L'immaginario della cultura contemporanea ha assunto tinte gotiche da catastrofe. Si respira un senso di ineluttabilità e il desiderio disperato di un esterno. Si parla di fatalismo ambientale, di assenza di speranza. Jia Tolentino, autrice di "Trick Mirror" ("voce della sua generazione") si chiede perché "tutto sia diventato così intimamente terribile e perché continuiamo a prendere parte al gioco". Ma è una struttura del sentire diffusa? Generazionale? Ha a che fare con la distruzione dell'ambiente? O con gli effetti, privati e politici, di un sistema economico fondato sull'estrazione della personalità come una materia prima? Col senso di bancarotta morale causato dalla consapevolezza di trarre beneficio da enormi sistemi iniqui, che distruggono la vita di chi ne è escluso? Come l'economia dell'attenzione riformula il modo di intendere l'io, gli altri, le nostre relazioni? Con l'incertezza fondamentale che accompagna qualsiasi tentativo di comprendere il mondo? E quali sono le reazioni culturali? – L'approfondimento sulla 30enne saggista, firma del New Yorker

C’è un’inflessione immediatamente contemporanea nella voce di Jia Tolentino, giornalista trentenne del New Yorker (in precedenza a The Hairpin e Jezebel) all’esordio con Trick Mirror, Reflections on Self-Delusion (Penguin Random House — in Italia verrà pubblicato la prossima primavera da NR edizioni, nella traduzione di Simona Siri): una raccolta di nove saggi che fa il classico specchio dei tempi ma, come da titolo, uno specchio deformante su come le sfere dell’immaginazione pubblica si rifrangono per formare la comprensione dell’autrice di “sé stessa, del suo paese, della sua era”.

Immediatamente può sembrare ironico (parliamo di una cultura tanto ipermediata quanto impegnata in una disperata, delirante, ricerca di disintermediazione fino al midollo vuoto dell’autenticità), ma è contemporaneo a dare problemi: i campioni della zeitgestness, i singoli pixel di cosa significhi stare al mondo, si trovano ai poli opposti di un continuum in cui i vertici esprimono tutti un tipo rilevante, ma con qualcosa come un’aura opposta o una contraddizione, in ultima analisi, irrisolvibile.

È contemporanea la rabbia incel o la wave femminista?, lo sono i terrapiattisti o l’intelligenza artificiale?, la teoria del gender o la famiglia tradizionale?, le nostre versioni algoritmiche sempre in viaggio, abbronzatissime e bellissime o le statistiche agghiaccianti sui tassi di suicidi?, il manierismo della cultura pop o il livore che tira in provincia?, l’aria plumbea del disastro climatico o l’aria smart in autogrill. Lo è la grammatica essenziale in cui i punti e le intersezioni si aggrovigliano a tarlare il concetto di totalità. Lo è la specifica confusione entro la megastruttura. L’inadeguatezza del singolo a costituirne, vuoi o non vuoi, una particella significativa: la vertigine di realizzare che, anche ipotizzando di comprendere il mondo e le sue poste in gioco, che questa conoscenza si traduca in un cambiamento significativo, bè, è improbabile.

Cose sulle quali Tolentino plana dall’alto: c’è una forma di precisione – si chiede – compatibile con questa incertezza fondamentale? Un dubbio che le staziona fisso nel retro della testa e si intensifica rendendo impossibile fidarsi del pensiero razionale: la sensazione – scrive con chiarezza pristina – “che qualsiasi conclusione possa raggiungere su me stessa, la mia vita o il mio ambiente abbia diametralmente le stesse probabilità di essere giusta o sbagliata”.

I suoi sono saggi con delle forti argomentazioni, ma privi di conclusioni. Scrive per capire cosa sta cercando di vedere.

In Trick Mirror parla di internet (“un febbrile, elettrico inferno invivibile”) e di identità, di social media; della mercificazione dell’io e di personal branding, di condizione femminile; femminismo ed eroine letterarie; di droga ed estasi. Ma anche di insalate di lusso, di truffe, dell’athleisure, di skin care, di matrimoni, di rap. Di reality show – dell’esperienza della scrittrice, quindicenne, come concorrente: la palestra a un presente in cui l’essenza performativa dello show ha cominciato a sanguinare dentro tutto il resto.

Vale a dire che la preoccupazione di Tolentino è quella di ritrarre come il capitalismo globale si manifesti (si rifranga) su una scala individuale. Intento comune a molti scrittori della sua generazione. Sally Rooney, titola un articolo del New Yorker, ti entra nella testa scrivendo about love and late capitalism.

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Ci riesce, e in maniera rilevante. Le reazioni a Trick Mirror sono oltre l’entusiasmo. Tolentino è “la voce della sua generazione”, “la miglior scrittrice al lavoro negli Usa”, la “quota millennial del New Yorker”. Scrive come Montaigne, come Joan Didion, come Susan Sontag “se solo Susan Sontag avesse avuto un danno cerebrale permanente causato da internet”.

Contemporaneo significa anche essere una specie di campione generazionale: c’è una millenial-ità quintessenziale, ma come di quei personaggi scritti così bene che alludendo a uno stereotipo, per profondità, continuano a slabbrarne i confini.

Jia Tolentino ha mosso delle inoppugnabili critiche morali a Donald Trump, mentre, parodiava gli editoriali di David Brook; ha contribuito a modellare il discorso femminista contemporaneo, mentre scriveva dell’uomo che faceva sesso con un delfino (un pezzo assurdo e commovente: più leggi, più non ci vuoi credere – “Era come fare l’amore con l’oceano”.). Fuma troppa marijuana. Spende troppo in creme per il viso. Ama sballarsi e andare a osservare la weirdness metafisica delle meduse. Ama i rave e le piantine. Non ama affatto Trump, Jeff Bezos, l’intera filiera dell’economia dell’attenzione; gli Airpods; il modo in cui differenti sistemi di potere combinano i propri effetti moltiplicandoli. Le sue aspettative sul futuro sono non-existent.

La sua immagine parla: “Lie down. I think I love you”, cita una t-shirt in una sua foto che più millennial solo Lena Dunham. In un servizio per promuovere il libro è ritratta sorridente e con lo sguardo a favore di camera. In una specie di commento ironico all’idea stessa di fare promozione a un libro anticapitalista, manda a quel paese la telecamera. Ma, come un secondo layer apposto all’impossibilità delle circostanze di prevedere un vuoto di marketing, una splendida farfalla le si posa sul dito medio.

La sua presenza online fa tutt’uno con la sua attività giornalistica. Ha scritto un articolo sul vaping per cui come esperta ha ricevuto un’interrogazione parlamentare. Articolo che ha lanciato divertendosi a testare i limiti del New Yorker: si poteva sentire la voce meccanica degli audiotesti del giornale leggere che “un vero uomo lecca la figa”. Su Jezebel è apparso un profilo del suo cane, Luna, presenza fissa della sua identità digitale (“la cosa più importante della sua vita” – “oggettivamente un pessimo cane”), Luna Tolentino: The Next Big Dog.

È significativo, se è vero che internet distorce le diverse scale dell’esperienza umana (gattino, bimbo morto, meme, entro dodici anni estinzione di massa: tutto insieme) così tanto che non c’è modo di separare il banale dal profondo. Ma anche supponendo sia fatta della stessa sostanza di unicorni, avocadi, radicalità politica e di un una precarietà dai contorni pressoché metafisici, è cruciale come faccia coagulare la struttura del sentire di un post-2008 mindset.

Cosa accomuna chi è diventato adulto dopo la “Grande Recessione”? Ed è davvero generazionale? Forse no, i discorsi generazionali tendono semplificare, ma Tolentino è convincente quando sottolinea che, a proposito del suo libro, chi parli di pessimismo, di nichilismo sono gli Xers mentre i ragazzini della Gen Z parlano di speranza. Questo, dice, ci dà un’idea di quanto siamo fottuti. Si chiede come ultimamente tutto sia diventato così intimamente terribile, e perché, esattamente, continuiamo a prendere parte al gioco.

In The I in the Internet fa sue le riflessioni più critiche sull’economia dell’attenzione. La personalità è diventata l’ultima risorsa naturale (“qualcosa da sfruttare, esattamente come il cotone o l’oro”) di un sistema economico gestito da piattaforme che hanno deliberatamente stabilito di essere impossibili da regolare o controllare.  Per Tim Wu è una marcia storica – la forma di una contaminazione. Il mercato filtra nell’esistenza privata: prima nel 19esimo secolo nelle strade – i cartelloni, ecc –, poi nel 20esimo secolo nelle case, con la radio e la televisione, infine con internet – ed è qualcosa come uno stadio finale – dentro il nucleo della nostra identità e delle nostre relazioni.

Qui ha un taglio personale, ma è la stessa riflessione su cui si fonda The Age of Surveillance Capitalism (Luiss University Press) di Shoshana Zuboff: è fuorviante pensare che se è gratis, il prodotto sei tu: non sei il prodotto, ma una materia da cui estrarre surplus comportamentale che viene smerciata nel mercato dei comportamenti futuri.

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L’homo oeconomicus dell’economia classica, che fa scelte razionali per massimizzare il suo benessere, sosteneva Wendy Brown, oggi è un capitale umano. Un asset sul quale fare scelte strategiche. Il suo valore è funzione del suo potenziale valore futuro.

Linda Adkins lo descrive come capacity: non conta, per esempio, quanti soldi hai, ma la speculazione su quanti potresti averne: il vero successo consiste nell’eccedere i propri limiti materiali. Il mezzo è diventato un fine: believe the hype, alla fine è quello che davvero hai.

Internet – è previsto dalla sua architettura: infila l’io è ovunque perché lo richiede il suo modello di business – accelera e intensifica dei processi latenti, portandoli fino alle estreme conseguenze logiche. “Oggi non c’è nessun posto dove andare. Il capitalismo non ha altra terra da coltivare se non l’io. Tutto è cannibalizzato – non soltanto le merci o il lavoro, ma la personalità, le relazioni e l’attenzione. Il prossimo passo è la completa identificazione con il mercato online, l’inseparabilità fisica e spirituale da internet: un incubo che sta già bussando alla porta”.

Nelle sue avanguardie forse ci è pure entrato dalla porta. Spettacolarmente. Vengono in mente le pagine in cui Ivan Carrozzi ne L’età della tigre (Il Saggiatore) sostiene che Sfera Ebbasta sia parlato dal capitale come i medium venivano parlati dagli spiriti dei morti. Per le piattaforme “siamo un canale attraverso cui il capitalismo circola e prolifera”, scrive Francesca Coin in The Game: unplugged (Einaudi).

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Ma ogni cosa è anche è un’altra: se, come scrive Tolentino, il soggetto è un commodified self, un io-mercificato, la sintassi che ne regola i desideri, le scale aspirazionali e le psicosi, invece è quella della produttività, dell’ottimizzazione, della massimizzazione. Nel saggio più amaro – e più surreale e divertente della raccolta –, osserva come funzioni nella condizione femminile: la bellezza ha cominciato ad avere un valore etico in sé. Lo sforzo di ottenerla (il lavoro: parla di un third shift) è un valore sociale erotizzato: massimizzare le capacità di quell’asset che è il corpo non è un imperativo, ma un lifestyle che si ha il dovere inconscio di godersi (#nevergiveup).

Jenny Odell alza la posta. La sua critica all’idea di produttività “allinea elegantemente” – scrive Tolentino sul New Yorker – la crisi ambientale alla crisi delle nostre menti: quello che sta succedendo al pianeta, per le stesse ragioni, sta succedendo ai nostri paesaggi psichici: tanto il pianeta quanto l’io sono sulla strada per diventare inabitabili (Zuboff, ancora, se ne occupa largamente, chiedendosi “se il capitalismo industriale ha pericolosamente distrutto l’ambiente, quale distruzione può portare il capitalismo della sorveglianza alla natura umana?”).

Dalle origini, il progetto estetico-politico della contemporaneità occidentale è di trovare al fondo dello sconosciuto, del nuovo, ma quando il fuori satura anche l’orizzonte dell’interiorità con le sue regole, nessun posto sembra più familiare. Un problema, perché, per esempio, viene meno il rifugio nelle utopie private. Al netto di posizioni residuali, l’ultimo modo davvero mainstream di trovare depositi di senso, una “cellula di resistenza”, di accedere a nuclei di trascendenza in grado di arginare il problema dell’insensatezza.

L’immaginario millennial ha tinte distopiche, da catastrofe (it’s a fucking nightmare, and it’s getting worse– il mondo, per Tolentino). Se erige cattedrali, sono senza finestre. L’incapacità di pensare a un’alternativa al sistema, l’urgenza di un progetto condiviso per farlo, vuoi per il cambiamento climatico, vuoi per la crisi nelle catene di significati, creano un clima claustrofobico. Emerge in parte desiderio di esterno e in parte un senso di ineluttabilità – un cielo notturno in cerca di fori d’uscita: non si può dirlo meglio di Ocean Vuong – con tutta una serie di epifenomeni.

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Se Raffaele Alberto Ventura individua una bancarotta simbolica per cui l’Occidente si ritrova in guerra contro se stesso, Tolentino invece parla di una bancarotta morale (ethical brokeness): “Ci è richiesto di comprendere le nostre vite con delle condizioni così impossibilmente complesse che ho sempre accomodato tutto quello a cui ho sperato di oppormi”.

Nel vuoto di un altrove verso cui puntare, del progetto sociale di un futuro, ti ritrovi nella metafora degli Hunger Games: un gioco distopico, fatto di regole che funzionano per qualcosa in cui non credi, con un’etica binaria, survivalista. È lecito criticare un fatalismo ambientale, l’ambient hopelessness, ma, quando l’emergenza climatica dimostra come un certo modo di vivere sia semplicemente insostenibile, quando anche l’educazione sentimentale in Occidente prevede una forma di strumentalità egocentrica, siderale, predicata in parte su un sé indurito e in parte su un sé eccessivamente vulnerabile, c’è poco da controbattere quando Jia Tolentino scrive “ho sentito così tante volte che la scelta di quest’epoca è di essere distrutti o di compromettersi moralmente allo scopo di essere funzionali – di essere distrutti, o di essere funzionali per delle ragioni che contribuiscono a quella distruzione”. Una condizione cruciale del vivere oggi – argomenta – è che, quando ti va bene, se ti va bene, finisci nel lato buono di sistemi profondamente iniqui che distruggono la vita chi sta dall’altro lato.

È un vicolo cieco, una crisi delle favole collettive con cui rispondiamo alle domande fondamentali e ultime (“A crisis of meaningless”) – ci nutriamo di self-delusion, autoinganni; la fantasia di non-complicità, l’illusione della propria rilevanza.

Magari un vicolo da attraversare. Tocca accettare che non si surclassano delle instabilità sistemiche con degli sforzi individuali. Parlando di The New Me di Halle Butler, Tolentino nota come la protagonista sull’orlo di un tracollo emotivo abbia bisogno di amore e di un lavoro che le permetta di vivere, ma non può che precipitare nell’idea (“veramente americana”) che tutto andrà meglio ottimizzandosi, sforzandosi di più, con più lavoro, con più consunzione. “Deve andare così. Altrimenti qual è lo scopo di tutto quello che sto facendo?”.

Oliva Sudjic, riflettendo sulla narrativa dei millenial parlava di una “corsa di ratti”: al prezzo illusorio del sacrificio della tua anima puoi ottenere un minimo sindacale di accettabilità sociale e di stabilità finanziaria.

Se c’è un’idea martellante in Trick Mirror è che esiste una contraddizione inaggirabile tra problemi sistemici e una “cornucopia di non-soluzioni individuali”. Dentro i sistemi di cui si fa parte il successo individuale arriva alle spese della moralità pubblica – and “yet” non manca di notare “there’s enormous pleasure at individual success”. Certo che vogliamo soddisfare le condizioni di esistenza del mondo viviamo, e del resto, if you can’t escape the market, why stop working on its terms? “La resistenza a un sistema è spesso offerta nei termini del sistema”.  Su questo asse ruota la sua critica al marketplace feminism: per diventare mainstream, il femminismo ha dovuto necessariamente conformarsi al capitalismo e al patriarcato, argomenta; al tempo di una libertà e potere per le donne senza precedenti, è più semplice lasciarsi sedurre da una t-shirt di un grande marchio da 710$ che consiglia giustamente “We should all be feminist!” invece che da vere proposte politiche: una politica fondata sui soldi è più sexy di una politica fondata sulla politica (cita una rete di solidarietà, un minimo salariale, colmare il pay gap, etc.).

Infatti, Tolentino non offre alcun tipo di soluzioni: dovrebbero essere sistemiche, “I’m going to propose a solution? It’s a fucking essai”. Ma, supponendo l’aderenza uno stato di cose, come ci si vive dentro?

Le reazioni culturali sono almeno di tre tipi. L’iperidentificazione allucinatoria, entusiasta e depressiva, con i valori del sistema. Quello che fa la trap: i nomi dei brand come aggettivi, lo spazio sacro in un paio di scarpe – il “Dimmi qualcosa dal profondo del cuore”: “Gucci” di Tony F”. (citato ancora in Carozzi).

Il rifugio in forme che non sono neanche più semplicemente familiari, quanto proprio uterine: la Disney non ci prova neanche più a fare sequel scadenti con un budget più alto, ti ripropone direttamente lo stesso film della tua infanzia.

O ancora una sorta di ripudio profondo, un cupio dissolvi nichilista e prometeico della grammatica sottesa a un pezzo di immaginario, che spesso abbraccia l’assurdo. Creare un conflitto che, senza fuori, non può che essere un conflitto dentro: Billie Eilish lo fa con l’immagine della popstar femminile e le aspettative sui ruoli di genere, Nas X con l’immaginario bianco del country e il machismo del rap ( inevitabilmente, hanno valore perché eccedono i limiti della loro famiglia discorsiva di riferimento). Lo shitposting innalza a estetica e a rivolta un uso così improduttivo dei social – la logica dell’auto-sabotaggio corrode quella performativa del personal branding –, da essere “una fuga che non è una ritirata, ma un’invasione”, scrive Alessandro Lolli (The Game: unplugged).

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Qualcosa di simile avviene in poesia: dall’assurdismo di Eugene Ostashevsky alla poesia millennial e instagrammabile di Hera Lindsay Bird. New Things, parafrasando: sono tremila anni che piangiamo la caduta dell’Impero Bizantino in riva al lago. A chi interessa e chi se ne frega: “dovremmo tutti muoverci per il paese e fotterci il cervello a vicenda”.

Lungo questo continuum c’è anche Sally Rooney, portavoce riluttante di un paio di generazioni. La Rooney-mania non si spiega con la prosa raggelata e intellettualoide, che non capisci se scherza o meno (“Possiamo andare a letto assieme se vuoi, ma sappi che lo faccio ironicamente”), né con l’invidiabile capacità di persuadere la critica che la generazione Avocado si scambi lunghe (e mai viste) email personali, ma con il ripudio profondo che pianta al centro dell’individualismo occidentale; alla piccola sfera di autonomia soggettiva, che pure è la più grande conquista della modernità: ci ha emancipato da una forma di vita tutta inclusa dentro una massa anonima.

Per Rooney il mito di indipendenza su cui si erige un’intera cultura è una fantasia: dipendiamo interamente, tanto personalmente, quanto nella vita pubblica dagli altri. “Forse l’unità basilare di come dovremmo pensare eticamente non dovrebbe essere la persona, ma le relazioni con le persone” – cosa accadrebbe se l’unità etica che struttura il framework morale della società fossero le relazioni? Qualcosa di così radicalmente altro da corrodere le regole basilari dell’agire sociale (“All the assumptions that I make about ethics were maybe wrong and I need to start from scratch”).

Convinti dell’impossibilità di affrontare i normali rapporti umani, di fronte alla coazione inconscia al prima se stessi, i personaggi di Rooney contemplano sinceramente le alternative del versante opposto all’apparato di distanze. Non limitano il proprio “lavoro emozionale”, rifiutano l’etica del ‘non me ne frega niente’ e di pensare agli altri come intensità momentanee e, in fin dei conti, equivalenti. Parlano di amore non come di un fenomeno interpersonale, ma un sistema sociale opposto all’individualismo che detta la “whole logic of inequality”. Ai perché no?, con cui si affermano quelle che seguendo Mazzoni (I destini generali) sono la forma-consumo del godimento e la ragione cinica (Se niente ha senso, e alla fine crepi male, perché non godersela e basta?, perchè no?), oppongono una serie di why not di segno opposto (“No one can be independent of other people completely, so why not give up the attempt, she thought, go running in the other direction, depend on people for everything, allow them to depend on you, why not).

Il suo fuori è “una sorta di trascendenza attraverso l’interdipendenza”. Un’idea romantica, banale, coraggiosa, melensa, si è detto marxista e si è detto accecante.

Nel conflitto endemico tra le politiche implicite del desiderio e i legami la bilancia di Sally Rooney pende tutta, assurdamente, sui legami. E se è vero che in genere questo è percepito come un gesto conservatore (chi rivorrebbe davvero la famiglia tradizionale?), non potendo ritornare ad alcunché, la sua scommessa è di rifondare tutto da capo (“A huge philosophical project that can endure for the rest of my life”). Per Tolentino forse sarebbe l’ennesima self-delusion taglia corto: Capitalism warped me at the level of desire.

Come Rooney (come tutti) però è presa in una guerra d’unghie alla ricerca di un fuori, di un esterno, di una trascendenza. E ancora, come Rooney (come tutti?) ritiene che quest’ultima intersechi qualcosa di radicalmente altro dall’individualità. Nel saggio più bello della raccolta, sul rapporto tra la religione e la droga (su come hanno formato i suoi istinti più profondi), definisce l’esperienza della trascendenza, l’estasi, to stand outside yourself.   Qualcosa di complesso: una sottrazione con un contenuto positivo (“Some essential quality deepens as the self is removed”).

Ma se le relazioni umane sono variabili mercantili delle connessioni, se la personalità è l’ultima materia prima, se il rapporto con le parti più profonde di te stesso è una speculazione al ribasso, se le scelte morali hanno un binarismo obbligato e sempre compromissorio, se l’unica certezza che hai è quello che stai provando in questo preciso istante, se il pianeta ti implode anche dentro, e se è pur vero che “there’s a lot of joy in shitty things”, la sua idea di trascendenza – che esiste, lo sai, lo provi, che la vita, a volte, non è solo la vita – non può che essere una logica contraria, e dentro.

Se la scommessa di Rooney è di rifondare i legami daccapo, contro la grammatica per cui “la nostra umanità di base è ricategorizzata come un asset virale sfruttabile. Il nostro potenziale sociale è compresso alla nostra abilità di attirare l’attenzione pubblica e poi reso inestricabile dalla sopravvivenza economica”, la scommessa di Tolentino, il suo contenuto di segno opposto, è di aumentare la complessità dell’io; intensificare le sue infinite gradazioni di ambivalenza contro “gli incentivi che rendono impossibile essere una persona intera su internet”, che, poi, vuol dire il mondo.

Il gesto di una rivolta e un’invasione. Il luogo dove le contraddizioni convivono senza necessariamente risolversi, dove a può essere non-a, dove le pulsioni di morte e quella di vita sappiamo di essere reversibili. Cita Simone Weil, l’ultimo mistico e l’ultimo martire dell’Occidente, “La nostra vita è impossibilità; assurdità. Tutto quello che vogliamo contraddice le condizioni o le conseguenze che prevede…è perché siamo una contraddizione”. Quello di Tolentino è un movimento di espansione, opposto a quello di riduzione (“You are measurless”, addirittura): un’espansione tanto larga da far rientrare gli altri dalla finestra. È vero, come scrive, che la verità spezza-anima di quest’epoca è che per attraversarla con qualche stabilità psicologica la strategia più efficace è di pensare solo a se stessi, nondimeno la logica che ne corrode le fondamenta è il sentimento formale dell’amore – la sua struttura profonda: l’infinita ambivalenza di una contraddizione permanente (“An absolute fullness which is also an absolute emptiness”), trattandosi di una comunione che implica sempre il costo, personale e politico, di un’abrasione (Weil parla di decreazione: “When you love something so much that you dream of emptying yourself out for it, you’d be forgiven for wanting your love to finish the job”).

Il pieno coincide col vuoto, la devozione con l’agonia (oggi crescentemente, argomenta Tolentino, “abbiamo un bisogno così disperato di una connessione immediata che la accetteremo nella forma di un omicidio” – si riferisce a chi, per desiderio di mutualità, su twitter prega mezzo ironicamente le celebrity di ammazzarlo); il sentire coincide con l’oblio (“a sensation so profound that silence itself”); l’io con l’altro.  Una logica formale – un ponte tra stati inconciliabili in un mondo retto da un’incertezza fondamentale: l’ecstasy, la droga, si chiama così per ragioni di marketing, ma è un empatogeno, vale a dire che sarebbe stato più adatto empathy: dà la sensazione che il benessere del singolo sia inscindibile da quello del gruppo; e l’estasi, la trascendenza, provide an unbreakable link between virtue and vice: Walter Siti sosteneva che ai giovani l’infinito è rimasto strozzato in gola, questione di centimetri: Tolentino l’infinito lo smascella. Il fuori è anche dove il vizio coincide con la virtù, e anche la speranza – avevano ragione sia i vecchi sia i ragazzini – col nichilismo. Non è una soluzione a inaggirabili problemi sistemici, ma qualcosa che a che fare con le poste in gioco dell’arte, le ragioni dello scrivere (è possibile rendere pensabile l’impensabile?, è possibile esprimere l’inesprimibile?, è possibile suggerire da qui un altro mondo?, eccetera). C’entra con la grazia può aprirsi dentro quello che chiamerebbe “un momento di irrimediabile perdita collettiva”.

Non c’è salvezza o redenzione, ma un‘epifania in minore, che non porta nulla, afferma solo se stessa; la sua possibilità. La sensazione di una frattura: “un miraggio” un’illusione “di completezza”, quello sì.

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