Tra giochi di specchi e dissolvenze, lo scrittore irlandese Samuel Beckett costruiva nel romanzo “Molloy” del 1951 (il primo volume della “Trilogia” in cui sarebbero confluiti anche “Malone muore” e “L’innominabile”) e nei suoi sei famosi “Radiodrammi”, composti dal 1956 per la BBC Third Programme, un mondo in cui i confini tra identità, memoria e linguaggio si sgretolano una pagina dopo l’altra – Abbiamo messo a confronto i due volumi in occasione del loro simultaneo ritorno in libreria
Nel 1834, sulla rivista Sovremennik, veniva pubblicato Il naso di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, racconto in cui il maggiore Kovalëv scopre che il suo organo olfattivo ha iniziato a vivere di vita propria.
Nel 1885, in una collana di racconti thriller, vedeva invece la luce Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, nel quale un medico riesce a scindere la parte buona del suo animo da quella malvagia.
Mentre, nel 1951, le Éditions de Minuit di Parigi dànno alle stampe Molloy, il primo romanzo della Trilogia di cui faranno parte anche Malone muore (1951) e L’innominabile (1953). L’autore? Il grande drammaturgo, poeta e sceneggiatore irlandese Samuel Beckett.
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Molloy e Moran, o Molloy è Moran
Perché in me ci sono sempre stati due pagliacci, tra gli altri, quello che chiede solo di restare dove si trova e quello che s’immagina che piú lontano starebbe un po’ meno peggio.

Riproposto da Einaudi nella traduzione di Aldo Tagliaferri (dal francese, lo ricordiamo, poiché per Beckett era una lingua più facile in cui “scrivere senza stile” ed emanciparsi dall’influenza e ammirazione per il connazionale James Joyce), Molloy si direbbe la storia di un vecchio vagabondo che ha perso l’uso di una gamba e vive nella casa della madre defunta.
Ma, nella seconda parte, diventa anche la storia di Moran, un agente segreto incaricato di trovare Molloy, e sulle tracce del quale si metterà in compagnia del figlio adolescente. Se non fosse che, proseguendo nella sua missione, Moran si allontanerà dal figlio e si ridurrà a vivere come un barbone, perdendo l’uso di una gamba e venendo sollevato sul più bello dal suo incarico.
Con il risultato che, a fine libro, saranno così tante le similitudini fra Molloy e Moran da indurci a pensare che Moran abbia comunque trovato Molloy, se non altro nel senso che Moran sembra essere (o essere diventato?) Molloy.
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La scomparsa dei contorni
Le mie ragioni? Le avevo dimenticate. Ma le conoscevo, credevo di conoscerle, non avevo che da ritrovarle per volare da mia madre, sulle ali di gallina della necessità. Sí, dal momento che si sa il perché tutto diventa facile, una semplice questione di magia.
Benché il nervus rerum di questa vicenda provenga da un tempo ancora più lontano rispetto a quello di Gogol’, che dalle Metamorfosi di Ovidio raggiunge con una mossa del cavallo La metamorfosi di Franz Kafka e Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, sono molteplici gli elementi che rendono Molloy un esperimento modernista unico nel suo genere – a cominciare dal fatto che a scompattare il testo ci siano, nel complesso, ben pochi “a capo“.
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Ciò significa che l’opera non ha quasi respiro, se non quello dettato da una punteggiatura inizialmente secca e martellante, e che poi ci accompagna in una spirale sempre più delirante di piani temporali sovrapposti, spazi sfumati, parole che si perdono e narratori che si fanno (loro malgrado e forse a loro insaputa) sempre più inaffidabili.
Oltre al fatto che, in questo naufragare dolce-amaro (amaro per i protagonisti, dolcissimo per chi legge di loro), serpeggia il rischio di perdere ciò che si credeva di conoscere.

Lo scrittore Samuel Beckett (1906-1989), Premio Nobel per la Letteratura nel 1969 (credits Getty Editorial)
Non solo a livello di identità individuale, ma specialmente di eredità (meta)letterarie e tematiche – dal momento che il collegamento con autori come Gustave Flaubert, Alexandre Dumas, Honoré de Balzac e Albert Camus, citati fra le righe dall’autore, e in parallelo con la morte, con il sesso, con i cani, con le autorità e con ogni parte del proprio corpo, si sfalda man mano che Molloy e Moran camminano verso una meta imprecisata.
I due si affannano allora a definire con strumenti sempre più ridicoli e disadatti ciò che sfugge loro di mano e di mente, e tuttavia si ritrovano in un facsimile via via più fumoso della realtà in cui speravano di sopravvivere (e di restare coerenti ai nostri occhi).
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I Radiodrammi, gemelli di-versi di Molloy
E se per un po’ procedessimo all’indietro?

Da questo punto di vista, è inevitabile associare il romanzo ai Radiodrammi che la BBC Third Programme commissiona a Beckett dal 1956, a pochi anni di distanza dalla stesura della Trilogia, e che non a caso sono tornati in libreria per Einaudi insieme a Molloy, in un’edizione a cura di Gabriele Frasca.
L’ambientazione rurale e/o essenziale non cambia, e di nuovo ci rimanda all’infanzia dell’autore, per non parlare del fatto che anche qui il fulcro della trama o si schianta di continuo nel nonsense o ingabbia chiunque abiti al suo interno, obbligando i protagonisti a cercare un punto di fuga che presto o tardi si rivelerà essere l’ennesimo punto cieco.
Un genere che nella sua atletica brevità “dialoga con la poesia e la musica“, come ha scritto Andrea Cortellessa su La Lettura, e che, optando per un pendolarismo ossessivo tra i dettagli interiori, quelli fisici e dei toni di voce, dovrà arrendersi a non portarci mai da nessuna parte. Probabilmente con un certo piacere sadomasochistico.
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Succede in Tutti quelli che cadono, in cui la signora Rooney si affida a un coro di figure secondarie per capire perché diamine il suo treno stia portando tanto ritardo; in Cascando, nel cui titolo ritorna la condanna a precipitare e che mette in scena un uomo muto e assente, il quale si imbarcherà su una piccola nave e andrà alla deriva in mare aperto.
Ma anche in Braci, il cui vecchio protagonista è invece perseguitato dal mare mentre se ne sta su una spiaggia deserta, dalla quale sentirà provenire voci, ricordi e fantasmagorie; in Parole e musica, dove si tenta di afferrare il concetto di amore dando vita a un’opera d’arte che unisca la pedante logica di Parole e la dolcezza di Musica, da intendersi come soggetti personificati e di matrice proustiana.
E soprattutto in Schizzo radiofonico e Pochade radiofonica, che, in un clima di estenuante attesa à la Godot, ruotano intorno all’incapacità di ascoltarsi e vedersi sul serio (nello Schizzo), e di conseguenza di interrompere un inutile ciclo di interrogatori volti a carpire la verità degli eventi in cui ci si trova coinvolti (nella Pochade).
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Poi appena un po’ piú giú / Attraverso i rifiuti / Lí dove tutto è buio / Senza piú mendicare / Né dare né parole / Né senso né bisogno / Attraverso i liquami / Appena un po’ piú giú / Lí dove s’intravede / Infine la sorgente.
Più che due opere a sé stanti, quindi, Molloy (con la sua Trilogia) e i Radiodrammi si configurano come una scissione in chiave narrativa e teatrale dello stesso schiavizzante conflitto fra il Sé e l’Altro, spesso declinato attraverso i rapporti filiali e di genere.
Se guardiamo oltre l’inganno delle variazioni sul tema, però, noteremo che ogni figura in cui ci imbattiamo in questi repêchage si dirige verso il medesimo campo senza nome. Dove non esiste impaginazione che protegga, risposte che distinguano, soggetti stabili che diversifichino il reale.
Al punto che l’unica presunta verità a cui ci si può avvicinare con sgomento e meraviglia è “una casella vuota in perpetuo movimento“, come annota Frasca nella postfazione ai Radiodrammi. Dentro la quale tutte e tutti saranno (nei testi di Beckett; o saremo, noialtri, nel mondo là fuori) costretti a separarsi da genitori e figli – e dunque forse dal passato e dal futuro – per rimanere nell’immanenza di chi deve in ogni momento trasformarsi a(p)pena, se ci tiene a non essere sbalzato via da sé stesso.
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Fotografia header: (Getty Editorial 09/06/2026)