Torna in libreria Cristina Caboni, autrice di molti romanzi di successo: nel nuovo “La curatrice di libri antichi”, di cui proponiamo un estratto, si rende omaggio alle voci di scrittrici dimenticate. Manon è chiamata a catalogare i libri di una biblioteca e, rendendosi conto che sono tutti firmati da donne cancellate dalla storia perché considerate “scomode”, scopre che tra quei volumi e la storia della sua famiglia c’è un legame…
Tra le autrici di successo che tornano in libreria quest’autunno c’è Cristina Caboni, di cui ricordiamo, tra i titoli più recenti, La collana di cristallo, La ragazza senza radici e La rotta delle stelle, tutti editi da Garzanti.
È la stessa casa editrice milanese a proporre il nuovo titolo, La curatrice di libri antichi, che vede al centro una giovane bibliotecaria incaricata di catalogare i volumi del posto in cui lavora. Nel farlo, si rende conto che c’è un filo rosso che li collega tutti: ognuno è stato scritto da un’autrice donna.

Christine de Pizan, Isotta Nogarola, Rosvita di Gandersheim: scrittrici che sono stati nel tempo dimenticate, lasciate indietro in quanto figure “scomode“, forti e ribelli, in una realtà in cui per le donne non c’era abbastanza spazio.
Leggendo, Manon si accorge che tra quei libri sembra essere nascosto un legame con la storia della sua famiglia… mentre indaga per scoprire davvero cosa c’è dietro, al suo fianco c’è Rafael, un giovane bibliotecario.
“Un libro è una voce“, le ha sempre ricordato suo padre, che, nei pochi anni in cui ha potuto conoscerlo, le ha insegnato tutto ciò che adesso lei sa sui libri. Ed è proprio la voce che Manon cerca di restituire a ciascuna di quelle autrici che sembrano averla persa da troppo tempo.
Caboni, che in quest’opera rende omaggio ai romanzi (come tanti altri libri raccolti in questa lista), gestisce con la sua famiglia un’azienda apistica vicino a Cagliari, come ci suggeriscono i titoli dei suoi La custode del miele e delle api e La via del miele.
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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Pensierosa, Manon rimise il volume al suo posto, salì sulla scaletta, arrivò allo scaffale più alto, ne prese un altro. Quando lo aprì sgranò gli occhi. Una copia manoscritta della Cité des dames di Christine de Pizan. «Oh, mio Dio…» sussurrò estasiata.
«Dottoressa, che succede?»
Manon si aggrappò alla scala, sorpresa. Poi guardò Luca. «Sei qui da molto?» Era così immersa nella lettura da non essersi accorta del ragazzo.
«Sono venuto per aiutarla. Vuole che salga?»
Scosse la testa. «Scendo tra un momento», rispose, ancora immersa nel blu della miniatura che stava ammirando, nei dettagli dell’abito di Christine, l’autrice, rappresentata nel momento in cui riceveva la visita di Ragione, Rettitudine e Giustizia. Erano andate da lei per convincerla del valore delle donne e della necessità di costruire una città dove tutte le dame, finalmente, sarebbero state al sicuro. Mentre leggeva il francese arcaico, che aveva imparato all’università, d’un tratto si irrigidì. Angoscia, rabbia, esultanza. Le emozioni la travolsero come se fossero le sue. E vide le donne così come le aveva immaginate la Pizan: forti, serene, eleganti.
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Osserva il passato, le donne hanno reso grande il mondo.
Manon era lì con loro, ma era anche nella biblioteca. Fissò il libro, stupita, affascinata. Lo aprì di nuovo con attenzione. A chi era appartenuto? Cercò nel frontespizio, ma non trovò nulla. «Impossibile…» Era come se quella copia fosse stata acquistata e custodita per secoli. Voleva guardarla meglio. Il capolettera era magnifico, ricco di dettagli, lo fissò a lungo. «Christine de Pizan» disse ancora meravigliata.
Quando scese dalla scala Luca la osservava con attenzione. «Sembra molto vecchio, lo ha davvero scritto questa Christine?»
«Cosa intendi?»
«È una donna, giusto? Non immaginavo che già a quei tempi scrivessero.»
Manon sollevò la testa e chiuse gli occhi, mentre radunava ciò che sapeva del passato letterario femminile più antico, le frasi che fluivano alla sua mente. «Enheduanna, una sacerdotessa di stirpe reale, nella Mesopotamia del secondo millennio avanti Cristo, scrisse inni a una dea.» Quasi rise dello sguardo sbalordito del ragazzo. «Christine de Pizan», gli mostrò il libro, «nacque molti secoli dopo. Lasciò Venezia verso la metà del Trecento e si trasferì con la famiglia in Francia, alla corte del re Carlo V, dove suo padre era il medico. Aveva venticinque anni quando rimase vedova, con grandi responsabilità. Avrebbe potuto trovare un altro marito, invece aprì uno scriptorium. È la prima professionista della scrittura di cui abbiamo notizie certe.» Dalla copiatura alla realizzazione del libro, legatura, miniatura. Curava l’opera intera nella sua realizzazione, dal testo alla forma. Accarezzò il libro. Trovarlo in quelle condizioni era quasi un miracolo. «Per le bambine l’istruzione era privata, familiare e conventuale», continuò.
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«E i bambini?»
«Loro potevano frequentare le scuole e le università.» Il mondo era organizzato così.
Luca si era spostato e osservava i libri. «Io però ho sempre sentito parlare di uomini, poeti, scrittori. Anche antichi», specificò. «Non mi ricordo di aver letto opere di donne.»
Manon strinse gli occhi. Come poteva spiegargli quello che era accaduto? Il discorso era così vasto, così complesso e allo stesso tempo di una semplicità disarmante. «Immagina un sistema che sceglie con cura le opere da copiare perché le ritiene meritevoli di essere tramandate e attraversare il tempo. Da una parte i libri scritti da donne, dall’altra quelli istituzionali, riconosciuti, celebrati, scritti dagli uomini. Ora dimmi, se copiare richiedeva tempo, denaro, pergamene e carta preziosa oltre il lungo lavoro dello scriba, quali credi siano state scelte?»
«Ehm… quelle degli uomini?»
Manon sorrise, ma non c’era divertimento sul suo viso. «Esatto, costantemente, continuamente. In ogni epoca. E dunque, quali sono arrivati fino a noi?»
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Luca si mosse a disagio. «Le opere scritte da uomini.» Fece una pausa. «È abbastanza discriminatorio.» Era molto peggio. «E su questo è basata la nostra intera cultura classica.» Manon prese un altro libro. «A parte poche eccezioni, possiamo contare su una voce letteraria univoca, monogenere. Ci siamo perduti la varietà, Luca. I diversi punti di vista. Che peccato, vero?» Il ragazzo si era fermato davanti alla Cité des dames, e lo fissava. «Ma quello allora?» chiese indicando il volume. «Christine de Pizan ha provveduto a copiare gran parte delle sue opere.» I codici sopravvissuti mostravano tre mani principali, di cui una, come sostenevano alcuni studi, era quella della Pizan. «Ricopriva un ruolo di grande prestigio alla corte del re di Francia, ha proposto le sue opere a regine, duchi e principi. Era sostenuta da personaggi potenti. I suoi libri erano straordinari, lussuosi e bellissimi. Ma quelle di altre autrici? Perché ce ne furono, te lo assicuro.»
Luca non le rispose, Manon era abituata a quel silenzio.
«La presenza del codice nella biblioteca va segnalata. È un ritrovamento molto importante.»
«Lo farò subito.»
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Manon prese un altro volume, era una copia a stampa di Rosvita di Gandersheim, controllò i margini, il frontespizio. Norimberga 1501. C’era una nota scarabocchiata, appena leggibile. Ma non era quello a catturare il suo interesse. Era un’altra opera scritta da una donna, pensò meravigliata. Molto insolito. Poi percepì un altro tocco, una carezza, infine un brivido la percorse e questa volta le giunse come un canto. Emozionata e sconcertata, segnò tutto sul taccuino. Luca era sempre lì accanto, la guardava, apriva la bocca, poi la richiudeva. Manon gli mostrò il libro che teneva in mano.
«Questo», disse con un sorriso, «è un esempio di quanto ti dicevo prima, vedi, è quasi un miracolo.»
«Perché?»
«L’autrice, una religiosa, viveva in convento, circondata da donne altrettanto istruite. Scrisse leggende, poemi e drammi. Imitava il commediografo Terenzio.» Le tornò in mente una storiella che le aveva raccontato Sebastian. «Lo correggeva persino.» Manon ricordava le lezioni di filologia medievale. Aste, abbreviazioni, argomenti abbastanza noiosi e poi era arrivata lei. Mentre la docente le raccontava la storia di Rosvita, Manon aveva percepito l’entusiasmo. Aveva anche capito la fragilità legata alla trasmissione di un’opera. Era sopravvissuta perché qualcuno l’aveva copiata. Forse le monache stesse. «Il manoscritto lasciò il convento, e dormì nella biblioteca dell’abbazia di Sant’Emmerano a Ratisbona per cinque secoli, capisci? Un’unica copia. E poi un uomo, uno studioso che lo trovò, si accorse del suo valore, e lo scelse, decidendo di divulgarlo. Per questo adesso noi lo conosciamo.» «Non ne sapevo niente. È molto strano e anche affascinante.»
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Sì, lo era. Ma lei riusciva solo a pensare che adesso, nonostante fosse tutto diverso dal passato, da come era solita entrare nei libri, riusciva a percepire la voce di quelle donne che li avevano scritti.
«Tutte queste cose le trovo nei suoi libri?»
«Come?»
«Quelli che ha scritto lei.»
Stupita gli lanciò un’occhiata. «C’è qualcosa, sì. Ma più che altro si tratta di un discorso più generico sui codici.»
«Li voglio leggere tutti.»
Gli sorrise, un po’ imbarazzata. «Poi mi dirai cosa ne pensi?»
«Certo!»
Manon lanciò un’occhiata alla biblioteca, vagò sui dorsi. Aveva estratto libri da ogni punto. Erano tutte opere scritte da donne. «Che strano», sussurrò.
«Cosa?»
Si voltò verso Luca. Stava per confidarsi, poi si ricordò di Serra. «Nulla.» Si sforzò di sorridergli, poi tornò sul blocco di appunti. Opere scritte da donne. Tutte quelle che ho visto. Sottolineò la frase. Com’era possibile? Sollevò la testa, lo sguardo che vagava sugli scaffali. Il cuore prese a batterle forte.
© 2026, Garzanti S.r.l., Milano
(continua in libreria…)
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Fotografia header: Cristina Caboni (foto di Yuma Martellanz)














