La raccolta di interviste a cura di Maria Teresa Carbone a critici letterari, uffici stampa, organizzatrici e organizzatori di festival e premi, è un’occasione per riflettere sul complesso presente del giornalismo culturale e, più in generale, del lavoro culturale…

Un’occasione per riflettere sul complesso presente del giornalismo culturale e, più in generale, del lavoro culturale.

Maria Teresa Carbone ha raccolto in un volume, edito da Arcadia (dal titolo Il lavoro culturale – Domande e risposte), una serie di interviste a intellettuali, giornaliste e giornalisti, critici letterari e organizzatrici di manifestazioni culturali e premi.

Come spiega la stessa giornalista e traduttrice, le intervistate e gli intervistati si sono confrontati con “domande nate in un clima di incertezza verso le evoluzioni più recenti del lavoro culturale, e in particolare di una sua specifica declinazione, quella del giornalismo e della comunicazione, particolarmente esposta agli scossoni di questo periodo storico”.

“La crisi di oggi sembra avere caratteristiche strutturali”

Per Carbone, che cita inevitabilmente Luciano Bianciardi, se crisi c’era già ai tempi dell’autore grossetano, “quella di oggi sembra avere caratteristiche strutturali: al di là dell’aspetto economico, che pure non si può sottovalutare in un mondo nel complesso più diseguale rispetto a quello in cui operava l’autore della Vita agra, poche, fra le persone con cui ho parlato, dubitano di un indebolimento della funzione critica, che va di pari passo con una sempre maggiore velocità dei tempi di fruizione e quindi con una disattenzione crescente“. Come nota sempre l’autrice nell’introduzione, “alcuni rimpiangono certi ‘riti novecenteschi’ ormai quasi scomparsi (per esempio, le riunioni di redazione delle riviste, preziose opportunità di trasmissione di conoscenza fra generazioni diverse), altri ribattono che le occasioni di incontro non mancano, anche se le modalità sono differenti”.

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Il lavoro culturale Maria Teresa Carbone

Nel libro (che raccoglie, con integrazioni e dialoghi inediti, il ciclo di interviste curate da Carbone ospitato dalla rivista online Le parole e le cose) trovano spazio, tra gli altri, i dialoghi con Goffredo Fofi, venuto a mancare a luglio 2025, Giulia Cogoli, Andrea Cortellessa, Gianluigi Simonetti, Guia Soncini, Giorgio Zanchini, Michel Guerrin di Le Monde, e Stefano Petrocchi, direttore della Fondazione Bellonci, alla guida del premio letterario italiano più ambito e discusso, lo Strega.

Cosa significa, dunque, lavorare nel mondo della cultura nell’era dei creator, delle piattaforme video, dei reel, delle stories e dell’intelligenza artificiale, in un contesto, per dirla con Fofi, ormai da anni lontanissimo da quello in cui il giornalismo culturale in Italia svolgeva “una funzione enorme”?

Oggi viviamo nell’età dell’abbondanza, forse della sovrabbondanza”

Per Zanchini, giornalista e conduttore radiofonico e televisivo, dal 2013 direttore del Festival del giornalismo culturale di Urbino, “oggi viviamo nell’età dell’abbondanza, forse della sovrabbondanza. L’offerta è enorme, orientarsi è difficile, capire chi vale la pena leggere anche. La quantità di pagine culturali, riviste, testate digitali, app, podcast è soverchiante…”.

Per il nuovo curatore del programma della Fiera Più libri più liberi si pongono così “due problemi: come scegliere, per chi è fruitore, e come mantenersi e retribuire, per chi è produttore. Scegliere è diventato molto più complicato di qualche decennio fa. Il campo era più piccolo, l’offerta limitata, le gerarchie di qualità abbastanza leggibili. Oggi ci si perde, si rischia di non intercettare pagine meritevoli, e identificare i filtri, i mediatori affidabili, è operazione che richiede tempo ed esperienza…”.

“La quantità complica maledettamente l’esercizio critico”

A proposito di questi discorsi, interpellato da Carbone, Paolo Di Stefano, giornalista (editorialista del Corriere della Sera) e scrittore, argomenta: “La quantità complica maledettamente l’esercizio critico: non c’è giornalista o caporedattore culturale che sia in grado non dico di selezionare o governare ma neanche di avere cognizione della mole di oggetti e di manifestazioni culturali che vengono prodotti ogni giorno. Detto ciò, le possibilità sono: dedicarsi a quel che già è visibile e quasi soltanto a quello, oppure fare resistenza al fin troppo visibile e optare più decisamente per le cose marginali quanto a visibilità, dando voce quasi esclusivamente al proprio giudizio di valore. Terza opzione: escludendo che ciò che è visibile sia necessariamente pessimo, cercare un equilibrio, senza preoccuparsi troppo del fatto, evidente, che il visibile (e cioè quel che viene iperpromosso per forza economica) finisce comunque per oscurare quasi del tutto il resto anche quando si decida di onorarlo (il resto) nella misura del possibile. Il risultato più frequente è una sorta di confuso ‘zibaldonismo culturale…“.

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“La stroncatura ormai funziona come l’elogio…

Restiamo in tema. Interessante il botta a risposta tra Carbone e Soncini (che tiene su Linkiesta la discussa rubrica L’avvelenata). Tanti, ovviamente, i temi trattati, dalle derive dei social ai compensi dei giornali. Si parla anche di recensioni: “(…) Credo che la stroncatura ormai funzioni come l’elogio: è difficile che non sembri fatta per farsi notare. La recensione benevola la fai perché così l’autore, in genere più famoso del recensore, la condivide sulle sue pagine, e tu guadagni la dopamina indotta da nuovo pubblico e nuovi cuoricini. La stroncatura la fai perché l’algoritmo premia la rissa, e si spera che coloro cui piace ciò che stronchi commentino indignati, invitino a condannarti al 41bis, e insomma facciano fare al tuo articolo ciò che l’intellettuale moderno più desidera: non il Nobel per la Letteratura, ma – che il dio delle parole abbia pietà di me – diventare virale…”.

“Ha preso piede l’intervista, spesso come genere sostitutivo della recensione”

Sempre a proposito di crisi delle recensioni, e qui torniamo a Di Stefano, “da noi ha preso piede da molto tempo l’intervista, spesso come genere sostitutivo della recensione, dove il giudizio di valore non è contemplato. Oggi l’intervista è il genere principale dei giornali (pagine intere di incontri con personaggi anche mediocri dello spettacolo invadono le cronache con pettegolezzi di poco interesse per lo sparuto lettore dei quotidiani come fossero giornali popolari). E le recensioni, quando ci sono, vanno in direzione dello ‘storytelling‘, cioè del riassunto più o meno ragionato…”.

“La forma-recensione è in via di estinzione”

Restiamo in tema… Per il critico letterario Simonetti, saggista, docente di Letteratura italiana contemporanea, Letterature comparate e Storia della critica all’Università di Losanna, la “forma-recensione” è “in via di estinzione”. Secondo il co-fondatore della rivista online Snaporaz, inoltre, è “definitivamente caduta l’idea che la rete costituisca per definizione uno spazio ‘ribelle’ e antisistema, perché ormai neanche ai più ingenui o ai più idealisti può sfuggire il nesso fra rete e potere (e tra social e narcisismo di massa). Ma si è forse aggravata proprio nelle masse l’illusione, incoraggiata dalla rete stessa, che l’arte e la cultura siano democratiche, e che la presa di parola generalizzata sia positiva di per sé…”.

“Una mutazione in corso”

Duro anche il punto di vista di un altro critico, Cortellessa: “Possiamo parlare di informazione culturale o – peggio mi sento – di comunicazione culturale, ma direi che il giornalismo inteso come l’utilizzo di canali istituzionali dotato di una ragione sociale, una diffusione garantita, un prezzo di copertina, una periodicità, insomma tutto ciò che bene o male dal Settecento a oggi associamo al concetto di giornalismo, sia uno dei tanti istituti della modernità divenuti fossili. Certo, esistono ancora i giornali e alcuni di noi continuano a collaborarvi, ma prevalgono sempre di più altre forme di intervento, le quali, come succede sempre nell’avvicendarsi dei modelli culturali, si ibridano con le forme precedenti, per cui i giornali stessi – perlomeno quelli di maggiore successo (diciamo, di quel poco successo che continuano ad avere) – mutuano format, stili, autori, questioni e lessici che provengono da canali diversi, e fondamentalmente dai canali della rete e ahimè dei social. È una mutazione in corso, e noi non ne vediamo ancora la definizione, anzi probabilmente non la vedremo mai perché, appunto come ci insegnano i teorici dei media, i media non si avvicendano l’uno dopo l’altro, ma si ibridano e si modificano a tal punto che arriva il momento in cui non esistono più, secondo il paradigma della nave di Teseo, cioè di qualcosa che si modifica continuamente finché non diventa un’altra cosa che serba solo il nome di ciò che l’ha preceduta”.

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Come si può notare da queste dichiarazioni, nel libro abbondano le analisi rassegnate sulla crisi del giornalismo culturale tradizionale. Al tempo stesso, a parte alcune eccezioni, nelle parole delle intervistate e degli intervistati si fa fatica a intravedere curiosità per la comunicazione culturale legata ai social e alle piattaforme (sia che si parli dei brevi video di TikTok o dei “contenuti” su Instagram, sia che si parli di quelli, mediamente più lunghi e approfonditi, di divulgatrici e divulgatori su YouTube). Ci torneremo alla fine.

C’è stato un periodo in cui il giornalismo culturale in Italia ha avuto una funzione enorme, poi è finito tutto”

A prevalere, in molte delle interviste del volume, è la nostalgia. Lo stesso Fofi ricordava: “(…) Negli anni ’80, non ricordo esattamente quando, scrissi un editoriale per la rivista che pubblicavamo allora, Linea d’ombra, che fece incazzare alcuni membri della redazione perché il titolo fu considerato troppo volgare: era Le mezzeseghe all’arrembaggio, e un anno dopo ne scrissi un altro intitolato Il trionfo delle mezzeseghe. Ed è vero, erano titoli volgari, ma io ero terribilmente inferocito contro la generazione di mediocri arrivisti post ’68 e post ’77 che in quegli anni si sono dati al giornalismo e alla cultura, e non ho potuto fare a meno di sfogarmi. E non credo di essermi sbagliato, perché da allora le cose non sono cambiate, il trionfo delle mezzeseghe c’è anche oggi. Io ho nostalgia di un’epoca diversa, degli anni in cui frequentavo Giorgio Bocca e Camilla Cederna, per dirne due, e poi tanti altri. A volte, penso per esempio a Pasolini o a Testori, i rapporti erano conflittuali. Con loro capitava spesso di litigare, ma perché erano critici attenti verso quello che succedeva, e le critiche erano rivolte anche a noi, alla generazione venuta dopo il ’68, quella che stava entrando nelle case editrici e nelle redazioni…”.

“La tendenza alla semplificazione, non sempre a favore di una maggiore comprensibilità”

Ma qual è (se c’è) “il punto di equilibrio fra il lavoro giornalistico, che esclude lo specialismo, e il lavoro culturale che in buona misura lo impone?”, chiede Carbone. Francesca Borrelli, che coordina insieme a Roberto Andreotti e a Federico De Melis Alias D, l’inserto domenicale del manifesto, risponde così: “Non saprei descrivere il punto di equilibrio fra il lavoro giornalistico e il lavoro culturale, penso che entrambi possano vantaggiosamente oscillare verso l’una o l’altra sponda, come spesso avviene nei paesi anglosassoni, senza perciò tradire le aspettative che legittimamente forniscono. Mi sembra che, se c’è una preoccupazione oggi – sia da parte delle case editrici, che con ciò hanno abdicato al proprio ruolo, sia da parte dei giornali, che non perciò guadagnano più lettori – è quella di ridurre a formule entrate a far parte del senso comune la complessità dei problemi da affrontare e da esporre, semplificando, e non sempre a favore di una maggiore comprensibilità. Il vero problema riguarda, mi pare, sia per quel che concerne le pubblicazioni più ‘scientifiche’ sia per quel che compete alle pubblicazioni più ‘giornalistiche’, la qualità della scrittura, e prima ancora l’investimento che nella scrittura si fa, evidentemente considerata un ingombrante viatico del sapere, e molto raramente invece un oggetto di investimento in sé e per sé…”.

“Non trovo che il giornalismo culturale abbia perso in vitalità, forse semmai in virulenza critica”

E mentre si discute con crescente preoccupazione del crollo della soglia di attenzione (tanto tra bambini e adolescenti, quanto tra gli adulti), come pure, ad esempio, di frammentazione della cultura” e diminuizione dei riferimenti popolari largamente condivisi, anche in Francia i problemi non mancano (emerge soprattutto dall’intervista a Jean-Baptiste Para, caporedattore della rivista letteraria Europe). Più ottimista il punto di vista del caporedattore del quotidiano Le Monde Guerrin: “Sicuramente il giornalismo culturale ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni un cambiamento profondo, ma non per questo ha cessato di occupare un posto importante nella stampa quotidiana. E non trovo che abbia perso in vitalità, forse semmai in virulenza critica. Lo direi per Le Monde, ma potrei dirlo anche per i quotidiani americani e britannici che leggo o consulto. Il giornalismo culturale è oggi ancora più presente nella stampa quotidiana, grazie alla spettacolare espansione portata dai siti internet dei giornali. E non dimentichiamo che internet ha visto nascere una quantità di siti dedicati alla cultura in generale o a determinate discipline – il teatro, l’opera, la letteratura o le arti plastiche…”.

L’evoluzione del ruolo dell’ufficio stampa

Finora abbiamo citato alcune delle interviste legate alla crisi del giornalismo culturale. L’evoluzione del ruolo dell’ufficio stampa è invece al centro del dialogo con Paola Nobile (dell’agenzia di comunicazoone Delos): “L’ufficio stampa è cambiato nelle modalità, negli strumenti utilizzati e nei tempi di lavoro. Ma non nella sostanza: il nostro lavoro è dare la massima visibilità possibile a un evento e facilitare il lavoro dei giornalisti. Quando abbiamo iniziato non c’era internet, si spedivano fotografie e le immagini a colori erano diapositive incollate su fogli bianchi dove si scrivevano, una per una, le didascalie, a volte a mano a volte con la macchina da scrivere. Un altro cambiamento epocale, dopo quello dell’avvento del web, è stato determinato dal Covid. Molti giornalisti lavorano da casa, e sempre più rara è l’occasione di un confronto diretto in redazione, prassi che era consolidata, e molto utile per comprendere le esigenze dei colleghi, gli umori, le preferenze e i cambiamenti di linee editoriali”. Nel colloquio con Nobile c’è spazio anche per i consigli a chi vorrebbe intraprendere questo percorso: “Io a un giovane o a una giovane che vuole intraprendere questa strada suggerisco di analizzare a fondo desideri e obiettivi, e valutare bene le proprie predisposizioni. Nel lavoro dell’ufficio stampa in campo culturale servono alcune doti fondamentali: curiosità, amore per il sapere, piacere per la lettura, ottime capacità di scrittura, una mente ordinata, empatia (molta), pazienza (moltissima), autostima, estroversione, creatività, umiltà (il nostro è un lavoro dietro le quinte) e spirito di servizio…”.

“Il mercato editoriale è sempre più frammentato in nicchie

Cambiamo ancora argomento. Nell’intervista a Petrocchi ci si sofferma nel dettaglio sul Premio Strega (e sulla sua evoluzione), ma non solo: “(…) Il mercato editoriale oggi è sempre più frammentato in nicchie: c’è chi legge una cosa e solo quella, va in libreria una volta al mese, si compra due libri e li legge, ma unicamente di quel genere. Quello a cui pensiamo noi è un lettore (o una lettrice) che legge narrativa nelle sue varie forme, italiana e straniera, e che inserisce nella sua dieta di lettura anche buona saggistica e buona poesia. Questo è il nostro obiettivo, il motivo per cui abbiamo creato le varie sezioni: avere come riferimento lettori interessati, informati, appassionati e curiosi”. Quanto al “libro da Strega”, per il direttore della Fondazione Bellonci “i libri che funzionano al premio” rispondono “alle tre anime degli Amici della domenica, che sono sempre state presenti: grandi accademici, grandi critici e grandi lettori ‘comuni’. Il libro che vince il premio deve poter essere apprezzato da ciascuna di queste tre componenti…”.

Il ruolo del festival culturali

Tra i temi affrontati nel libro Il lavoro culturale – Domande e risposte, anche il ruolo dei festival culturali (e la loro evoluzione), il cui numero, nell’ultimo decennio, è cresciuto esponenzialmente. Per Giulia Cogoli, che si occupa di editoria e di organizzazione e comunicazione culturale da oltre trent’anni, è “assodato che i festival in Italia funzionano molto bene nelle città medio-piccole: Modena, Pordenone, Mantova, Sarzana, Pistoia, Trani. Potrei andare avanti a lungo, citando i vari capoluoghi di provincia, ma ci sono anche località più piccole che ospitano festival. Nelle città grandi è più difficile che un festival funzioni, a meno che il festival non identifichi un perimetro, un quartiere, una zona o un luogo che può essere un museo, una libreria, una biblioteca dove si svolge tutto quanto in maniera compatta”.

Cogoli, ideatrice e direttrice delle prime dieci edizioni del Festival della Mente di Sarzana (2004-2013) e ideatrice del festival Il senso del ridicolo di Livorno (che ha debuttato nel settembre 2015), e che dal 2010 dirige il festival di antropologia culturale Dialoghi di Pistoia, anch’esso da lei ideato, sottolinea poi alcune criticità: “In effetti ci sono relatori che si vedono spesso nei festival, edizione dopo edizione. Sono i più famosi, spesso dotati di una forte capacità divulgativa e affabulatoria, e quasi sempre prolifici come autori: ogni anno pubblicano nuovi libri e per sostenerli fanno veri e propri road show. La loro capacità attrattiva è chiaramente molto forte, ma spesso ripetono lo stesso intervento, il che di per sé non è un male, anche perché i festival sono dislocati in luoghi diversi. Da parte mia, io cerco di fare scouting fra autori e studiosi giovani, meno noti e talvolta sconosciuti, e non sono la sola: i festival che hanno conquistato la fiducia del pubblico si possono permettere di proporre nomi meno famosi. In questo senso, credo che ci vorrebbe maggiore coraggio nell’invitare nuove generazioni di relatori per farli conoscere di più. E poi, sì, c’è collaborazione fra i festival: in particolare quando si invitano autori stranieri è abitudine sentirsi, perché ci conosciamo, siamo amici e ci conviene condividere le spese di un biglietto d’aereo di lunga gettata e quindi di alto costo“.

Meno pregiudizi verso un panorama online sempre più variegato

Insomma, le complesse questioni in campo sono numerose, e le problematicità e i dubbi non mancano (per fare un esempio non a caso, non è ancora chiaro l’impatto che avrà l’AI – citata all’inizio – sulla creazione e forse ancor più in relazione alla fruizione dei contenuti culturali).

Al tempo stesso, a partire dagli anni Zero con i blog letterari (personali e collettivi), e poi nei Dieci con la nascita di numerose riviste culturali online (tra cui Le parole e le cose, che ha ospitato molte delle interviste confluite nel volume), in rete per l’approfondimento culturale si sono aperti diversi spazi interessanti, che – pur con alcuni limiti – hanno dato visibilità a nuove generazioni di “firme”.

Senza dimenticare il ruolo delle newsletter e dei podcast, che negli ultimi tempi hanno raggiunto anche in Italia nicchie di pubblico più ampie.

Si tratta di realtà (con approcci e linee editoriali diverse tra loro) che in alcuni casi hanno saputo rappresentare uno stimolo per le testate tradizionali che, ormai da diverso tempo, fortunatamente hanno smesso di guardare a web e social con snobismo.

Restando al presente, e premesso che in Italia le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali, e gli stessi inserti del finesettimana, al netto delle difficoltà del settore continuano a offrire con costanza approfondimenti di livello, attraverso le piattaforme (pur basate su algoritmi sempre più problematici) non si può negare che la comunicazione culturale arrivi a molte più persone rispetto a un tempo (vero, spesso – ma non sempre – con format che puntano alla semplificazione).

Quanto all’avanzata dei creator anche in ambito culturale (un panorama sempre più vasto, che negli anni ha occupato spazi diversi, prima Facebook e l’ex Twitter, poi YouTube e Instagram e dopo ancora TikTok), in grado di raggiungere nuovi pubblici, giovani ma non solo (per altro in buona parte anche in passato lontani dal giornalismo tradizionale), meriterebbe qualche pregiudizio in meno. Anche perché, negli ultimi sei-sette anni l’evoluzione di questo ambito della divulgazione culturale (dai libri al cinema, dall’arte alla musica, dalla filosofia alla scienza), sempre più ramificato, è stata notevole e, come fatto notare da Zanchini, ora uno dei problemi è rappresentato dall’abbondanza dell’offerta, in cui anche per gli addetti ai lavori è complicato districarsi.

Senza dimenticare che non solo il giornalismo e il mondo culturale “tradizionale” sono da diversi anni alle prese con l’impatto della “rivoluzione digitale” e del crescente tempo che gli esseri umani trascorrono davanti allo schermo dello smartphone, ma anche riviste online, creator, community nate sui social, podcaster e divulgatori su YouTube (o via newsletter) condividono la precarietà di “pubblicare” attraverso piattaforme che periodicamente, e in molti casi improvvisamente, rivedono i propri algoritmi e le proprie finalità, spesso con effetti dirompenti.

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