Ne "I vagabondi" Olga Tokarczuk riesce a ripristinare un concetto importantissimo in un’epoca di riflessioni su cosa significa abbandonare un posto e reinventarsi altrove, e su chi ha il diritto di farlo: presentando il movimento come una condizione universale, disciplinata dalla storia ma con una forza anarchica tutta sua, ricorda al lettore che lo spostarsi non è fatto solo da necessità ma anche da desiderio, ed è repressivo tarare qualsiasi discorso sulla migrazione in base all’emergenza e il bisogno, poiché il desiderio di un luogo, o di qualcosa da scegliere, trova uno spazio anche lì... - Su ilLibraio.it Claudia Durastanti racconta il libro cult dell'autrice polacca, che ha ridefinito il rapporto tra scrittura, viaggio e l’io testimoniale

“Ogni volta che parto per un viaggio scompaio dalle mappe. Nessuno sa dove sono. Al punto di partenza o al punto d’arrivo? Esiste qualcosa che sta in mezzo?”.

I vagabondi, Olga Tokarczuk

“Odio il viaggio e i viaggiatori ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni. Ma quanto tempo per decidermi!”, scriveva Claude Lévi-Strauss nel famosissimo incipit di Tristi Tropici. 

Deciso a venire a patti con il suo soggiorno in America Latina di tanti anni prima, lo studioso francese faceva ironia sulla letteratura di viaggio, e i suoi numerosi avviluppamenti con la sua disciplina di elezione: quei taccuini e diari di bordo in cui il viaggiatore si trasforma in un antropologo poco accurato e viceversa, le grandi monografie su tribù e religioni di altri paesi in cui l’antropologo scopre di non essere altro che un viaggiatore, uno dei tanti, che non viene salvato neanche dal suo rigore scientifico perché in movimento tutto si perde, e poi c’è la noia.

i vagabondi 

Circa cinquant’anni dopo, quando ormai tutto il canone della letteratura di viaggio si è sfaldato e ricoagulato anche attraverso lo psiconaturewriting di W. G. Sebald e dei suoi emuli, arriva una scrittrice polacca a ridefinire il rapporto tra scrittura, viaggio e l’io testimoniale. E lo fa in un modo splendido, perché invece di rendere sé stessa il sole di un romanzo attorno al quale ogni cosa gravita e ogni luogo attraversato si addensa, si trasforma in una stella all’interno di una costellazione – molti dicono una costellazione europea, ma il margine di riferimenti è molto più ampio–, un astro viaggiatore: uno dei tanti. 

È proprio nel suo essere un’osservatrice transiente, a tratti animata da una seduttiva irrilevanza, che questa narratrice ridefinisce i confini di cosa significa raccontare un viaggio, un volo, un salto nell’acqua. Non a caso di tutte le impressioni che animano il libro, una delle più potenti e stabili è quella di un ricordo in apertura, quando da bambina passeggia accanto al fiume Oder che “scorreva, sfilava, tutto preso dai suoi obiettivi nascosti all’orizzonte, in qualche luogo lontano del Nord. Non si poteva posare lo sguardo su di lui perché l’avrebbe trascinato all’orizzonte fino a farti perdere l’equilibrio”. È quello che farà la protagonista farà al lettore per tutto il libro.

Nel 2007 Olga Tokarczuk pubblica Bieguni, una rassegna di curiosità e cronache di viaggio per interposta persona, un atlante di vite e posti accomunati da qualcosa: l’essere in transito, e una fascinazione per la corruzione dei corpi. O quantomeno è questa l’impressione che se ne ricava, leggendo del medico che risciacqua il cuore di Chopin in un catino, il suo e il nostro cuore il cui segreto è per sempre risolto: “un solido informe, grande come un pugno, color bianco sporco. Questo è il colore del nostro corpo, crema chiaro, marrone chiaro, brutto – dobbiamo ricordarcelo”, e che la sorella del compositore, Ludwika, porta in Polonia per dargli sepoltura . O l’isolana nel frammento La purezza del sangue che paga il suo viaggio in Europa con il divieto di non poter donare mai più il suo sangue, perché da viaggiatrice si è contaminata con tutti i batteri e virus del Vecchio Mondo.

Ci sono tanti di esempi di corpi che in vita erano solo stranezze e in morte forse si avvicinano a essere un’opera d’arte, ed è in questa umanizzazione anche ironica del cadaverico che forse Tokarczuk segna la presa di distanza più importante da Sebald. Se il contrafforte morale ed estetico di Sebald erano le macerie della Seconda guerra mondiale, Tokarczuk nella sua serie di viaggi sembra dire che quel fantasma storico non c’è più, neanche a livello nominale, poiché è stato scavalcato nel quotidiano da una controparte molto più disordinata e meno elegante: non è il fantasma del Novecento che si agita in Europa, è il suo zombie, che si nutre di stati della rete e affolla le repubbliche degli aeroporti, vorace. Non è un caso che a portare certi assunti dalla filosofia contemporanea in cui si studia molto la liminalità tra vivo e non vivo in letteratura sia un’autrice proveniente dalla Polonia, uno dei paesi che ha cercato di sovrascrivere la memoria dell’Olocausto tramite una legge che vieta di parlare di collaborazionismo polacco con il nazismo, e che più di altri ha patito una doppia occupazione trascinatasi nei decenni. Questo cannibalismo, questo dare una corporalità alla storia emerge anche in un frammento come Svastiche: “In una città del lontano oriente i ristoranti vegetariani vengono di solito indicati con svastiche rosse, antichi segni del sole e della forza vitale. Questo semplifica molto la vita dei vegetariani in una città straniera […] Dopo qualche giorno sono condizionata come il cane di Pavlov, alla vista di una svastica mi viene l’acquolina”. 

In inglese, Bieguni è uscito per Fitzcarraldo con il titolo Flights, traduzione di Jennifer Croft. Come nel caso de La Vegetariana, l’eco del Man Booker Prize e di una via inglese per il testo crea un doppio livello di lettura, che contamina il percorso di un libro, questa volta forse per il meglio. Se da una parte la traduzione dei bieguni – i membri di una setta apocrifa slava convinti che l’unico modo per sfuggire all’Anticristo sia evitare la stabilità – con la parola flights in inglese pare un sacrificio eccessivo, dall’altra sposta l’attenzione da un soggetto plurale a uno stato, ed è anche in questa distanza di traduzioni che si completa il valore del libro di Tokarczuk: nel passaggio da persone a movimento, dal girare in tondo e vagabondare sulla terra allo stare sospesi in volo, dal movimento che poi si interrompe di colpo e torna a essere solo persone. Qualcosa di cui si può discutere in una conferenza sulla psicologia di viaggio svoltasi in un aeroporto, a cui i viandanti del libro partecipano con ironia o disinteresse, ma che la narratrice sfrutta perché sa che nella riproducibilità di ogni luogo, anche tramite il digitale, si crea una forma di cittadinanza. 

E questo è l’ulteriore elemento a far sì che I vagabondi (Bompiani, traduzione di Barbara Delfino) sia uno dei primi libri canonici – ammesso si voglia usare questo problematico criterio – del nuovo millennio: basta un verso come quello sulle macchinette fotografiche digitali nella cappella Sistina, il cui clic collettivo suona come un amen, per far capire come l’autrice riesce a portare lo Stato della rete dentro la storia, evitando di incappare nella retorica per cui la nobiltà del viaggio o del movimento è tale solo quando affrancata dalla nostra contaminazione digitale o dal nostro senso del ridicolo. Modernissima ma anche ancestrale, biblica e punk, con il suo peregrinare memore del caravan dei genitori, Tokarczuk riesce a ripristinare un concetto importantissimo in un’epoca di riflessioni su cosa significa abbandonare un posto e reinventarsi altrove, e su chi ha il diritto di farlo: presentando il movimento come una condizione universale, disciplinata dalla storia ma con una forza anarchica tutta sua, ricorda al lettore che lo spostarsi non è fatto solo da necessità ma anche da desiderio, ed è repressivo tarare qualsiasi discorso sulla migrazione in base all’emergenza e il bisogno, poiché il desiderio di un luogo, o di qualcosa da scegliere, trova uno spazio anche lì. 

La carica virale del libro forse dipende dal fatto che la scrittrice a lungo non ha potuto viaggiare con il suo passaporto, e solo dopo il crollo del muro ha iniziato a spostarsi in Europa, iniziando a studiare psicologia in Germania; per tornare alla metafora dello zombie, è come se avesse incubato un’infezione, qualcosa che le alterato i tessuti e oggi l’ha trasformata in una di quelle caotiche meraviglie che descrive. Anche se è una meraviglia nascosta: come per l’osservatrice anonima di Resoconto di Rachel Cusk, nella sua libertà di movimento c’è anche una questione di genere. Tokarczuk nel libro dice di essere ormai invisibile, e ricorda un po’ quel che ha detto Annie Ernaux in un’intervista recente quando ha dichiarato che da donna gli anni tra i 45 e i 60 sono stati i più liberi della sua vita, quando è entrata in un altro spazio.

Alla fine Olga Tokarczuk fa venire in mente quel che si diceva di Herman Melville, e cioè che era un “ateo mistico”: qualcuno capace di attraversare e farsi attraversare, di farsi carico dell’io e della distanza, con un disincanto che non spregia mai la rivelazione, una condizione paradossale ma l’unica possibile. Tokarczuk scrive che nella vita non c’è un primum filosofico, e nel suo andare contro tutti i soli, nella sua predilezione per la stranezza, riscrive la letteratura cosmopolita trasformando i personaggi in astri che si accendono e spengono, opponendosi alla falsità di ogni cosa morta. 

L’AUTRICE – Claudia Durastanti (Brooklyn, 1984 – nella foto piccola, di Sara Luca Agutoli, ndr)) è scrittrice e traduttrice. Vive a Londra. Il suo romanzo d’esordio, Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (Marsilio, 2010), ha vinto il Premio Mondello Giovani; nel 2013 ha pubblicato sempre con Marsilio A Chloe, per le ragioni sbagliate, e nel 2016 Cleopatra va in prigione (minimum fax). Il suo ultimo libro è La straniera (La Nave di Teseo). È stata Italian Fellow in Literature all’American Academy di Roma. È tra i fondatori del Festival of Italian Literature in London.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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