La scrittrice e filosofa Ilaria Gaspari racconta su ilLibraio.it come ha provato a curare la sua “fobia degli addii” prendendo commiato dai film di Carlo Verdone, che la consolano e le mettono addosso “un senso di pace profonda” (in particolare quelli di “Compagni di scuola” e di “Borotalco”) – La riflessione

Credo di avere un vero e proprio problema nevrotico con gli addii: mi intristiscono, mi immalinconiscono, mi turbano. Non sopporto l’idea che le cose debbano finire; per fortuna però il mio subconscio, sempre un passo avanti alla coscienza, ha risolto il problema alla radice. Il risultato è che, pur avendo in generale un’ottima memoria, per quanto mi sforzi non riesco a ricordare i finali di nessun o film. Neppure di quei libri che ho letto cento volte, di quei film che ho visto e rivisto, saprei dire dove vanno a parare. Mi manca sempre qualcosa, un dettaglio, un personaggio che non so più che fine abbia fatto; c’è sempre un particolare che non quadra. E se qualcuno mi chiede: ma finisce male o bene?, la verità è che non lo so mai. Male, bene, così e così… tutte determinazioni che immiseriscono di fronte alla maestosa, tremenda coscienza della fine.

C’è solo un regista che mi permette di far pace con questo problema, trascurabile ma non troppo. Un regista di cui non solo ricordo minuziosamente i finali; ma i cui finali mi sono cari, mi consolano, mi mettono addosso un senso di pace profonda.

Mi è capitato di chiedermi perché – in questo periodo fitto di congedi in cui stiamo lasciando una routine provvisoria che, per quanto spiacevole, a suo modo, come ogni abitudine acquisita, si era fatta quasi – quasi – rassicurante. E allora ho pensato di provare a ragionarci, di cimentarmi nel tentativo di isolare, come per elettrolisi emotiva, gli elementi che in questi finali più mi toccano, mi fanno sorridere, mi turbano, anche – quel tanto che basta a farmi sentire che vivo. D’altra parte, la nozione stessa di empatia, prima che negli studi di neuroscienze e di psicologia evolutiva, affonda le sue radici nell’estetica: la inventò uno studioso di storia dell’arte, Robert Vischer, a fine Ottocento, per descrivere la peculiare esperienza di partecipazione che ci coglie quando siamo spettatori – lui pensava a chi guarda un quadro; noi possiamo pensare, anche, a chi guarda un film. E a quel senso di vicinanza, di provvisoria, fragile eppure stringente intimità che proviamo quando vediamo qualcuno che, diverso, ci somiglia. Così, senza scomodare l’analista, provo a curare la mia fobia degli addii prendendo commiato dai film di Verdone.

Per me, i migliori finali verdoniani sono, a pari merito, quelli di Compagni di scuola e di Borotalco.

Penso che ognuno avrà la sua classifica personale, non solo dei film ma anche dei finali prediletti, dato che il finale verdoniano è quasi un genere a sé; lo sanno i molti appassionati della filmografia di questo regista atipico che ha saputo tenere viva nei decenni la tradizione della commedia all’italiana adattandola ai tempi che cambiavano, sempre con una forma di allegria che mostra familiarità con l’amarezza e la malinconia, con qualche concessione al grottesco di tanto in tanto, ma sempre con un senso di simpatia profonda per tutto quello che può voler dire essere umani.

Forse è proprio questo il motivo per cui amo tanto il suo cinema, che mi sa riconciliare persino con i finali; perché mi fa sentire perdonata, mi fa sentire meno sola anche nelle mie punte di disperazione, nei momenti scabri in cui sono un istrice, o un’ostrica. È questo in fondo, che cerco nell’arte. Nient’altro che questo – e non è poco.

libro carlo verdone

Una dolcezza un po’ rassegnata eppure impaziente, un’ansia di vivere venata della coscienza di errori già commessi, già pagati, che si trasforma in un’indulgenza così reale da sembrare tangibile, abita il finale di Compagni di scuola, film che adoro per la sua malinconia divertita, per lo sguardo mai sprezzante né assolutorio con cui ci mostra miserie e slanci di un gruppo di trentacinquenni già in crisi di mezza età (sono trentacinquenni di fine anni Ottanta, del resto: sottoposti alle specifiche leggi di maturazione della Prima Repubblica, non eterni ragazzotti come i trentenni-bonsai di oggi, fra cui mi annovero), ma comunque immaturi, che si ritrovano a festeggiare gli anni trascorsi dall’esame di stato in una lussuosa casa sul litorale, villa Scialoja, abitata dalla bella della classe, Federica (una magnifica, malinconica Nancy Brilli) che però, si scoprirà, è in procinto di traslocare, perché niente è come appare.

Niente va davvero per il verso giusto, nelle vite adulte in cui scoloriscono i ruoli e le maschere che gli ex ragazzini portavano al liceo e che nessuno, davvero, riesce a scrollarsi di dosso, se non forse il povero Fabris (Fabio Traversa), ma solo perché l’età l’ha peggiorato trasformandolo in un relitto del ragazzo che è stato, come non manca di sottolineare, sadico, il bullo Finocchiaro (Angelo Bernabucci, che per inciso è chiaramente molto più vecchio degli altri ma non se ne dà pensiero: guarda che robbetta), bullo anche da uomo, con una ferocia molto romana, molto cinica, molto umoristica, ma compiaciuta fino alla crudeltà. In questa versione italiana del Grande Freddo, storia di una notte di scaramucce e riavvicinamenti, di amori confessati quando è troppo tardi – forse proprio perché è tardi? – di risse per le ragioni sbagliate e di desideri asincroni, Verdone stesso interpreta Piero, “affettuosamente” detto Er Patata: impacciato, arrendevole, nevrotico, professore in un liceo privato sulla Cassia, sposato a un’erinni passivo-aggressiva, con un figlio pacioccone che lo bulleggia già, Patata sguazza in una profonda insoddisfazione a cui cerca, senza troppo coraggio, di non rassegnarsi.

Nel finale, tutti i suoi buoni propositi sono ormai andati a ramengo, ha fatto una figura barbina con l’alunna di cui è platonicamente innamorato, si è comportato da pavido e forse – forse – ha pure mandato a gambe all’aria il suo matrimonio infelice, ma senza convinzione: sappiamo tutti che non oserà andare fino in fondo.

finali film verdone

Eppure, in quel momento di grazia che è il finale del film, prima che la sua vita, con ogni probabilità, riprenda la piega amara che aveva prima, si concede uno spiraglio di libertà che ogni volta mi commuove: lui che con fatica ha smesso di fumare, e per tutta la notte si è tormentato accendendo una sigaretta di gomma, nella luce dell’alba, fermo perché la macchina non va – si è rotta la coppa dell’olio – raccatta da terra un mozzicone ancora acceso e se lo fuma mentre i Mamas and Papas cantano Dream a little dream of me, e al custode della villa che deve chiamare il soccorso stradale dice di prendersela pure comoda; perché sa benissimo, come lo sappiamo noi, che quando si spezzerà la grazia perfetta di quel momento la vita tornerà a erompere nei mille irritanti piccoli fastidi con cui schiaccia il tenero inetto Patata, e tutti noi, se non stiamo attenti alle albe di notti in cui tutto è andato storto, effimere aperture a mille possibili che non si realizzeranno.

Forse, dopotutto, è questo che più mi piace, dei finali verdoniani: il fatto che raccontino la libertà scalcagnata, e così vera, di quei momenti in cui siamo noi stessi fino in fondo, senza niente da perdere, niente da dimostrare, niente da imparare. Non sono finali edificanti, sono solo liberatori; ci mostrano i personaggi ancora prede delle loro piccole miserie, eppure riscattati, ma solo per un istante, da uno sprazzo di bellezza.

È una costante, fin dai primi film: fin dallo sfogo del tenero, tonto Leo in mezzo alla strada, in Un sacco bello, sotto lo sguardo scettico di un tale che se ne sta in canottiera appostato alla finestra per dire la sua a tutti quelli che passano; o dalla spettacolare, incomprensibile gragnola di parole sparata da Pasquale Ametrano, fino ad allora praticamente muto, alla fine di Bianco, Rosso e Verdone. E si fa evidente nell’epilogo, geniale, di Borotalco; in cui l’imbranato Sergio Benvenuti (Verdone), nelle vesti di rappresentante di commercio va a trovare il suo grande amore perduto, Nadia Vandelli (Eleonora Giorgi): l’ha persa quando lei ha scoperto che per sedurla si era calato nei panni dell’impenitente avventuriero Manuel Fantoni, che parlava con voce profonda e non aveva paura di nulla, mentre lui è tiranneggiato da un monumentale suocero prepotente (Mario Brega) e non riesce a non farsi mettere i piedi in testa da chiunque. Ma lei, che ora, come lui, si ritrova imprigionata in un matrimonio senza amore, in una routine pragmatica e tediosa, l’ha convocato senza farsi scoprire, solo per rivederlo. E dopo qualche rimbalzo di convenevoli impacciati, come capita fra chi non è ancora uscito da un innamoramento ma non osa confessarlo né confessarselo, si ritrovano sulla scala esterna del palazzo, e lì lei gli chiede di imbrogliarla ancora, di tornare a essere Manuel Fantoni, e lui riprende allora l’impostura, riscattata per un attimo dalla grazia del desiderio, e ci sfiora l’idea che amarsi sia anche, un poco, credere ai Fantoni degli altri.

L’AUTRICE – Ilaria Gasparicollaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno),  Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi) e, sempre con Einaudi, Vita segreta delle emozioni.

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