“Di noi si dice che abbiamo occupato troppi posti di lavoro, comprato le case quando costavano meno (e comunque si fa per dire), siamo rimasti troppo a lungo nelle università, nelle professioni, nelle aziende, nella politica. Abbiamo consumato, inquinato, prosperato. Adesso abbiamo persino l’arroganza di invecchiare tutti insieme e di pretendere una pensione, mettendo sotto pressione sistemi previdenziali già provati dalla denatalità…”. Ma, come spiega la scrittrice e insegnante Simonetta Tassinari, “non serve che i boomer si facciano da parte. Serve che facciano spazio… Sì, abbiamo sbagliato molto, ma abbiamo anche cambiato molto…”
Noi baby boomer siamo in tanti. Cominciamo da qui, perché negarlo sarebbe difficile, e soprattutto inutile. Siamo i nati, secondo la definizione convenzionale, fra il 1946 e il 1964: diciannove annate venute al mondo dentro la straordinaria impennata demografica che seguì la Seconda guerra mondiale. Rappresentiamo ancora una fetta imponente della popolazione occidentale e possediamo una quota consistente della sua ricchezza.
L’essere così numerosi, curiosamente, sembra essere diventato una delle nostre colpe. Si dice di noi che abbiamo occupato troppi posti di lavoro, comprato le case quando costavano meno (e comunque si fa per dire), siamo rimasti troppo a lungo nelle università, nelle professioni, nelle aziende, nella politica. Abbiamo consumato, inquinato, prosperato. Adesso abbiamo persino l’arroganza di invecchiare tutti insieme e di pretendere una pensione, mettendo sotto pressione sistemi previdenziali già provati dalla denatalità.
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Tutto vero, almeno in parte…
Tutto vero, almeno in parte. Ma, a nostra discolpa, vorrei presentare una circostanza attenuante: non abbiamo deciso noi di nascere. Non ci riunimmo clandestinamente nel 1945 stabilendo di venire al mondo in numero sufficiente da creare problemi previdenziali ottant’anni dopo. Furono i nostri genitori a generarci, perché, usciti dalla guerra, avevano ricominciato a credere nel futuro. Il baby boom fu anche questo, una gigantesca dichiarazione di fiducia. Dopo le bombe, le tessere annonarie, le città distrutte e i morti, milioni di uomini e donne pensarono che valesse nuovamente la pena mettere al mondo dei bambini, e che i loro figli non dovevano più essere soltanto braccia per i campi o per la bottega. Avrebbero dovuto studiare, vivere meglio, salire qualche gradino rispetto ai genitori. Diventare, insomma, la prima generazione pienamente moderna.
Ed eccoci qua.
Siamo stati i bambini della televisione e degli elettrodomestici, delle vaccinazioni di massa, dell’automobile familiare, delle scuole superiori che si riempivano e delle università che cessavano lentamente di essere riservate a una piccola élite. Siamo stati la generazione della pillola, della minigonna, dei Beatles e delle manifestazioni, delle ragazze che cominciavano a considerare il matrimonio una possibilità e non un destino.
Ci viene spesso rinfacciato di aver trovato la strada spianata…
Ci viene spesso rinfacciato di aver trovato la strada spianata, ma è vero soltanto in parte. Abbiamo certamente conosciuto un mondo che cresceva economicamente molto più di quello nel quale diventano adulti molti giovani di oggi; siamo diventati grandi nei mitici Sessanta, quando tutto sembrava un “boom”. Negarlo sarebbe sciocco e ingeneroso, ma da qui a trasformare un’intera generazione in una banda di fortunati predatori e di scrocconi ce ne passa, soprattutto perché c’è un’accusa che proprio non possiamo accettare: quella di non avere dovuto combattere per niente.
Abbiamo combattuto moltissimo
Viceversa, noi abbiamo combattuto moltissimo.
Non nelle trincee dei nostri padri e dei nostri nonni, per fortuna, ma nelle piazze sì. La generazione diventata adulta negli anni Sessanta e Settanta riempì università e strade, contestò guerre e autorità, partecipò ai movimenti per i diritti civili, mise in discussione gerarchie che sembravano naturali soltanto perché esistevano da secoli. Il Sessantotto dei nostri fratelli maggiori – io sono piuttosto una da Settantasette – segnò l’ingresso politico e culturale della generazione del baby boom nella maggiore età.
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E le donne? Dovettero spiegare che avere un marito non era una professione, che il corpo femminile apparteneva anzitutto alla donna (“Chi si ricorda Io sono mia?), che lavorare non significava trascurare la famiglia e che si poteva perfino avanzare l’esorbitante pretesa della parità. Divorzio, emancipazione femminile, diritti civili, libertà sessuale, nuovi rapporti familiari: niente di tutto questo è caduto dal cielo. Dietro conquiste che oggi sembrano ovvie ci somo state persone che marciavano, scioperavano, occupavano, raccoglievano firme, sfidavano convenzioni e qualche volta prendevano anche delle manganellate in testa.
Naturalmente non eravamo tutti lì: una generazione non è un partito politico. C’erano contestatori e conservatori, femministe e uomini che avrebbero volentieri rimandato le donne in cucina, pacifisti e guerrafondai. Basta del resto guardare chi appartiene alla generazione dei boomer per trovarvi tutto e il contrario di tutto. Donald Trump, Bill Clinton e George W. Bush sono addirittura nati tutti nel 1946, l’anno inaugurale del baby boom. Ursula von der Leyen, nata nel 1958, guida la Commissione europea; Christine Lagarde, 1956, presiede la Banca centrale europea. Mario Draghi, classe 1947, è stato presidente della BCE e presidente del Consiglio;
Insomma, i boomer non se ne sono ancora andati.
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Non lasciamo il posto ai giovani…
Ed ecco un’altra accusa: non lasciamo il posto ai giovani.
Ma che cosa significa “lasciare il posto”? Una società non è un autobus sul quale, raggiunti i sessantacinque anni, ci si debba alzare educatamente dicendo: “Prego, si accomodi lei”. Se una persona è ancora capace di scrivere, insegnare, dirigere, inventare, amministrare, fare ricerca o impresa a settanta o ottant’anni, perché mai dovrebbe smettere?
Il problema non è che gli anziani continuino a esistere socialmente. È costruire una società nella quale la presenza degli anziani non impedisca l’ingresso dei giovani.
Quanto alle pensioni, allorché una generazione tanto numerosa smette di lavorare la pressione sul sistema è inevitabile, eppure chi riceve una pensione – dopo avere lavorato e versato contributi per decenni – non sta compiendo un atto ostile contro un trentenne. Il problema è strutturale: denatalità, rapporto fra occupati e pensionati, salari, precarietà, produttività e politiche previdenziali. Dare la colpa ai boomer perché sono diventati vecchi è un po’ come accusare un temporale di essere composto da troppe gocce.
Un enorme trasferimento familiare
E poi permetteteci una piccola osservazione: chi li ha mantenuti, fino adesso, questi figli? E, sovente, questi nipoti? Dietro le statistiche sulla presunta ricchezza dei boomer esiste un enorme trasferimento familiare: genitori che aiutano figli adulti con l’affitto o l’acquisto di una casa, badano ai nipoti perché due stipendi sono indispensabili, diventano ammortizzatori sociali laddove lo Stato arriva tardi o non arriva affatto. Magari siamo stati fortunati, ma abbiamo anche lavorato; magari abbiamo ricevuto molto, ma abbiamo anche consegnato qualcosa.
E la concorrenza l’abbiamo conosciuta eccome, proprio perché eravamo tanti: a scuola, agli esami, ai concorsi a cattedra e nelle pubbliche amministrazioni, nella ricerca di un lavoro. Il baby boom non ha prodotto soltanto una generazione che ancora oggi “occupa posti”; ha prodotto milioni di persone che quei posti hanno dovuto contenderseli.
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Forse anche avere più spesso fratelli e sorelle ci ha insegnato qualcosa. Personalmente sono la prima di quattro figli – il baby boom a casa mia funzionò davvero – e bisognava dividere la stanza, l’attenzione dei genitori, i giocattoli e qualche volta persino la fetta migliore della torta. Senza trasformare le famiglie numerose in un paradiso educativo (chiunque abbia fratelli sa quanto possano essere insopportabili, certe volte… forse amabilmente, ma insopportabili), quella convivenza insegnava presto una cosa assai utile, che il mondo non era stato organizzato intorno a noi.
Il condiscendente “Ok, boomer” ci fa sorridere. Anche noi abbiamo avuto espressioni poco lusinghiere per chi è venuto prima e dopo. Ogni generazione considera la precedente responsabile del mondo che ha ricevuto e, la successiva, incomprensibile e ingrata.
Proviamo allora a riscrivere la faccenda.
Abbiamo sbagliato molto e abbiamo anche cambiato molto
I giovani hanno ragione quando chiedono lavoro meno precario, case accessibili, salari dignitosi, possibilità di avere figli senza trasformare la maternità o la paternità in un lusso; quando chiedono di non ricevere in eredità debiti, diseguaglianze e un pianeta maltrattato. Ma noi boomer abbiamo il diritto di rifiutare la caricatura di una generazione egoista che avrebbe trascorso la vita a saccheggiare allegramente il futuro.
Abbiamo sbagliato molto e abbiamo anche cambiato molto. E possediamo ancora qualcosa che vale la pena consegnare: la speranza.
Non quella ingenua dell’“andrà tutto bene”, che abbiamo perso abbastanza presto. Intendo la speranza di chi è cresciuto credendo che il domani potesse essere migliore dell’oggi e che proprio per questo valesse la pena protestare, combattere, cambiare le cose.
Forse è questa la migliore eredità che possiamo lasciare alle generazioni successive, insieme alle case, alle pensioni, ai debiti, agli errori e alle conquiste.
Non serve che i boomer si facciano da parte. Serve che facciano spazio. E non serve che i giovani aspettino che i boomer scompaiano per costruire il proprio mondo.
Possiamo starci dentro insieme.
L’AUTRICE – Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.
Ha pubblicato romanzi, testi di argomento storico e filosofico (tra gli altri, per Einaudi scuola) e il saggio “brillante” – sull’insegnamento della filosofia nelle scuole – La sorella di Schopenhauer era una escort (Corbaccio). Con Corbaccio ha pubblicato anche Donna Fortuna e i suoi amori, La casa di tutte le guerre, Le donne dei Calabri di Montebello e L’ultima estate in paese.
Per Feltrinelli ha pubblicato nel 2019 Il filosofo che c’è in te; S.O.S. filosofia. Le risposte dei filosofi ai ragazzi per affrontare le emergenze della vita, rivolto agli adolescenti; Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa (2020); per Gribaudo Instant Filosofia (2020) e Le 40 parole della filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia – Da Aspasia a Luce Irigaray, la storia mai raccontata del pensiero al femminile (2024). Dopo aver pubblicato nel 2025 Il bello tra le crepe – Manuale di riparazione della vita quotidiana, a inizio 2026 è uscito per Gribaudo La sublime arte del disordine – Filosofia dei calzini spaiati.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.
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