Il racconto, firmato da una madre, dell’esperienza di lettura della saga di Harry Potter insieme alla figlia. Un capitolo dopo l’altro le avventure del maghetto hanno appassionato entrambe per motivi diversi (e in maniera in parte inaspettata…)

Abbiamo finito di leggere Harry Potter*, sono passati 15 giorni e mi sento ancora in lutto. Solo scriverlo, adesso, mi fa capire che è vero, che sì, è finito davvero. Ma non datemi della maniaca, un motivo c’è.

Sette libri fa, avevamo iniziato senza crederci. Io ero troppo grande nel 1997 e i miei figli sono nati molto dopo il 21 luglio 2007, quando J.K. Rowling pubblicava il finale della saga del mago. Nessuno aveva fatto la fila fuori da una libreria per aspettare il nuovo libro, e a vedere quelle immagini – gente che si accampava, genitori pazzi, figli invasati – pensavo, sinceramente: poveretti. Non mi sono mai piaciuti i fanatici, di nessun genere, figuriamoci poi per un libro fantasy. Io che il fantasy lo accetto come un male necessario, in storie molto più grandi, come Guerre Stellari o La Storia Infinita. Che cosa m’importava di un mago?

Poi mia figlia ha iniziato le elementari e quindi a leggere da sola, piano piano. Una mia amica mi diceva: perché non leggete insieme Harry Potter? Ma la libraia mi frenava: “È un libro difficile, la lettura è consigliata per quelli di quinta elementare, quarta al massimo. Certo, se è una scusa per leggerlo lei…”. Ridevo: figuriamoci. Oltre al problema del fantasy sono volumi di oltre 300 pagine (il primo; ho scoperto solo poi che il quinto viaggiava sulle 850) e io mi annoio facilmente. Lascio stare. Poi però un Natale un parente ci regala il cofanetto dvd con tutti i film della saga. Mia figlia, con il super Io incomporato acceso, dice: “Bello, però vorrei leggere prima i libri – innocente, non sapeva in che cosa si stava imbarcando – e poi vedere i film“. A quel punto capitolo, commossa.

Compriamo La Pietra filosofale e già le vicende iniziali in Privet Drive numero 4, che devo leggere io – aveva ragione la libraria, per la bambina che non ha ancora imparato lo stampatello minuscolo è decisamente difficile – lo zio Vernon, zia Petunia e l’orrido Dudley mi fanno più volte sorridere. Non male questa Rowling alla fine, mi dico.Leggiamo la sera prima di andare a letto e, man mano che procediamo, sono sempre io che devo interrompermi perché mia figlia si è addormentata e non il contrario, cosa che mi succedeva con tutti gli altri libri per bambini. Il libro ci appassiona per motivi diversi: a lei piace perché si identifica in Harry che inizia la scuola di magia, deve andare a comprare il materiale, deve iniziare a stare nei banchi. A me perché alla fine è un giallo, un enigma da risolvere e voglio scoprire come va a finire. Insomma: alla fine ce lo beviamo, vediamo il film e siamo felici.

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A Natale ci arrivano i due libri successivi. Più lunghi, ma anche lì, la scadenza “scolastica” della trama, inizio lezioni, Halloween, vacanze di Natale, studio, sport (vabbè è il Quiddich, quelle parti, ecco, le abbiamo un po’ lette in modo “trasversale”) ce li fa scorrere facile. Ovviamente ci sono stati periodi in cui il “mattone” è rimasto sulla libreria per mesi, bloccato, altri in cui abbiamo ripreso. Il Prigioniero di Azkaban ci piace più di tutti, e anche il film (del resto è di Alfonso Cuarón, e si vede). Il quarto e soprattutto il quinto libro ci mettono invece a dura prova, sono 1500 pagine. Ma ormai ci alterniamo nella lettura, e nessuna delle due si addormenta più: “Mamma però poi riprendiamo, vero?“. Lo sport nazionale diventa fare i segnalibri da mettere nel librone, che se perdi il segno poi è un casino.

Nel frattempo anche Harry diventa più interessante, è cresciuto, è adolescente, i primi baci, le prime vere sfide con Voldemort, il cattivo, i primi dolori grandi. Alla fine dell’Ordine della Fenice io sono distrutta, piango singhiozzando, e anche lei si asciuga le lacrime (ma meno). Il mio compagno ci guarda meravigliato, credendoci pazze. Noi non ce ne curiamo: non abbiamo gli ultimi due libri: li ordino su Amazon il giorno stesso.

Quest’estate, dopo mesi che quei due libri giacevano sullo scaffale, travolti dalla Dad, dal lavoro, dalle mille complicazioni di questi mesi pandemici, prima di andare al mare ci siamo dette: portiamoci Harry. Quasi senza convinzione abbiamo iniziato a leggerlo, pensando che ormai il grosso delle emozioni lo avessimo già provato. Cosa vuoi che succeda ancora? All’inizio tutto bene. Procediamo regolari col Principe Mezzosangue. Ma, quando sta per finire, inizia a prendermi il panico: ci sono mille cose da chiarire, ci lasci così J. K.? Mia figlia propone di fermarci: lo finiremo a casa, dove ci sarà l’ultimo libro, I Doni della Morte, da poter leggere subito. Ma non resistiamo, e lo finiamo. Ci pervade una sensazione di tristezza, strisciante, per qualche giorno.

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Poi mi ricordo di avere un abbonamento al Kindle che non uso da secoli, lo cerco, lo riattivo, e voilà sul mio cellulare appare l’ultimo volume. Ci sentiamo euforiche: lei inizia a saltare sul letto dalla gioia mentre io inizio già a leggere. Controllo via via la percentuale letta: i colpi di scena si susseguono e voglio capire come potrebbe finire. Passiamo il tempo a formulare possibili soluzioni. Per fortuna che c’è mia figlia quando appare un dettaglio che ricorda una cosa o un personaggio dei libri precedenti perché se li ricorda tutti. È la mia memoria. Via via le nostre teorie si infrangono, io faccio la navigata e dico: dai, non può che finire così, ma mi sbaglio. Quando mia figlia si addormenta resisto alla tentazione fortissima di andare su web a cercare chi era Marvolo e come parlava il professor Quirrell, scopro il mondo della fandom, ma poi ho paura degli spoiler e quindi mi auto-censuro. Perché nel frattempo ho capito perché mi piace Harry Potter: è troppo bello restare sorprese insieme, ridere insieme, piangere insieme, dire: cavolo, avevi ragione tu!, oppure: cavolo! Ma no!.

Arriva la fine. E con lei, arrivano le ultime tre parole del libro. Bum. Le parole che oggi, in questo momento storico, hanno un sapore completamente diverso che se le avessi lette nel 2007. E mi sembra un po’ come se si fosse compiuta una magia, come se tutto l’Universo mi avesse portato a quella riga.

Ora: qui non dirò qual è. Perché se non lo avete ancora fatto, dovete buttarvi in questa meravigliosa avventura che è la storia di Harry Potter. Non per tutto quello che avete sentito: che è scritto bene (vero), che è avvincente (vero), che è divertente (vero). Ma per la materia preziosa per cui vale la pena vivere: ossia condividere emozioni con i vostri più grandi amori. Le stesse che vi porterete dietro per sempre.

*L’asterisco piccolo in fondo: mia figlia ha proposto: lo rileggiamo dall’inizio? Ehm, c’è questo problemino.

L’AUTRICE E LA NEWSLETTER “GENI” – Silvia Bombino è nata a Milano nel 1976. Laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna, scrive di cinema, libri e musica per Vanity Fair. Tra le sue collaborazioni, anche quella con la newsletter Geni (da cui è tratto l’articolo che proponiamo), che sta per “genitori“, ma anche per “genio“, ossia quella cosa indispensabile che serve a tirar su dei figli. Si tratta di un gruppo di persone che vuole raccontare il lato B della genitorialità, “quindi la parte divertente/drammatica al di là di quella mitologica. I padri al di là delle madri. La famiglia allargata (zii, nonni, compagni, ex mariti, tate, amici) al di là di quella delle statistiche. Insomma: forniamo soluzioni, storie e stratagemmi su come sfangarla“, come dichiara il collettivo sul sito ufficiale.

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