimi della sintassi, del lessico, della musicalità. Come se alcuni potessero abitare una lingua naturalmente mentre altri dovessero continuamente giustificare la propria presenza.

Lo scrittore che abita più lingue vive sempre sulla soglia. Non appartiene completamente a un solo sistema linguistico ma attraversa codici, culture, registri. Traduce continuamente il proprio pensiero.

Autrici e autori translingui

Joseph Conrad scriveva che l’inglese non era per lui né una lingua nativa né una lingua adottiva, era qualcosa che aveva dovuto conquistare. Credo che molti autori translingui riconoscano immediatamente questa sensazione. La lingua acquisita non arriva mai come un’eredità naturale. È una costruzione lenta, quasi fisica.

Anche Elias Canetti racconta qualcosa di simile ne La lingua salvata. Il tedesco, che sarebbe poi diventato la lingua della sua opera e del suo Nobel, non era la lingua della sua infanzia. Lo ha imparato tardi, a Vienna, attraverso un apprendistato quasi brutale imposto dalla madre. Prima veniva il suono, la ripetizione ossessiva delle frasi, soltanto dopo il significato. Canetti parla del tedesco come di una lingua che lo ha accolto. Questa immagine mi ha sempre colpita profondamente: la lingua non come proprietà privata ma come luogo.

Forse è questo che cercano gli scrittori translingui. Non una patria ma una stanza in cui la propria voce possa esistere.

Una ladra di lingue

Per molto tempo mi sono sentita un’impostora. Una ladra di lingue.

Credo che accada spesso a chi scrive in una lingua acquisita. Steven Kellman osserva che molti scrittori translingui sviluppano il bisogno, conscio o inconscio, di dimostrare continuamente la propria competenza nella lingua dell’altro. Questo produce spesso una relazione quasi artigianale con la scrittura; un’attenzione estrema al ritmo, alle sfumature, alla precisione lessicale.

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Quando scrivo in italiano lavoro lentamente. Ascolto molto le frasi. Tagliare, per esempio, in italiano per me è molto più difficile. In inglese il movimento della frase mi sembra più rapido, più secco, più ironico. L’italiano invece trattiene. Chiede tempo. Chiede ascolto.

Ogni lingua organizza il mondo in modo diverso.

Ci sono pensieri che mi arrivano soltanto in inglese. Alcuni ricordi esistono soltanto in turco. Perfino il modo in cui osserviamo cambia da una lingua all’altra. Renzo Titone, nel suo libro sulla personalità bilingue, scrive che spesso è l’inconscio, ancora più dell’io cosciente, a dipendere dai vissuti linguistici. Mi sembra vero. La lingua materna non serve soltanto a comunicare, costruisce la nostra lingua interiore.

Cosa significa crescere tra più lingue

Quando ero bambina e avevo paura chiamavo mia madre in turco, ancora oggi quando piango di un dolore lacerante, dico tra le lacrime “annecim yardim et”, mammina aiutami, anche se è solo un grido soffocato che confido a Dio. Ancora oggi quella parte infantile di me esiste soltanto in quella lingua.

Crescere tra più lingue significa anche capire molto presto che l’identità non è qualcosa di stabile.

Il monolinguismo contemporaneo ci ha abituati all’idea che a una persona debba corrispondere una sola lingua, una sola appartenenza, una sola origine riconoscibile. Ma questa idea è più politica che naturale. È una costruzione dello Stato moderno, dell’ossessione per i confini chiari, per le identità leggibili e governabili.

Il plurilinguismo non impoverisce il pensiero ma lo moltiplica

Per secoli ci è stato insegnato che la lingua colta fosse una lingua pura, mentre i linguaggi mescolati venivano considerati bassi, corrotti, imperfetti. Le culture più fertili sono nate quasi sempre dal mescolamento.

La Praga di Kafka viveva tra tedesco, ceco e yiddish. La Königsberg di Kant era un porto linguistico. Istanbul stessa è stata per secoli una città di traduttori, levantini, minoranze, alfabeti diversi. Le lingue pure esistono soprattutto nell’immaginazione politica. La realtà è molto più confusa, più porosa, più interessante.

Anche l’idea che un bambino debba crescere dentro una sola lingua oggi appare superata. Sappiamo che il plurilinguismo non impoverisce il pensiero ma lo moltiplica. Il sospetto verso chi abita più lingue rimane. Chi parla una lingua acquisita riceve spesso una richiesta implicita: parlare perfettamente, ma senza lasciare tracce. Essere comprensibile, ma non troppo diverso.

L’estraneità come strumento letterario

Forse è per questo che molti scrittori translingui finiscono per trasformare la propria estraneità in uno strumento letterario.

Agota Kristof ha scelto il francese sapendo che nessuno avrebbe tradotto una giovane autrice ungherese sconosciuta. Conrad ha scelto l’inglese. Nabokov ha attraversato il russo e l’inglese. Irène Némirovsky ha scritto in francese. Ngũgĩ wa Thiong’o ha compiuto il movimento opposto, abbandonando l’inglese per tornare al gikuyu come gesto politico.

Ogni scelta linguistica porta con sé una relazione con il potere, con il mercato editoriale, con il colonialismo, con il desiderio di appartenenza o con il suo rifiuto. Scrivere in un’altra lingua non è mai una decisione neutra. Ma per me è anche una normalità.

Non ho mai pensato che una persona dovesse appartenere a una sola lingua. Forse perché sono cresciuta così. Cambiare lingua mi è sempre sembrato naturale quanto cambiare stanza. A volte penso in inglese, sogno in turco, scrivo in italiano. Non vivo questa molteplicità come una perdita. Piuttosto come una continua traduzione di me stessa.

Lo scrittore plurilingue compie un’operazione strana. Egli racconta esperienze vissute in una lingua usando il pensiero di un’altra. Il testo nasce già come riscrittura. Come traduzione di qualcosa che non coincide mai completamente con la lingua in cui viene raccontato. Forse è proprio lì che nasce la letteratura. In quella distanza e in quel piccolo scarto tra la vita e la lingua che cerca di contenerla.

Non credo più alla fantasia della lingua pura. Credo invece nelle lingue attraversate, contaminate, amate abbastanza da poter essere trasformate.

Scrivere nella lingua degli altri, alla fine, significa forse questo; entrare in una casa sapendo di essere ospiti e, lentamente, imparare ad abitarla senza smettere di portare dentro di sé tutte le altre stanze.

La casa turca

L’AUTRICELa casa turca (Neri Pozza) è il romanzo d’esordio di Açelya Yönaç, autrice nata a Istanbul nel 1978, e che da anni risiede in Italia. Cresciuta tra Istanbul, Milano e New York, dove ha studiato Scrittura Creativa con la poetessa Lee Upton, ha esordito in narrativa pubblicando racconti nella rivista letteraria Kitap-lık delle edizioni Yapı Kredi, in Turchia, e suoi racconti in lingua italiana sono stati pubblicati, tra le altre, dalla rivista online La Balena Bianca.

Nel libro, scritto in italiano, l’autrice si confronta con i temi dell’identità e della patria, dell’immigrazione e del potere salvifico della letteratura.

Il romanzo di Yönaç (“nomade, performer di spoken word e copywriter”) narra una storia che affonda le sue radici in due mondi opposti e vicinissimi, come le rive del Bosforo. A Istanbul è un maggio anomalo, coperto dalla neve e invaso dai gatti neri. Asena, cresciuta lontana dalle sue radici, autrice di romanzi su donne straordinarie dell’Impero Ottomano, viene invitata in città per un premio e un’intervista in tv.

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Accetta di ritornare dopo anni, spinta dal desiderio di cercare il fratello giornalista svanito nel nulla. Straniera nella sua città, si confronta con la giornalista Azra, che porta il velo. Il loro dialogo evoca tutte le contraddizioni millenarie tra Oriente e Occidente, la specificità della Turchia – Paese a cavallo fra i mondi–, la frattura apparentemente insanabile fra due immagini della donna.

Asena ha davanti agli occhi un Paese lontanissimo da quello che descrive nei suoi libri e dai suoi ricordi di bambina: fatica a chiamarlo patria, ma visita i cimiteri della città affascinata dalla possibilità di una dimora eterna sotto i cipressi bizantini. E quando scopre la verità sul fratello, dinanzi la loro casa dell’infanzia demolita, la vita sembra perdere di senso. La salveranno l’albero di melocotogno di sua madre e le tante storie di donne giunte a lei durante questo ritorno. Nelle loro voci ritroverà finalmente la sua.

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Fotografia header: Açelya Yönaç nella foto di Francesca Ardau

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