Eleonora Caruso, che torna con il romanzo “Backroom”, su ilLibraio.it ragiona sulla trasformazione di Internet da luogo in cui “la libertà di espressione era ampia in un modo che oggi è difficile perfino ricordare” a vetrina: quando il denaro è entrato nella Rete il web “è diventato progressivamente un ambiente orientato alla produzione di valore, e i social network ne rappresentano la forma più compiuta”. Da queste riflessioni nasce il suo nuovo libro, la storia di un ragazzo cresciuto “in simbiosi con la Rete, amandola come una madre” che arriva, da adulto, a fondare una setta, nella quale si vive come se fossero ancora gli anni ’90…

Quando ho scritto Comunque vada non importa, il mio romanzo d’esordio, l’ho fatto spinta dal bisogno di ritrovarmi in una storia di formazione-bisogno che, in quel momento, la nostra letteratura non appagava. E questo perché nei romanzi italiani non c’era internet.

Era il 2012, e io avevo ventisei anni.

Eleonora Caruso

Eleonora Caruso nella foto di Giuliana Altamura

Quando i social non erano “di moda”

Internet è entrato nel discorso pubblico soltanto con la diffusione massiccia dei social network, ma nel secondo decennio del Duemila aveva già fatto in tempo a formare culturalmente e sentimentalmente la generazione Millennial. Non trovarne traccia nella narrativa per me era incomprensibile.

Da un certo punto di vista, Internet è stato per vent’anni una bizzarra specie di segreto. Il mondo intero si stava rimodellando radicalmente a sua immagine, eppure in pochi lo prendevano sul serio. Ricordo quando, proprio a una presentazione di Comunque vada non importa, qualcuno mi disse che avevo sbagliato a citare i social network, perché la moda sarebbe passata in fretta e il mio libro sarebbe subito diventato obsoleto.

All’epoca trovai la cosa tragicomica. Oggi mi sembra solo tragica.

Un tempo Internet non era uno spazio performativo

Per almeno un decennio, internet è stato come un bar virtuale – quello delle “immense compagnie” di cui cantava Max Pezzali – per una moltitudine di giovani che lì stavano sperimentando nuove forme di relazione. Ma era anche qualcos’altro: una casa sull’albero, un luogo segreto per chi, nella vita offline, non si sentiva del tutto a proprio agio. Non si trattava sempre di marginalità evidente; più spesso era una questione di vulnerabilità sottili, di passioni considerate fuori posto, di identità non riconosciute.

In quello spazio, la libertà di espressione era ampia in un modo che oggi è difficile perfino ricordare. Si costruivano siti rudimentali, spesso kitsch, si decoravano forum con firme sgargianti, si utilizzavano avatar, si adottavano nickname che poi ci si portava dietro per anni, per questo ne avevamo cura. Internet non era uno spazio performativo, ma un luogo in cui si poteva – anzi, in certi casi si doveva! – essere imbarazzanti.

L’anonimato non era un nascondiglio, come credevano alcuni

L’anonimato non era un nascondiglio, come credevano alcuni, ma una protezione dai pericoli, e anche un confine che teneva separate parti di noi che era sensato restassero tali. Ci siamo talmente intossicati con la retorica social della “spontaneità” da essere arrivati a credere che sia normale che famigliari, colleghi, amici, conoscenti, vedano tutti la stessa versione di noi, spiattellata su un profilo. Continuiamo a ripetere che i social sono “performance”, ma come potrebbero non esserlo? Se ci esponessimo in modo sincero e vulnerabile nello stesso modo con tutti, senza graduatorie di intimità, senza uno specifico contesto a definire il ruolo da adottare, impazziremmo. O forse siamo già impazziti.

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È inutile dire che la vita su internet ha avuto un prima e dopo Facebook, eppure ammetto un’opinione impopolare: l’inizio della fine, per me, sono stati i blog.

In Italia, in molti hanno scoperto internet proprio con la “blogosfera”, che non per niente è ricordata collettivamente come una specie di età dell’oro digitale, e in parte è vero. I blog erano luoghi di scambio, confronto, scrittura e soprattutto lettura, e sopperivano anche alla clamorosa mancanza di voci giovani nei media ufficiali. Però è con i blog che la visibilità online ha iniziato a tradursi in vantaggi concreti, economici o professionali.

Tutto diventa content, numero, insight

Il denaro è entrato nella Rete e ne ha modificato la struttura basata sullo scambio libero tra pari. Internet è diventato progressivamente un ambiente orientato alla produzione di valore, e i social network ne rappresentano la forma più compiuta: spazi in cui la presenza individuale tende a essere inevitabilmente connessa a una prospettiva di riconoscimento, e a una profonda frustrazione quando questo non arriva. Nove volte su dieci, quando si apre un profilo social lo si fa con l’implicita aspettativa di ricavarne qualcosa. Tutto diventa content, numero, insight.

Non c’è nulla di male nell’utilizzare internet per far conoscere ciò che si fa, figuriamoci, ed è più che lecito guadagnarci, perché non dovrebbe? Il problema non è questo, ma l’aver stanato e sradicato fino all’ultimo spazio ludico della rete per renderlo monetizzabile. È la gentrificazione, baby.

Abbiamo trattato internet come qualcosa di separato dalla realtà, non rendendoci conto che non solo ne era parte, ma che avrebbe presto creata una nuova, dove il concetto stesso di cos’è “reale” sarebbe diventato obsoleto.

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Backroom nasce da questa idea.

Il protagonista senza nome del romanzo cresce in simbiosi con la Rete, amandola come una madre, eppure arriva, da adulto, a fondare una setta nella quale si vive come se fossero ancora gli anni Novanta, dove la connessione è proibita.

Non perché la realtà sarebbe migliore senza internet, ma il contrario: perché forse ricominciando da capo sapremo creare una realtà migliore, che sia all’altezza di internet.

copertina di Backroom di Eleonora C. Caruso

L’AUTRICE E IL LIBRO – Classe 86′, Eleonora C. Caruso (qui i suoi articoli per ilLibraio.itndr) è nata in provincia di Novara, e attualmente vive a Milano. Ha esordito con Comunque vada non importa (Indiana, 2012), pubblicando poi, con Mondadori, Le ferite originali (2018), diventato un fenomeno del #BookTok nel 2022, Tutto chiuso tranne il cielo (2019) e Doveva essere il nostro momento (2023).

Caruso ha pubblicato anche libri per l’infanzia come Mostro Mio (2021, Marietti Junior), la serie a fumetti Simulacri per Sergio Bonelli Editore (il primo volume è uscito nel 2022) e la graphic novel Sangue per Bao Publishing (2022).

L’autrice, scrive per diverse riviste e firma podcast, ha insegnato alla Scuola Holden di Torino.

Con Backroom la scrittrice abbraccia il tema della nostalgia, raccontando non solo la generazione dei millennials, ma anche lo spirito del tempo, “quello che ci inchioda alla fine delle speranze”. Il protagonista del romanzo ha un’unica missione, ovvero quella di tornare agli anni ’90, prima che il mondo cambiasse, “prima che le cose diventassero irreversibili”. Dopo essere sceso negli abissi della rete come moderatore di contenuti, riemerge con l’intento di salvare la sua generazione e ricostruire il mondo.

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