Tra i generi più amati da lettrici e lettori c’è senza dubbio quello dei libri che parlano di altri libri: biblioteche infinite, manoscritti perduti, scrittori immaginari e opere inventate diventate iconiche… Ma cosa accade quando al centro della storia ci sono autori realmente esistiti e pagine che tutti noi possiamo leggere (tra cui Tristan Egolf, Franz Kafka, Malcolm Lowry, Cesare Pavese e Italo Svevo)? Da Adrien Bosc a Marco Rossari, da Tezer Özlü a Pierre Adrian, ecco un percorso che attraversa reportage, memoir e biografia letteraria per raccontare il legame profondo tra chi scrive, chi legge e chi continua a inseguire le tracce lasciate dai libri del passato…
Ci sono libri che non inventano storie, ma entrano in qualcosa che esiste già. Libri che, in qualche modo, inseguono e ricostruiscono ciò che è stato. Restituendolo, poi, a nuove lettrici e nuovi lettori.
Sulle tracce della Letteratura: un percorso in quattro atti
Se da un lato, negli scorsi anni, sono stati diversi gli autori e le autrici che hanno scritto romanzi attorno a titoli immaginari e inventati per l’occasione (i cosiddetti “pseudobiblia”, che hanno fatto la fortuna anche di Stephen King, H. P. Lovecraft, Roberto Bolaño e Mohamed Mbougar Sarr), da quello opposto, è interessante scoprire come la Letteratura contemporanea si nutra costantemente del suo passato e, di conseguenza, scrittori e scrittrici abbiano fatto proprio di quella ricerca tra le opere e le vite passate nuovi libri, nuove pagine appassionanti.
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Alla scoperta di uno scrittore dimenticato
Parlando di indagine, è stato pubblicato nei mesi scorsi (da parte di Guanda, con la traduzione di Laura Bosio) L’invenzione di Tristan dello scrittore francese Adrien Bosc. Il libro – che unisce tutta una parte documentale e di testimonianza molto precisa a una esplicitamente romanzata – ripercorre le vicende di due uomini.
Il primo si chiama Zachary Crane, è un giornalista americano (collabora con il New Yorker) che ora vive a Parigi, in crisi con la fidanzata. Il secondo è Tristan Egolf, scrittore a sua volta statunitense (nato nel 1971 e morto a soli 33 anni nel 2005, suicida) che ha trovato fortuna in Francia e poi è stato dimenticato.
Bosc costruisce una narrazione che alterna i piani temporali e gli stili. La cronaca della ricerca di Crane, il suo approccio – completamente casuale – a Egolf e la ricostruzione di una vita che sì, era stata già raccontata, eppure ha ancora qualcosa da dire… Perché Egolf è stata una figura complessa, dalla vita irregolare, che solo dopo molto tempo è riuscito a pubblicare il suo primo romanzo, Le Seigneur des porcheries, e ottenere un grande successo.

Ma come spesso accade, dopo una lunga salita, la discesa è ben più veloce e i romanzi successivi non trovano lo stesso riscontro positivo… Bosc entra delicatamente, ma anche con chiarezza, negli ostacoli alla felicità di quello che a tratti sembra essere solo un ragazzo con il bisogno di raccontare ciò che ha in testa, parla (attraverso il personaggio di Crane) con chi lo ha conosciuto e svela ai già lettori di Egolf e a quelli futuri come sia stato un incontro fortuito a portare lo statunitense, che all’epoca suonava sui ponti di Parigi, alla porta di Patrick Modiano, Premio Nobel per la Letteratura, e negli uffici della casa editrice Gallimard.
Dopo poco meno di duecento pagine sembra quasi di conoscere Egolf, anzi Tristan, e, con lui quel mondo tormentato. Verrebbe voglia anche di leggerlo, di prendere tra le mani Il signore della fattoria (in Italia edito da Frassinelli) ma, come ad aumentare l’aura leggendaria, il libro è da tempo fuori catalogo…

Quando amore, lavoro e finzione si incontrano
Presente invece nelle librerie italiane è Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, “Divina Commedia ubriaca”, Bibbia alcolica, com’è stato definito, che Feltrinelli ha ripubblicato nel 2018 con la traduzione di Marco Rossari… E proprio lo scrittore e traduttore milanese ha preso la sua personale esperienza con questo complesso e profondo romanzo e ne ha tratto, a sua volta, una storia: L’ombra del vulcano (Einaudi).

Leggere un libro significa sempre, in qualche modo, entrare in contatto con chi l’ha scritto, con chi – in certi casi – ha vissuto quelle vicende. E significa anche entrare in contatto con qualcosa che chi legge ha dentro di sé, che riemerge proprio a causa di questa o di quell’opera. Ma tradurlo? Sviscerare parola dopo parola un testo, quel testo, cosa significa?
La risposta, almeno in parte, si trova proprio tra le righe del romanzo di Rossari (che è stato proposto da Claudia Durastanti al Premio Strega) in cui questa “fatica” si associa e accosta alla crisi amorosa che vive il nostro protagonista.
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Durante i mesi estivi, torridi e alcolici, Milano e il Messico raccontato da Lowry sembrano annullare le distanze, e il traduttore, accompagnato metaforicamente dal Console lowriano, recuperare ricordi in parte perduti, episodi ora agrodolci, tra viaggi per il mondo, notti di sesso e bevute, e molta nostalgia.
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Leggere, dunque, questa coppia di romanzi significa penetrare tra le maglie della narrazione e della traduzione, sfiorando la metaletteratura: rendere reale un personaggio che è unico, quel Console ormai alla fine dei suoi giorni, e, allo stesso tempo, sentire la Letteratura come un’esperienza fisica.

L’edizione del 2020, all’interno dell’Universale Feltrinelli
Letteratura come formazione e dialogo
Certamente fisico e corporeo, Viaggio al termine della vita (pubblicata da Crocetti nel 2025, con la traduzione di Giulia Ansaldo), invece, riesce a essere ancora più intimo. Perché la scrittrice turca Tezer Özlü (1943 – 1986) non solo racconta di sé, ma di tre grandi nomi della letteratura – Cesare Pavese, Franz Kafka e Italo Svevo – che, per dirla con le sue stesse parole, “hanno fatto di me la persona che sono”.
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E quindi sì, questo “viaggio sulle tracce delle tombe dei miei scrittori” non è propriamente un libro che parla di libri veri, non è nemmeno un’inchiesta giornalistica. Ma è il diario estremamente poetico di una donna dalla vita breve e tormentata, tra Berlino, Praga, Vienna, Trieste, Torino e Santo Stefano Belbo.

Ed è leggendo dei ricordi di Tezer Özlü, dei luoghi visitati, delle persone incontrate che viene meno la distanza tra l’esistenza reale e le parole di Svevo, Kafka e, soprattutto, i versi di Pavese, che permeano la narrazione tanto quanto i pensieri stessi dell’autrice. Travalicano le pagine da cui provengono e si depositano su quelle che leggiamo noi ora, testimonianza scritta una prima volta nel 1983 e poi riscritta nel 1984, due anni prima della morte di Özlü, per un tumore, a soli 43 anni.
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Nel solco di un amico lontano
Come un cerchio che si chiude, arriviamo a parlare di un libro che ha al suo centro un solo autore, punto di contatto però con la precedente storia, Cesare Pavese. Nel 2025, infatti, Atlantide (nella traduzione di Maria Sole Iommi) ha pubblicato “l’indagine umana e letteraria” di Pierre Adrian tra le strade di Torino e, in particolare, intorno a quell’Hotel Roma, che dà il titolo all’opera e custodisce le ultime ore dell’intellettuale nato nelle Langhe.

Scrittore sulle tracce di un altro scrittore – quello “dei miei trent’anni senza dubbio perché non cercavo più un maestro ma solo un amico che mi tenesse compagnia” – Adrian descrive un viaggio che è prima mentale e poi fisico. All’interno del quale omaggia e insegue la figura, il fantasma, del poeta italiano.
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Hotel Roma, infatti, si colloca a metà tra il memoir e il reportage, e con i suoi capitoli e le sue tappe si trasforma in un malinconico atlante di quella che è stata la breve esistenza di Pavese: Torino ne è il punto di arrivo e di partenza, un luogo sospeso nel tempo, in parte concreto e visitato, in parte immaginato e “sognato”.
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E in tutto ciò Pavese stesso assume un duplice ruolo, è tanto guida quanto amico: “Pavese diventava come quell’amico dalle sentenze implacabili che non si deve frequentare troppo per paura che il suo stato ci contamini. Quello che si stima ma al quale si esita a rispondere quando chiama. Se l’avessi conosciuto, – scrive Pierre Adrian – certi giorni avrei cambiato marciapiede intravedendo la sua figura in una strada di Torino. È l’amico che ci rende coraggiosi e vili, belli e brutti. Tutto eccetto un maestro. Un compagno lucido, a cui ci rimprovereremo un giorno di non aver risposto”.
Non può non colpire questo rapporto impossibile tra i due uomini, fatto di distanza, identificazione e dialogo immaginato: un legame che dice molto anche del modo in cui certi scrittori finiscono per accompagnarci lungo una vita intera.
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