In tutto il mondo si torna a diffondere l'homeschooling, o insegnamento parentale privato. Su ilLibraio.it il punto di vista - critico - di Simonetta Tassinari, insegnante e scrittrice

L’homeschooling, o insegnamento parentale privato, ritornato alle cronache di recente, la cui stessa idea ci incuriosisce, quando, addirittura, non ci sconcerta, è stato considerato la norma fino a non moltissimo tempo fa. Per l’opinione pubblica, mettiamo, del Settecento, l’istituzione di una scuola statale uguale per tutti, per lo più gratuita, obbligatoria e rivolta a entrambi i sessi, sarebbe stata considerata audace, velleitaria e, perché no, anche inutile. Al contrario, per tutti noi si tratta invece di una grande conquista dei tempi moderni,  in particolare della democrazia, strappata non senza fatica; di un trionfo del principio del diritto all’istruzione e dell’uguaglianza giuridica; del  cavallo di battaglia dei progressisti che, nei secoli, hanno fatto di tutto affinché i governi approvassero l’obbligo scolastico e il suo innalzamento, nell’interesse collettivo.

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Senza alcun dubbio l’istituzione di scuole controllate e gestite dallo Stato, sparse sul territorio e gratuite, è stato il fattore più potente della scomparsa dell’analfabetismo e della scolarizzazione di massa. Tuttavia, sempre nel nome di un principio liberale, non è mai scomparsa, almeno in Italia, la possibilità di istruire da soli i propri figli: proprio perché la Legge impone che l’istruzione sia obbligatoria, e non la frequenza di una scuola. E come mai, allora, pochissimi finora se ne sono avvalsi? E come mai, invece, adesso se ne discute, quando, tutto sommato, la procedura non è mai stata particolarmente complessa né lunga?


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Difatti è  sufficiente comunicare alla Direzione scolastica competente, tramite autocertificazione, che il proprio figlio assolverà l’obbligo a casa, seguito dai genitori o da persone di loro fiducia, e far poi sostenere i relativi esami di idoneità per affrontare le Superiori.  È pur vero che i numeri, almeno da noi, per adesso sono scarsi; si parla di circa millecinquecento tra bambini e ragazzi che in Italia vengono educati in tal modo.

Altrove le cifre sono senza dubbio superiori, decine di migliaia in alcuni paesi europei e molti di più negli Stati uniti, dove si sceglie spesso l’ homeschooling per motivi religiosi (ad esempio, per fare in modo che ai bambini venga proposto il creazionismo, o il “Disegno intelligente”, e non l’evoluzionismo o la teoria del Big Bang).

In linea di massima i genitori che stabiliscono di istruire da soli i propri figli, magari avvalendosi anche di di insegnanti esterni, non condividono le scelte pedagogiche generali della scuola pubblica, l’ordine, il numero, i programmi delle materie; pensano che le classi siano sovraffollate; disapprovano la maniera con la quale vengono affrontate alcune questioni eticamente sensibili come l’integrazione, le differenze di genere, le scelte sessuali;  ancora, dissentono sul sistema del reclutamento degli insegnanti, la loro girandola, il fatto di dover “prendere ciò che ti arriva” (così mi è stato detto da un genitore) “senza avere nessuna reale possibilità di allontanare docenti evidentemente impreparati o incapaci di insegnare e di tenere una classe”.


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Voler esercitare una certa forma di  controllo sugli educatori dei propri figli, che rivestono un ruolo così determinante per la formazione della loro personalità e lo sviluppo del loro carattere,  è esigenza umana e comprensibile; senonché, abituati come siamo, piuttosto, a una “caccia” ai bravi maestri e alla “buona” sezione, e magari  alla migrazione da una scuola all’altra se la precedente non ci ha pienamente soddisfatto, l’educazione parentale ci sembra, come scelta, fin troppo radicale. Senza dubbio è frustrante, per una famiglia attenta e partecipe a ogni momento della crescita di un figlio, essere quasi impossibilitati (in fondo che cosa si può fare, se non protestare con il Dirigente?), a reagire dinanzi a docenti inadeguati, i quali, in qualche caso, hanno la pretesa di imporre il proprio credo politico o religioso.

Ma vale davvero la pena di tenerli a casa?  Innanzitutto l’insegnamento parentale richiede pazienza, abnegazione, tempo libero e anche risorse economiche, se ci si affida a uno o più co-maestri; prevede che almeno un genitore non lavori, oppure che  possa lavorare da casa o  assentarsi per lunghi periodi; impone che almeno un genitore possieda numerose competenze, una certa versatilità e predisposizione per l’insegnamento (insegnare non significa semplicemente travasare quel che si sa in una mente vergine; la mente non è un recipiente vuoto, direbbe K. R. Popper, e  la questione è ben più complessa).


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Dal punto di vista dei vantaggi  permette di prolungare il controllo sui bambini, di selezionare, sulla base della propria esperienza, ciò che si ritiene più utile per loro, di evitare condizionamenti sgraditi;  inoltre  i ritmi di un insegnamento tra le mura domestiche sarebbero sicuramente più rilassati( si può fare il pomeriggio quel che la mattina non si riesce a fare), forse anche più gioiosi, senza diaframmi né  il bisogno, spesso ansioso, di farsi conoscere e apprezzare. Ma tutto questo, la cui ricerca è in fondo determinata da una desiderio di cura e di protezione che non si ritiene realizzabile all’esterno, potrà, al massimo, essere protratto nel tempo, e non indefinitivamente; insomma, prima o poi anche questi bambini e ragazzi dovranno uscire dal giardino, e fuori dal giardino nessuno è in  grado di optare per un incontro o un altro, nessuno è in grado di scegliere il proprio prossimo, né le circostanze esatte della propria vita, così come di scegliere se domani o durante il week end pioverà. Al massimo ci si può augurare che tutto fili via liscio, ma spianare completamente la strada a coloro che amiamo di più non è che utopia. Del resto, mi chiedo, è davvero un bene che venga meno la pluralità delle fonti? Questi bambini educati in casa saranno capaci di dialettica, possederanno i mezzi  per opporsi e difendere le proprie idee in un contesto che non sia quello delle mura di casa?

Agli occhi di tutti noi che, per andare a scuola, abbiamo spalancato una porta e abbiamo affrontato  il mondo con tutti i suoi chiaroscuri, gli homeschooling  mancheranno sempre di qualcosa. Non avranno conosciuto gli odori della classe, le risa, le chiacchiere, l’esultanza per l’assenza di un prof, la divisione di una  merenda, l’affannarsi per un ritardo, l’attesa di un autobus, il timido amore per una compagna o un compagno, i compiti svolti insieme, un suggerimento, la complicità tra coetanei. E, in sintesi, mancheranno di quella ricerca comune della verità che, con tutti i suoi limiti, rimane l’argomento migliore del modello tradizionale di scuola.

L’AUTRICE – Nel 2015 Simonetta Tassinari ha pubblicato La casa di tutte le guerre, romanzo ambientato in Romagna nell’estate 1967.
È da poco tornata in libreria, sempre per Corbaccio, con La sorella di Schopenhauer era una escort, un libro per i genitori, per i ragazzi, per chi non è genitore e non è neanche un ragazzo, per i curiosi, per chi vuole sorridere, e leggere, della scuola italiana. Un ritratto divertente della generazione smartphone-munita.
L’autrice è nata a Cattolica ed è cresciuta tra la costa romagnola e Rocca San Casciano, sull’Appennino. Vive da molti anni a Campobasso, in Molise, dove insegna Storia e Filosofia in un liceo scientifico. Ha scritto sceneggiature radiofoniche, libri di saggistica storico- filosofica e romanzi storici.

 

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