Di cosa parliamo quando parliamo di “Gotico spagnolo”? Non di un genere vero e proprio, ma di un’atmosfera narrativa nata nel ‘900, tra guerra civile, dittatura e dopoguerra. Nelle storie di scrittrici e scrittori spagnoli la realtà si fa cupa e opprimente, attraverso case soffocanti, città-labirinto, personaggi grotteschi, paura e miseria quotidiana. È una letteratura che usa l’inquietudine per raccontare la memoria collettiva e la violenza sociale, mostrando ferite che continuano a riaffiorare anche nel presente. Un viaggio letterario, in cui si dà spazio ad autrici e autori diversi tra loro, come Luisa Carnés, Carmen Martín Gaite, Almudena Grandes, Carmen Laforet, Eduardo Mendoza, Montserrat Roig e lo stesso Carlos Ruiz Zafón

Alba de Céspedes, Irène Némirovsky, Goliarda Sapienza e potremmo continuare ancora. Negli ultimi anni la riscoperta di autori — e soprattutto di autrici — del passato ha prodotto diversi successi editoriali, riportando alla luce storie dimenticate.

Il ripescaggio letterario (dal francese repêchage), come viene chiamato in gergo editoriale, mira a recuperare quelle scrittrici e quegli scrittori che la Storia ha scordato o, ai tempi, non ha mai veramente apprezzato.

È un fenomeno che riguarda diversi editori in Europa e America, e che si sta diffondendo sempre più. Alcune case editrici italiane, tra l’altro, si stanno concentrando in particolare al recupero di un patrimonio letterario vicinissimo a noi per geografia e sensibilità, benché ancora poco esplorato: la narrativa spagnola del ‘900.

Benché in Italia siano diversi gli autori e le autrici conosciuti dal pubblico, come Almudena Grandes, Fernando Aramburu, Javier Cercas o Carlos Ruiz Zafón, molte e molti rimangono sotto la superficie di un lungo periodo di dittatura che li ha costretti all’oblio.

Un quiz per mettersi alla prova – Quanto conosci la letteratura spagnola?

Nella narrativa spagnola del ‘900 — e nelle sue rievocazioni più recenti — c’è un modo di raccontare che non si lascia definire da un genere preciso. Viene mescolato il “tremendismo“, una tecnica letteraria dei romanzi spagnoli degli anni ’40 (con trame crude, linguaggi duri e personaggi emarginati), al romanzo di formazione post-guerra, a quello storico.

Personaggi grotteschi, case soffocanti, città nebbiose

Ci sono storie di personaggi grotteschi, case soffocanti, città nebbiose, unte e trasformate in trappole senza uscita. Quello che si prova leggendole è molto simile alle sensazioni che dà il romanzo gotico. Non un gotico “classico” certo, ma qualcosa che ci va vicino e che riesce a rendere la pagina inquieta.

“Aveva la pelle giallognola, occhi, naso e bocca piccoli e sgraziati e capelli neri e ricci. I vestiti che indossava erano a brandelli, stazzonati e decisamente sporchi: tutto faceva pensare fosse in viaggio da giorni con gli stessi abiti e che non ne avesse altri, salvo forse un cambio nel fagotto che entrando aveva posato sul bancone e a cui ora lanciava di continuo occhiate furtive. Ogni volta che lo faceva, il signor Braulio provava un senso di sollievo. Poi il ragazzo gli puntava di nuovo gli occhi addosso, e lui veniva riassalito dall’inquietudine. Nei suoi occhi c’è qualcosa che mi innervosisce, si disse l’albergatore. Bah, sarà il solito: la fame, lo smarrimento e la paura, pensò poi”.

Eduardo Mendoza (1943) in La città dei prodigi (pubblicato per la prima volta nel 1986, Dea Planeta, traduzione di Gina Maneri) racconta Barcellona tra il 1887 e il 1929 come un luogo di fame e opportunismo, dove un ragazzo arrivato dall’entroterra diventa il prodotto più riuscito della modernità: spregiudicato, violento, pronto a tutto.

La città dei prodigi, copertina del libro di Eduardo Mendoza, esempio del gotico spagnolo

“Per tutto il secolo Barcellona era sempre stata all’avanguardia. […] In questo senso la differenza tra Barcellona e il resto della penisola era abissale, e l’impatto sul nuovo venuto risultava fortissimo. Ma lo sforzo richiesto dallo sviluppo era stato enorme. Adesso Barcellona, come la femmina di una specie rara che ha appena partorito una cucciolata numerosa, giaceva esangue e sventrata; dalle crepe colavano fluidi ripugnanti, effluvi pestilenziali rendevano irrespirabile l’aria di strade e abitazioni.”

Mendoza è ironico, grottesco, quasi picaresco, e ci affida un’idea precisa sotto la superficie della sua storia: la città – metafora della società – come macchina che inghiotte e trasforma, che promette progresso e produce ferocia.

“Aveva visto arrivare tanta gente nelle stesse condizioni: la città non smetteva di crescere. Uno di più, pensò, una minuscola sardina che la balena inghiottirà senza accorgersene”.

Possiamo quindi forse parlare di gotico spagnolo, non come genere, ma come modo di sentire e di raccontare. Una sfumatura gotica che è profondamente reale, radicata nella Storia e nella memoria collettiva, ancora visibile oggi nella società spagnola.

Guerra civile, dopoguerra, repressione: le ombre sulla Spagna

La Spagna dell’epoca, in fondo, è stata una fabbrica di ombre. Guerra civile, dopoguerra, repressione, fame: un paese in cui la vita privata non poteva restare tale, perché lo Stato e la “morale” entravano ovunque. La narrativa che ne è uscita non si limita a “raccontare la Storia”, ma ce la fa sentire addosso come fosse un velo pesante.

In queste storie cupe si respira crudezza, una ferocia che diventa ancora più potente quando attraversa lo sguardo femminile: le protagoniste sono donne schiacciate, recluse, costrette a resistere senza fare rumore o punite per farne troppo.

È il caso di Natàlia Miralpeix, protagonista de Il tempo delle ciliegie (pubblicato per la prima volta nel 1977, Mondadori, traduzione di Amaranta Sbardella) di Montserrat Roig (1946-1991), che torna a Barcellona nella primavera del 1974 dopo un episodio drammatico che l’ha spinta ad andarsene.

“In quei dodici anni di assenza Natàlia aveva dimenticato parecchie cose, eppure non riusciva a togliersi dalla testa il sorriso beffardo del fratello mentre, sfrecciando in macchina, l’accompagnava alla clinica. Natàlia rischiava la setticemia, vuoi scopare?, fa’ pure, ma prima rifletti e usa la testa, le aveva detto, mentre lei si contorceva per i dolori al basso ventre”.

Il tempo delle ciliegie, copertina del libro di Montserrat Roig

Il romanzo segue la storia di una donna che rifiuta di adeguarsi alle aspettative sociali e a quei valori che non sente come suoi, nel desiderio di trovare la propria strada e per vivere “il tempo delle ciliegie”.

Nel gotico spagnolo, la figura della donna riceve una reclusione non solo fisica, ma anche psicologica, e la sua lotta per l’emancipazione è spesso velata da una sofferenza profonda.

In Nada (pubblicato per la prima volta nel 1945, cliquot, traduzione di Barbara Bertoni) Carmen Laforet (1921-2004) fa arrivare la diciottenne Andrea in una Spagna che si è lasciata alle spalle da poco la Guerra civile: la ragazza deve frequentare l’università e non ha più i genitori. La casa in cui verrà accolta è quella dei suoi parenti, ma non è più la stessa che lei ricorda dall’infanzia.

“Davanti alla porta dell’appartamento mi prese un improvviso timore di svegliare quegli sconosciuti che, in fin dei conti, erano i miei parenti ed esitai prima di dare una timida scampanellata a cui non rispose nessuno. Il cuore mi batté più forte e schiacciai di nuovo il campanello. Sentii una voce tremula: “Arrivo! Arrivo!”.

Strascicar di piedi e mani maldestre che facevano scorrere chiavistelli.

Poi tutto mi sembrò un incubo.

Davanti avevo un’anticamera illuminata da una lampadina fioca, l’unica che rimaneva appesa ai bracci di un lampadario stupendo ma pieno di ragnatele che pendeva dal soffitto. Uno sfondo scuro di mobili messi uno sull’altro come per un trasloco. E in primo piano la macchia bianca e nera di una vecchietta decrepita, in camicia da notte, con uno scialletto sulle spalle. Preferii pensare di aver sbagliato appartamento, ma quella povera vecchietta aveva un sorriso così dolce che ebbi la certezza di trovarmi di fronte a mia nonna”.

Nada di Carmen Laforet è un esempio del gotico spagnolo

Il luogo da favola nella sua memoria viene spazzato via da cumuli di polvere, ragnatele e sporcizia. Nemmeno la sua famiglia è più come la ricordava, tutti smarriti a modo loro nel proprio mal di vivere.

“In quella situazione c’era qualcosa di angoscioso, e nell’appartamento faceva un caldo da soffocare, come se l’aria fosse stagnante e marcia. Quando alzai gli occhi vidi che erano comparse diverse donne spettrali. Mi vennero quasi i brividi quando ne scorsi una con un vestito nero che doveva usare come camicia da notte. In quella donna tutto sembrava orrendo e in condizioni disastrose, persino la dentatura verdastra che mi sorrideva. La seguiva un cane che sbadigliava rumorosamente, nero anche lui, quasi un prolungamento del suo lutto”.

Quello che Laforet racconta non è altro che lo specchio delle profonde ferite lasciate dalla guerra e dell’indigenza di chi ha abitato quel tempo. Così i personaggi e l’ambiente – chiuso, degradato, violento –costruiscono la riconoscibile forma di questo gotico.

Nei romanzi che potremmo inserire in questa tipologia, l’ambiente è sempre fondamentale. Le case non sono mai solo strutture fisiche, le città diventano labirinti in cui il personaggio si perde, cercando una via di fuga. I paesaggi urbani e domestici riflettono l’angoscia.

E se Laforet racconta l’oppressione domestica, Luisa Carnés ce la mostra nel lavoro. Tea RoomsOperaie della ristorazione (pubblicato per la prima volta nel 1934, Alegre, traduzione di Alberto Prunetti) nasce nella Spagna degli anni Trenta e racconta con una scrittura a immagini la durezza dei lunghi turni di lavoro, i clienti arroganti, la dignità che si spezza. È il romanzo di una donna che scrive con il rumore delle stoviglie che sbattono sul lavello e che vede i propri sogni di riscatto sociale andare in frantumi a ogni servizio.

Tea rooms, copertina del libro di Luisa Carnés

“Che schifo questa stanza! – un metro quadrato scarso -, una vecchia cabina telefonica foderata con tessuto e dipinta di giallo scuro, un nido di cimici e scarafaggi, in cui le inservienti si spogliano e si rivestono. Una nicchia su cui è stata montata una porta. Dentro c’è un puzzo. Le scarpette di tela sudice e unte, le scarpe per terra e i vestiti appesi la fanno assomigliare a un ripostiglio ricavano in una soffitta. Non c’è un solo buco da cui far cambiare aria. La lampadina emana una luce fioca. È un po’ che l’aspirapolvere della donna delle pulizie non entra in questa stanza sudicia, piena di fogli accartocciati tra cui spiccano gli incarti lucidi di alcuni cioccolatini. In questo nascondiglio le ragazze si tolgono i vestiti e indossano le loro uniformi di lavoro.”

Luisa Carnés (1905-1964), autrice autodidatta, ha dato vita a questa storia grazie alla sua esperienza lavorativa come cameriera in una sala da tè, dimostrando così che in quegli anni era presente in Spagna una coscienza politica femminista, spenta dal fascismo della dittatura.

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Una potente critica sociale

Il gotico spagnolo, oltre a esplorare l’aspetto psicologico di una collettività, è anche una potente critica sociale. Le storie di reclusione e sofferenza diventano una metafora per leggere le ipocrisie della società, le difficoltà economiche e le violazioni dei diritti che la Spagna ha vissuto durante la dittatura e gli anni della transizione.

Carmen Martín Gaite (1925-2000), in La stanza in fondo (Premio Nacional Narrativa nel 1978, Mondadori, traduzione di Michela Finassi Parolo) con un escamotage fantastico mostra il modo in cui il franchismo ha educato un’intera generazione a vivere: con la paura. Il romanzo si apre in pieno clima gotico, tuoni lampi pioggia torrenziale, mentre una scrittrice riceve la visita di un uomo vestito di nero. Hanno un appuntamento per un’intervista, ma lei non ne sa niente.

La stanza in fondo Gaite

Il romanzo mette così in scena la memoria: la donna rievoca frammenti di ricordi, episodi dell’infanzia sotto il regime, la sua formazione di donna e di intellettuale. E da qui la conquista della sua personale voce in un clima repressivo e maschilista.

E se questa atmosfera, questo gotico spagnolo, può sembrare che appartenga solo al passato, basta guardare a come viene rievocato dagli autori e dalle autrici di anni più recenti.

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La Barcellona ombrosa di Zafón

Carlos Ruiz Zafón, nella sua tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, ha trasformato Barcellona in un teatro di ombre in cui il gotico si mescola al feuilleton, ma l’ossatura resta storica: miseria del dopoguerra, prigioni, figure grottesche che incarnano il potere franchista. La memoria diventa un meccanismo narrativo.

Carlos ruiz zafon il Cimitero dei Libri Dimenticati

La tetralogia del Cimitero dei libri dimenticati: “L’ombra del vento”, “Il prigioniero del cielo”, “Il gioco dell’angelo” e “Il labirinto degli spiriti”

Anche le storie raccontate da Almudena Grandes (1960-2021) seguono questo filone. In La figlia ideale entriamo in un manicomio femminile a Madrid, nel 1954 dove il franchismo non appare come un concetto astratto, ma come disciplina dei corpi, della sessualità, perfino dei sentimenti. L’autrice sceglie una storia d’amore fragile e una mente imprigionata, e ci mette dentro un dettaglio inquietante: i pupazzi di stoffa fabbricati da una delle protagoniste, oggetti che diventano una lingua alternativa.

La figlia ideale grandes

Una società che ancora oggi continua a negoziare la sua memoria

La tradizione continua, forse perché il gotico spagnolo non è solo un genere ma più uno stato d’essere di una società che ancora oggi continua a negoziare la sua memoria. Un modo in cui ieri e oggi si racconta ciò che – probabilmente – non è stato davvero chiuso.

Una letteratura, quella spagnola del ‘900, che parla di emozioni e tensioni, di desideri spezzati, di paure primordiali che ci abitano ancora, anche se viviamo in un’epoca apparentemente diversa.

Forse proprio per questo oggi il gotico spagnolo risulta quanto mai attuale: queste atmosfere restituiscono la forza di una narrativa che scava in quella nostra condizione di esseri umani che la vita moderna tende a farci dimenticare, toccando i nostri sentimenti più scomodi, portando alla luce ciò che resta nascosto sotto la superficie e obbligandoci a guardare in faccia la verità.

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