Nel suo nuovo romanzo, “I convitati di pietra”, Michele Mari racconta un patto di sangue tra compagni di classe. Anno dopo anno, va avanti un’immaginaria roulette russa, tra rancori sopiti, amori nascosti e tentativi di omicidio. Il risultato? Un racconto grottesco scandito da un ritmo incalzante e ossessivo
“all’inizio si sentivano immortali, ma il modo con cui si illusero di celebrare quella condizione divina introduceva nelle loro vite il tema della mortalità”.
Inizia tutto con una cena tra ex compagni di classe, la IIIA, il 22 luglio 1975, un anno e un giorno dopo l’esame di maturità.
In futuro nessuno saprà più dire chi ebbe l’idea: ritrovarsi ogni anno, tutti e trenta, lo stesso giorno e nello stesso ristorante, una cena come rito, con un po’ di nostalgia e di goliardia. E per mantenere il filo dell’unione e del gioco, si aggiunge una riffa: un versamento annuale da parte di ogni ex compagno, a creare un piccolo patrimonio che cresce ogni anno, opportunamente investito.
Un fondo comune dunque, un capitale di cui potranno godere solo gli ultimi tre a rimanere in vita, i superstiti della IIIA.

Ci si sente immortali quando si è giovani, e si gioca con l’idea della morte perché la si considera un’idea remota, così lontana da perdere il suo contorno di realtà. È su questa incoscienza che si fonda il patto sciagurato all’origine de I convitati di pietra di Michele Mari (Einaudi).
“Vincolandosi a quel disegno, si erano messi nella condizione di non poter più pensare alla morte in sé, alla morte in assoluto, né tantomeno alla propria, con quanto di struggente e di drammatico e di alto questo pensiero comporta, ma solo alla morte in relazione agli altri, in un contesto relativo e agonistico che privava il fatal trapasso della sua terribile sublimità per farne una questione meschina e dispettosa, all’insegna di un flagrante e riprovevole cattivo gusto”.
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Anno dopo anno, le cene del 22 luglio misurano non solo il tempo che passa, ma anche le dinamiche collettive che, appena siglato il patto, iniziano a far emergere le loro pulsioni e ambiguità.
Finito il tempo dei brindisi, esauriti i momenti dei ricordi e i giochi da compagni di scuola, alla goliardia subentra la riflessione, poi l’ossessione, e infine la competizione. Il miraggio del premio, destinato a crescere con gli anni fino a cifre astronomiche, in grado di cambiare la vita dei tre rimasti, trasforma i compagni in concorrenti, dove la sfida è vivere, perché vincere significa non morire.
Ogni cena diventa più cupa, segnata dalle assenze, di chi è venuto a mancare, e morendo ha aumentato le possibilità di vittoria degli altri.
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Ci si osserva con sospetto, scrutando i segni del tempo, alla ricerca di indizi di infermità: ci si interroga sulla rispettiva aspettativa di vita, si iniziano a monitorare le sopravvivenze, si compilano elenchi, aggiornati ogni anno, dei propri malanni, si rinnovano rancori antichi, ci si scontra con la propria possibile mortalità. La paura è un nuovo convitato alla riffa della morte, e la peggiore consigliera.
“non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro”.
Michele Mari costruisce un ingranaggio spietato, in cui il gioco si trasforma, nel corso degli anni, in una roulette morale, nella quale si innestano alleanze, scommesse, invidie, macumbe, sabotaggi e anche omicidi.
Nei trenta protagonisti riaffiorano le antiche rivalità dei giorni della scuola, e dell’adolescenza, i torti subiti, gli amori non ricambiati, le promesse mancate, le fortune familiari che hanno creato fratture e differenze incolmabili.
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La memoria del passato diventa alibi per l’egoismo e la vendetta, la giovinezza si trasforma in una maledizione, con la sua illusione di immutabilità e di eternità, e cerca rifugio nell’immaginazione.
È il gioco del tempo, questa partita segreta de I convitati di pietra (non si può parlare della riffa al di fuori del gruppo) che da rito collettivo diventa dannazione individuale, in una corsa famelica verso la solitudine, fino al 2050, per premiare chi non è ancora morto ma è comunque sconfitto dal tempo.
Seguendo il gruppo che negli anni perde concorrenti, si assottiglia ma si fa sempre più bramoso del bottino finale, Mari delinea rivalità e risentimenti, istinti e passioni, coalizioni, racconta il tempo e la vecchiaia inesorabile, fotografando una generazione borghese estremamente reale, come i luoghi di Milano in cui si muove.
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L’autore passa da un convitato all’altro con una narrazione ritmata, senza pause, con una logica narrativa ciclica (anno dopo anno, cena dopo cena) e a incastro, nella quale l’autore si diverte, senza mai giudicare, ma con un’ironia affettuosa e amara insieme: la sua scrittura, densa e precisa, restituisce un ritmo incalzante e ossessivo, specchio perfetto del tempo che divora i suoi protagonisti.
Il risultato è un racconto grottesco di una classe che è un microcosmo, specchio dell’umanità intera, sempre rivolta indietro, ossessionata dalle colpe altrui, ingarbugliata su se stessa e prigioniera delle proprie paure, per poi ritrovarsi di colpo sul miglio finale, smarrita e a mani vuote.
“forse c’era da qualche parte un metodo migliore per irridere la morte, ma se c’era loro non lo avevano trovato”.
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Fotografia header: Michele Mari (GettyEditorial 18-08-2021)