“Quando si parla di precariato scolastico, giustamente si racconta soprattutto ciò che significa per chi insegna: passare anni saltando da una scuola all’altra, compilare graduatorie, aspettare convocazioni, accettare spezzoni, magari lavorare dieci o quindici anni senza sapere in quale istituto si sarà il settembre successivo. Ma c’è un pezzo della storia che secondo me raccontiamo troppo poco. Il precariato degli insegnanti (compresi quelli di sostegno) rende precaria anche la scuola dei ragazzi…”. In vista del nuovo anno scolastico, la riflessione di Enrico Galiano, docente e scrittore

Avete presente la situazione per cui vostro figlio di seconda media arriva a casa a novembre, voi gli chiedete: “È arrivato il prof di matematica?”, e lui vi risponde: “Macché”?

Oppure quell’altra, forse ancora peggiore. A settembre arriva una professoressa bravissima. Una che spacca sul serio. Vostra figlia, che fino a quel momento considerava i libri una sofisticata forma di arredamento, grazie a lei comincia a leggere. Torna a casa parlando di Calvino. Vi chiede di comprarle un romanzo. Voi non fate domande perché avete paura di svegliarvi.

Poi, a metà ottobre, arriva la ferale notizia: la professoressa se ne va.

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Non perché abbia fatto qualcosa di male. Non perché abbia deciso di cambiare mestiere. Semplicemente perché era precaria, è arrivata una nuova nomina, una graduatoria si è mossa, qualcuno aveva diritto a quel posto prima di lei, oppure lei stessa ha finalmente ottenuto un incarico migliore altrove.

Arrivederci ragazzi, è stato bello.

Ecco, questa roba qui noi ormai la consideriamo normale. Spoiler: non lo è.

Quando si parla di precariato scolastico, giustamente si racconta soprattutto ciò che significa per chi insegna: passare anni saltando da una scuola all’altra, compilare graduatorie, aspettare convocazioni, accettare spezzoni, magari lavorare dieci o quindici anni senza sapere in quale istituto si sarà il settembre successivo.

Ma c’è un pezzo della storia che secondo me raccontiamo troppo poco.

Il precariato degli insegnanti rende precaria anche la scuola dei ragazzi.

Lo dico per quelli che magari non se ne rendono conto, ma non è che insegnare consiste nell’entrare in una stanza, spiegare le equazioni di secondo grado e uscire. Ci vuole tempo per capire una classe.

Tempo per accorgersi che quello in fondo non fa mai i compiti perché non ha voglia e quella accanto non li fa perché a casa succede qualcosa.

Tempo per capire chi ha bisogno di essere spinto e chi invece, se lo spingi ancora un centimetro, crolla. Tempo per scoprire che una ragazza apparentemente svogliata scrive cose bellissime, che quello che disturba sempre è terrorizzato dall’idea di sembrare stupido, che un altro ha bisogno di tre mesi prima di trovare il coraggio di fare una domanda davanti agli altri.

A volte ti serve un mese. Altre, anni.

E sul sostegno tutto questo assume dimensioni difficili persino da credere.

Secondo l’Istat, nell’anno scolastico 2024/25 il 58% degli studenti con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente. Alle scuole medie la percentuale sale al 61%. Il 9,4% ha cambiato docente addirittura durante lo stesso anno scolastico. E un mese dopo l’inizio delle lezioni risultava ancora scoperto circa un posto di sostegno su dieci.

Provate a tradurre tutto questo in pratica. Un ragazzino passa mesi a imparare a fidarsi di un adulto. Quell’adulto impara a riconoscere i segnali, i silenzi, quello che lo manda in difficoltà, quello che invece riesce a tranquillizzarlo. Costruiscono un linguaggio loro.

Arriva settembre.

«Ciao, io sono il tuo nuovo insegnante.»

E si ricomincia.

E il motivo è anche economico: un supplente al 30 giugno pesa meno sul bilancio rispetto a un docente di ruolo, che viene pagato dodici mesi e matura progressioni di anzianità. Stabilizzare, insomma, significa assumersi un costo strutturale. Ed è proprio quello che da anni si continua a rimandare.

E forse qui cominciamo a vedere il problema.

Perché il precariato ha una caratteristica molto seducente per chi deve far quadrare i conti nel breve periodo: permette di avere oggi la persona che serve senza trasformare necessariamente quel bisogno in una spesa stabile per domani. Solo che la scuola dovrebbe essere esattamente il posto in cui il domani conta più dell’oggi.

Già. Dovrebbe.

L’AUTORE – Enrico Galiano, insegnante e scrittore friulano classe ’77, in classe come sui social, dove è molto seguito, sa come parlare ai ragazzi.

Dopo il successo di romanzi (tutti usciti per Garzanti) come Eppure cadiamo feliciTutta la vita che vuoiFelici contro il mondo, e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. È poi tornato al romanzo con Dormi stanotte sul mio cuore, e sempre per Garzanti è uscito il suo primo saggio, L’arte di sbagliare alla grande. Con Salani, Galiano ha quindi pubblicato la sua prima storia per ragazzi, La società segreta dei salvaparole. Ed è poi uscito, ancora per Garzanti, il suo secondo saggio, Scuola di felicità per eterni ripetenti.

Dopo il romanzo Geografia di un dolore perfetto, è tornato in libreria con Una vita non basta, e ha poi pubblicato, sempre con Salani, il secondo libro per ragazzi, L’incredibile avventura di un super-errore. Con Garzanti nel 2025 è poi uscito il romanzo Quel posto che chiami casa, e con Einaudi Stile Libero, nel 2026, Il cuore non va a dormire.

Il suo nuovo libro è Il mio migliore amico è un fantasma (Salani).

Qui è possibile leggere tutti gli articoli scritti da Galiano per il nostro sito, con cui collabora con costanza da diversi anni (anche con dei video per Instagram e TikTok).

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