“E.T.”, “Blade Runner”, “Tron”, “Star Trek II “, “Conan il barbaro”, “Poltergeist”, “La cosa e Interceptor – Il guerriero della strada” (sequel del primo “Mad Max”). Nell’estate del 1982, in otto settimane uscirono otto film di fantascienza e fantasy che segnarono una svolta nella storia del cinema americano (e non solo), otto pellicole che hanno letteralmente disegnato un’idea di domani. Ne parla Chris Nashawaty in “Il futuro era adesso – Genio e follia nell’estate che cambiò il cinema”
Immagina una sala di museo. Non ci sono reperti nelle teche, né dipinti alle pareti. La sala è un parallelepipedo cavo, e le sue superfici – compresi il pavimento e il soffitto – rimandano ciascuna le immagini di diversi film. Tu varchi la soglia, e ti trovi immerso in questo caleidoscopio di storie, corpi, suoni, memoria. Dimenticavo, all’ingresso della sala c’è un pannello che recita cosi: USA, estate 1982. Futuro.
I film ‘esposti’ sono stati raggruppati dal curatore in base a un principio particolare. Non sono i maggiori incassi di quell’anno (a parte uno), non sono nemmeno quelli che la critica ha promosso meglio di altri (a parte uno). Sono invece quelle pellicole che hanno letteralmente disegnato un’idea di futuro, e per una coincidenza degna di una cabala lo hanno fatto nel corso di una sola estate, per otto settimane consecutive. Sono E.T., Blade Runner, Tron, Star Trek II, Conan il Barbaro, Poltergeist, La cosa e Interceptor – Il guerriero della strada.
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L’idea di questa fantasmagoria dell’infanzia – nuova declinazione della camera delle meraviglie per chi è nato negli anni ottanta – mi è stata suggerita dalla lettura di Chris Nashawaty, che con il suo Il futuro era adesso (uscito in Italia per nottetempo con la traduzione di Stefano Piri) ha realizzato uno strano ibrido letterario. Il suo racconto si colloca a metà tra pastiche epico di matrice hollywoodiana (la Hollywood dei perenni lunghi coltelli e della profusione oscena di denaro, unico vero obiettivo della fabbrica cinematografica statunitense) e una specie di corale romanzo di formazione i cui protagonisti sono gli autori, i registi, i produttori, gli attori, e tutto il coro tragico che presiede alla creazione di un film, soprattutto quando quest’ultimo ha la vocazione di blockbuster.
La corona di film citata qualche riga sopra – gli atti unici di quella che viene ricordata da manuale come la Epic Sci–Fi Summer of 1982 – materializzò un’idea di futuro cinematografico, e nello stesso momento quel futuro lo cannibalizzò, tanto da lasciare alle generazioni future la paludosa sospensione in un presente sempre uguale a se stesso.
Otto film che hanno letteralmente disegnato un’idea di domani

Quando si parla di cinema, e in particolare quando si parla di quel cinema, si fa riferimento a un processo industriale. Anche per i film, le evoluzioni della specie procedono darwinianamente da processi casuali, estemporanei, che poi l’ambiente seleziona, determinandone così la sopravvivenza, il successo. Abituati come siamo a essere sommersi da una perpetua riscrittura “di proprietà intellettuali preesistenti” – come scrive Nashawaty – abbiamo bisogno di restaurare la cronaca di quell’estate 1982 per coglierne, appunto, la novità assoluta. E in questo l’idea di un museo, appunto, potrebbe aiutare.
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Sono molte le strade che conducono alla definizione di un immaginario, ovvero di quel modo condiviso che abbiamo di immaginare i contorni di una storia, il suo mondo, o meglio ancora il suo tempo, con tutta la pregnanza che questo termine può assumere alle orecchie di noi famelici consumatori. Una è quella che sperimentiamo a ogni uscita dell’ennesimo reboot, dell’ennesimo rifacimento di questo o quel personaggio cinematografico, del sequel del sequel del sequel, immersi in un delirio a tratti “infantilizzante” – altro termine che volentieri traggo da Nashawaty – per cui secondo il punto di vista di chi produce, noi non saremo in grado o non saremo pronti alla definizione di qualcosa di diverso dalla riproposizione dell’uguale. Ci sono sparute eccezioni, senza dubbio. Il Dune di Villeneuve, per citarne una, ci prova a dare dignità a un modo nuovo di raccontare la fantascienza. Lo fa attraverso una produzione “maledetta” (su quel film si sono schiantati Jodorowsky e Lynch, non proprio le retrovie), ma che ci riesca è ancora tutto da verificare.
Certo, a immergersi nel vero e proprio romanzo scritto da Chris Nashawaty – denso di personaggi memorabili, colpi di scena, cliffhanger degni di una penna più che smaliziata – si incorrerebbe nella tentazione di credere che l’epica coincida solo con quel manipolo di pellicole. Tuttavia il cinema, inteso come espressione peculiare del genere umano, non coincide con un’estetica unica. Non ha un centro demiurgico totalitario. Ma sicuramente vede nella mastodontica industria statunitense il mittente più pervasivo. Per dirla con termine politico: quello che detta la linea.
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Possiamo allargare il punto di vista quanto vogliamo, guardando ai numeri poderosi dell’industria cinematografica di area indiana o meglio ancora di quella cinese. Resta tuttavia un fatto: nel caso di Bollywood, la peculiarità dei suoi prodotti è tale che è difficile compararla al resto del mondo, mentre nel caso della Repubblica Popolare si assiste per la prima volta all’emersione di un competitor produttivo pari se non maggiore a quello statunitense. Eppure il modo di raccontare, lo schema latente dell’immaginario appunto, non si distacca dal ceppo originario, anzi ne è ancora debitore.
I distinguo possono essere infiniti, e il cosiddetto cinema d’autore potrebbe rientrare tra questi, così come potrebbe rappresentare un agent provocateur in grado di smuovere la palude, ma di per sé difficilmente può definire da solo un immaginario. E così torniamo alla nostra sala di museo dove le immagini di E.T., Blade Runner, Tron, Star Trek II, Conan il Barbaro, Poltergeist, La cosa e Interceptor letteralmente abbronzano la nostra memoria, annegano con dolcezza il nostro godimento di mangiatori di storie. La parola blockbuster da sola definisce una parabola: nato negli anni quaranta per indicare le bombe capaci di distruggere un intero isolato, il termine è passato a definire, dagli anni cinquanta e poi settanta, film di enorme successo commerciale in grado, appunto, di “fare il botto” al botteghino. La novità , nelle mani di un’industria potente, rade al suolo tutto il resto.
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Giusto il tempo di essere abbagliati dal suo spirito evocatore, dal suo portato di verità , per poi rimanerne impigliati, nella sua ripetizione, nel suo ciclo infernale di immagini rimasticate, di storie già ascoltate. Ma l’insidia del gene mutante è sempre all’erta. Non ci resta dunque che lasciare il museo e affacciarci, carichi di speranza oppure definitivamente rassegnati, nella sala buia di un cinema.

L’AUTORE – Danilo Soscia, classe 1979, scrittore e giornalista, ha pubblicato tra gli altri Gli dèi notturni e Atlante delle meraviglie, entrambi con minimum fax. Il suo nuovo libro, in uscita per Nutrimenti, è Mamma Mostro, raccolta di racconti in cui lo scrittore “perlustra scenari inconsueti di un gotico contemporaneo, rinnovando la funzione liberatoria delle storie di paura”.
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