Da “incielarsi” a “intuarsi”, ecco cinque dei più significativi “neologismi sentimentali” coniati dal Sommo Poeta Dante Alighieri, padre della lingua italiana e autore della “Commedia” che Giovanni Boccaccio avrebbe poi definito “Divina”: parole contenute tutte nella Cantica del “Paradiso”, che hanno qualcosa da svelarci (o da ricordarci) sul nostro stare al mondo, sulla felicità e sulle tante declinazioni dell’amore…
Padre della lingua italiana e luminare del suo tempo, che tra le altre cose fu poeta, teorico politico e filosofo, Dante Alighieri (1265-1321) – nonché uno dei massimi esponenti della corrente del Dolce stil novo – è passato alla storia per i suoi raffinati sonetti (tra i più noti, A ciascun’alma presa e gentil core, Amore e ‘l cor gentil sono una cosa e Tanto gentile e tanto onesta pare, al quale abbiamo dedicato un’analisi più approfondita qui), per grandi opere come la Vita nuova, il Convivio, il De vulgari eloquentia e il Monarchia, e soprattutto per la sua Commedia, a cui in seguito Giovanni Boccaccio (1313-1375) avrebbe aggiunto l’appellativo di Divina.
E questi non sono che alcuni dei motivi per i quali è ritenuto da secoli una figura cardine non solo della letteratura del nostro Paese, ma di quella mondiale, a cui dal 2020 è stata peraltro dedicata la Giornata nazionale del Dantedì (che ricorre ogni 25 marzo, data d’inizio del suo viaggio letterario e allegorico tra Inferno, Purgatorio e Paradiso).

“Dante” (dettaglio), Luca Signorelli (1499-1502, affresco della cappella di San Brizio, nel Duomo di Orvieto)
Motivi a cui va poi aggiunta la sua straordinaria capacità di intuire le potenzialità di una lingua come il volgare, che lo portò a coniare un ampio ventaglio di lemmi e di espressioni usate fino ai nostri giorni – e tra le quali spiccano alcune parole di cui è puntellata qua e là la Divina Commedia, caratterizzate da un sorprendente condensato di precisione, profondità e suggestioni.
Parliamo di vocaboli nati spesso per parlare della trazione verso il prossimo, quando non addirittura verso il divino e l’eterno, o in altri casi di termini dedicati alla sua Beatrice – la donna-angelo ispirata alla dama Beatrice Portinari, che visse a Firenze tra il 1266 e il 1290, e che Dante elesse a sua musa ispiratrice.
Da incielarsi a intuarsi, ecco allora cinque tra i “neologismi sentimentali” più rilevanti fra quelli creati dal Sommo Poeta agli albori del ‘300, che hanno qualcosa da svelarci (o da ricordarci) sul nostro stare al mondo, sulla felicità e sulle tante declinazioni dell’amore…
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Incielarsi
Cominciamo da incielarsi, una delle più evocative parole inventate da Dante, nella quale ci imbattiamo nel III Canto del Paradiso, quando il poeta incontra nel cielo della Luna le anime di chi sulla Terra non ha potuto portare a compimento i propri voti. A dialogare con lui è Piccarda Donati, che gli spiegherà come mai fra i beati ci sia una distinzione fra chi si trova più vicino e chi meno a Dio.
Perfetta vita e alto merto / inciela donna più su (vv. 96-97), dichiara infatti la giovane fiorentina, alludendo al fatto che a collocarsi nei cieli più elevati siano le donne vissute in maniera impeccabile, e che sono state in grado di raggiungere dei grandi meriti – come nel caso di Santa Chiara d’Assisi, fondatrice dell’ordine delle Clarisse e da lei citata in quanto esempio di perfezione spirituale.
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A incielarsi, secondo Dante, è quindi chi già in vita riesce a compiere un movimento verso l’alto, uno slancio che ci solleva dall’orizzonte del contingente e ci indirizza verso un contesto più luminoso e significativo dell’esistenza. O, detto altrimenti, è la condizione che ci attende quando votiamo le nostre scelte a un bene più grande di noi.
In questa prospettiva, incielarsi non è soltanto un neologismo teologico, ma un invito sempre attuale a concepire la felicità come una nobilitazione e un’apertura della nostra anima, anziché come una conquista o come la possibilità di impossessarci di qualcosa. Perché solo dedicandoci a ciò che è in grado di trascendere l’io, ci suggerisce Dante, ci sentiremo pienamente compenetrati con quanto esiste di più divino, al di là poi dell’accezione che preferiamo dare a questo termine.
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Intuarsi
Ci spostiamo adesso nel IX Canto del Paradiso, e più precisamente nel momento in cui Dante – ora nel cielo di Venere, dove risiedono gli spiriti amanti – si confronta con Folchetto da Marsiglia, il celebre trovatore provenzale che, dopo aver trasformato il suo interesse per gli amori mondani in adorazione religiosa, diventando un monaco cistercense e poi vescovo di Tolosa, si scaglia contro la corruzione della Chiesa e della città di Firenze.
Quando lo vede di fronte a sé, il poeta gli chiede la ragione per cui, pur potendo Folchetto soddisfare i suoi dubbi e le sue curiosità, considerato che gli è dato leggere nella mente di Dante e intuirne le richieste, non prenda per primo la parola. Già non attendere’ io tua dimanda, / s’io m’intuassi, come tu t’inmii (vv. 80-81), gli fa notare infatti. Cioè: “Io non aspetterei di certo una tua domanda esplicita per interagire con te, se solo”… cosa?
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“Se solo potessi entrare in te come tu sai entrare in me”, potremmo parafrasare, interpretando intuarsi e il successivo inmiarsi (tra le parole coniate da Dante con più varianti all’interno del poema, cfr. per esempio inluiarsi, Par. IX, v. 73, e inleiarsi, Par. XXII, 127-8) come la capacità delle anime beate di accedere ai pensieri più reconditi di chi le circonda. Una facoltà resa possibile dalla loro perfetta comunione con l’Eterno, grazie a cui non conoscono più opacità né separazioni, e sono in grado di comprendere l’altro facendosi l’altro.
Si tratta perciò di una forma di empatia totale, forse impossibile da raggiungere per noi che arranchiamo nel mondo terreno, ma che nella visione dello scrittore fiorentino, pur con tutti i nostri limiti, dovrebbe rimanere alla base di ogni comunicazione autentica, aiutandoci a condividere riflessioni e sensazioni gli uni con le altre, in una postura di totale e reciproca trasparenza. Anche quando non stiamo ancora facendo ricorso alle parole.
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Insemprarsi
Nel Canto successivo, il X del Paradiso, Dante e Beatrice ascendono al cielo del Sole e davanti a loro appaiono gli spiriti sapienti della prima corona, e specialmente San Tommaso d’Aquino, che presenta loro gli altri undici beati. Quando quest’ultimo termina poi di parlare, la corona riprende a ruotare e a cantare con una delicatezza che al poeta ricorda gli orologi del Mattutino nei conventi.
Annota dunque, nei versi che vanno dal 145 al 148: Così vid’ ïo la gloriosa rota / muoversi e render voce a voce in tempra / e in dolcezza ch’esser non pò nota // se non colà dove gioir s’insempra, evidenziando che una tale soavità si rivela inesprimibile a parole, e può essere colta fino in fondo solo da chi la ascolta con le proprie orecchie in quel luogo in cui la gioia è destinata a durare per sempre, ovvero il Paradiso.
Tra le parole inventate da Dante, insemprarsi è una delle più intrise di lirismo e spiritualità: nasce infatti dall’idea di poter entrare, dopo la morte, in una dimensione sottratta al tempo e alla sua usura, che renderà permanente e immutabile il benessere della nostra anima. Uno stato di grazia che non conoscerà né declino né interruzioni, nutrendosi di una pienezza indicibile da parte di chi è ancora soggetto ai mutamenti dell’esistenza.
Quello che è in nostro potere, però, finché siamo in vita, è provare comunque a riconoscere il desiderio di eternità che già permea di sé certe esperienze, ascoltando e assecondando la nostra tensione a prolungare tutto ciò che vorremmo non avesse fine. Non sempre ci sarà possibile, dal momento che ogni azione e situazione resta di fatto passeggera, ma per lo meno ci incoraggerà a fare tesoro del tempo felice che sarà messo a nostra disposizione.
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(Non) inforsarsi
Veniamo ora al XXIV Canto del Paradiso, nel quale il Sommo Poeta “viene sottoposto a un esame teologico da tre apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni – i tre testimoni privilegiati dei momenti più segreti della vita terrena di Gesù – rispettivamente sulla fede, sulla speranza e sulla carità“, come riassume il noto cardinale e biblista Gianfranco Ravasi in un intervento sull’argomento.
Interrogato in primis sulla propria fede, Dante dichiara di essere un convinto credente: Sì ho sì lucida e sì tonda / che nel suo conio nulla mi si inforsa (vv. 86-87), conferma in merito, indicando “di possedere la ‘moneta‘ della fede, cioè il tesoro prezioso evocato prima da san Pietro, e di averla nella pienezza della sua brillantezza e perfezione (‘lucida e tonda’), così da non mettere in forse […] la sua piena e totale autenticità (‘conio’)”, prosegue Ravasi.
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Tenendo conto delle finalità (anche) morali dell’opera, e del percorso che sta permettendo a Dante di ritrovare “la diritta via” dopo essersi smarrito nella “selva oscura” (emblema del peccato e del traviamento a cui la voce narrante sentiva di essere sempre più incline, prima della guida di Virgilio), la sua risposta non stupisce di certo. A meravigliare, piuttosto, è la difficoltà con cui saremmo in grado, dal canto nostro, di affermare altrettanto.
C’è infatti qualcosa su cui potremmo dirci a nostra volta privi di esitazioni con la stessa serena risolutezza? Letto oggi, il termine (non) inforsarsi, con ancora più forza delle parole inventate da Dante su cui ci siamo soffermati finora, ci dà la misura di quanto la precarietà (di ideali, di legami, di condizioni) si sia fatta elemento strutturale del nostro tempo. E però, proprio per questo, ci scuote e ci ricorda l’importanza di andare in cerca di una sicura scintilla (qualunque essa sia) che ci spinga ad annunciare finalmente, e senza vacillare: “Io credo“.
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‘mparadisare
E concludiamo con una delle parole coniate da Dante che si sono più impresse nell’immaginario collettivo, verosimilmente per via del suo riferimento all’amore per Beatrice. Siamo nel XXVIII Canto del Paradiso, noto per la sua descrizione delle gerarchie angeliche del Primo Mobile, in cui il poeta vede Dio sotto forma di un punto luminosissimo, circondato da nove cerchi di luce che girano a velocità diverse, e che rappresentano i nove cori angelici incaricati di informare l’interno Universo.
Ed è proprio in questo contesto che l’autore della Divina Commedia, dopo l’annuncio di Beatrice relativo a una prossima mutazione della condizione umana (per cui “vero frutto verrà dopo ‘l fiore“), con cui si chiudeva il Canto precedente, riprende le fila con i famosi versi (1-3): Poscia che ’ncontro a la vita presente / d’i miseri mortali aperse ’l vero / quella che ’mparadisa la mia mente…
Ovvero: “Dopo che colei che esalta la mia mente a gioie paradisiache ebbe riferito la verità sulla vita dei miseri mortali”… La frase naturalmente prosegue, ma noi ci fermiamo qui. Per evidenziare innanzitutto come questa sia l’unica occorrenza del verbo ‘mparadisiare (o imparadisiare) rinvenuta nel poema, e per riflettere sulla portata simbolica dell’ultima delle parole coniate da Dante che ci teniamo a sviscerare.
Perché, per il Sommo Poeta, imparadisiare non significa semplicemente “condurre in Paradiso” con il corpo e con la mente, ma trasformare lo sguardo dell’innamorato e renderlo capace di accogliere il vero e il sublime – ragion per cui Beatrice, più che mero oggetto di un amore angelicato, è da considerarsi principio attivo (anzi, agente) di un’elevazione conoscitiva e spirituale. A riprova del fatto che l’Amore, quello con la maiuscola, non rallegra soltanto, ma trasfigura, facendo del pensiero stesso un luogo paradisiaco.
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Fotografia header: "Dante incontra Beatrice", Raffaello Sorbi (olio su tela, 1903, Museo de Arte Italiano di Lima)




