Chiunque abbia a che fare con i gatti sa che ognuno di essi è unico: affettuoso o indipendente, vivace o tranquillo, agile o dormiglione. Anche per questo scrittori e scrittrici di ogni epoca si sono divertiti a renderli dei veri e propri personaggi letterari con le proprie caratteristiche e personalità. Da Behemoth di “Il maestro e Margherita” a Grattastinchi di “Harry Potter”, passando per il Gatto del Cheshire di “Alice nel Paese delle meraviglie” e “La gatta” di Colette, ecco un viaggio tra i gatti più famosi della letteratura, tra epoche e generi differenti…
Con il loro pelo morbido, gli occhioni intelligenti e i movimenti eleganti, i gatti sono tra gli animali che più affascinano noi esseri umani. Nel corso della vita, impariamo a conoscerli in tutte le loro sfumature: come compagni di vita affettuosi, amanti dei sonnellini nei luoghi più improbabili delle nostre case (nessuna scatola è al sicuro con loro!), o, viceversa, come creature libere, sfuggenti e curiose, vagabonde e senza padroni.
Ogni gatto è unico, con la sua personalità e le sue abitudini. Anche per questo, forse, scrittori e scrittrici di ogni epoca si sono divertiti a renderli dei veri e propri personaggi letterari, ognuno con le proprie caratteristiche peculiari. Gatti parlanti, felini antropomorfi, oppure semplici animali domestici con un posto speciale all’interno della trama: sono molti i casi di libri con gatti come protagonisti.
Tra i casi più iconici e antichi c’è sicuramente il gatto con gli stivali, che fece la sua prima apparizione letteraria nel XVI secolo grazie a Giovanni Francesco Straparola (1480 – 1557), il quale diede per primo forma scritta alla sua figura fiabesca, notevolmente ripresa e modificata nei secoli successivi – tra gli altri, anche dallo scrittore francese Charles Perrault (1628 – 1703).
Sono numerosi anche i libri scritti da autori e autrici noti per aver dichiarato il loro affetto verso questi animali: per fare solo qualche esempio pensiamo a Charles Bukowski (1920 – 1994) che nella raccolta Sui gatti (Guanda, traduzione di Simona Viciani) dedica loro poesie e versi, oppure a Doris Lessing (1919 – 2013) che in Gatti molto speciali racconta il ruolo centrale di questi animali nella sua vita, fin dai primi anni dell’infanzia.
In questo articolo sui gatti più famosi della letteratura, però, non parleremo semplicemente di libri sui gatti: viaggiando tra le epoche e i generi, parleremo invece di tutti quelle storie che hanno un felino tra i loro personaggi più importanti e indimenticabili.
Behemoth in Il maestro e Margherita

Chi ha letto Il maestro e Margherita, romanzo di Michail Bulgakov pubblicato tra il 1966 e il 1967, sa bene che tra gli strambi personaggi al seguito di Satana, giunto a portare scompiglio nella Mosca degli anni ’30, c’è il gatto Behemoth, il cui nome rimanda alla creatura biblica citata nel Libro di Giobbe. Il suo aspetto è quello di un enorme gatto nero in grado di parlare, camminare sulle zampe posteriori e cambiare le sue apparenze. Le sue battute e i suoi modi sarcastici lo hanno reso tra i personaggi più memorabili del romanzo, spesso immortalato sulla copertina delle diverse edizioni del libro.
Bulgakov (nella traduzione di Margherita Crepax) lo presenta così: “E con loro si vedeva una terza figura, comparsa non si sapeva da dove: un gatto immenso, grande come un verro castrato, nero come la fuliggine, o come le piume di un corvo, e con temerari baffi da cavalleggero. Il tiro a tre imboccò il Patriaršij, il gatto camminava sulle zampe posteriori”. Behemoth si distingue da tutti i suoi colleghi felini della letteratura per via del suo amore per la vodka, gli scacchi e le pistole.
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Il gatto Zorba in Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare

Lo scrittore di origine cilena Luis Sepúlveda (1949 – 2020) autore, tra gli altri, di Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (Guanda, traduzione di Ilide Carmignani) ha reso spesso i gatti protagonisti dei suoi romanzi. Il caso più noto è certamente Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (Salani, traduzione di Ilide Carmignani), racconto dell’amicizia tra il gatto Zorba e Fortunata, affidata alle sue cure quando era solo un uovo. Prima che morisse, Zorba ha promesso alla madre della gabbianella di insegnarle a volare – un’impresa molto difficile per un gatto, che con ali, cielo e correnti, non ha nulla a che vedere. Nonostante le difficili premesse, Zorba non si perde d’animo, e assieme al suo folto gruppo di amici gatti (Colonnello, Segretario, Diderot, Bubulina e tanti altri) farà di tutto per tenere fede al giuramento, aiutando la piccola Fortunata a spiccare il volo, letteralmente e metaforicamente.
Anche in Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico (Guanda, traduzione di Ilide Carmignani) Sepúlveda racconta di un’amicizia al di là delle differenze: quella tra il vecchio gatto Mix e un topolino nascosto nell’appartamento in cui vive.
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Il Gatto del Cheshire in Alice nel paese delle meraviglie

Il Gatto del Cheshire nell’illustrazione di John Tenniel per l’edizione originale di Alice nel paese delle meraviglie (1865)
L’autore di Alice nel paese delle meraviglie ha probabilmente tratto la sua ispirazione per il personaggio del Gatto del Cheshire (noto anche come Stregatto nell’adattamento cinematografico disneyano del 1951) da alcune leggende del folklore anglosassone, che parlavano di gatti invisibili che si aggiravano per le campagne inglesi. Il personaggio richiama la contea di Cheshire, da cui Lewis Carroll (1832 – 1898) proveniva, ma l’origine del suo nome è tuttora incerta.
Questo gatto pasciuto si presenta ad Alice nel capitolo VI, mostrando fin da subito il suo ampio e iconico ghigno, mentre dalle battute che scambia poco dopo con la giovane protagonista possiamo notare la sua arguzia e la sua stramba saggezza. Altre caratteristiche distintive del Gatto del Cheshire sono la voce profonda e la capacità di scomparire e riapparire a proprio piacimento.
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Grattastinchi in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Il gatto Grattastinchi ed Hermione Granger (interpretata da Emma Watson) sul set del film di Harry Potter e Il prigioniero di Azkaban
Rimaniamo nelle atmosfere fantastiche, ma cambiamo decisamente epoca con il personaggio di Grattastinchi, apparso per la prima volta in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (Salani, traduzione di Stefano Bartezzaghi e Beatrice Masini), terzo capitolo della serie di J.K. Rowling dove il gatto gioca un ruolo più centrale. Grattastinchi (Crookshanks nella versione originale) è un gatto fulvo e un po’ malandato che nessuno vuole adottare, e che Hermione decide di prendere come animale da compagnia a Hogwarts.
Spelacchiato, con il muso schiacciato e le gambe storte, Grattastinchi non è sicuramente il gatto più adorabile della letteratura, ma certamente è quello con più intuito. Infatti, nel corso del libro, il grosso felino sembra avere una particolare antipatia nei confronti di Crosta, il topo di Ron, a cui dà spesso e volentieri la caccia. Il suo comportamento (se vogliamo, assolutamente normale per un gatto) diventa ancora più chiaro quando scopriamo che Crosta è in realtà Peter Minus, il responsabile della morte dei genitori di Harry, rimasto in forma di topo per dodici anni con l’obiettivo di far perdere le sue tracce. L’empatia di Grattastinchi lo porta invece a preferire la compagnia di Felpato, ovvero Sirius Black, padrino di Harry trasformato in cane, di cui il gatto diventa alleato fondamentale nel corso del libro.
La gatta di Colette

Tra i gatti più famosi della letteratura classica c’è sicuramente La gatta di Colette (1873 – 1954), al centro del racconto breve pubblicato nel 1933. La protagonista del libro, la bellissima certosina Saha, si accompagna a due personaggi umani: Alain, figlio pigro e viziato di una ricca famiglia borghese, e Camille, giovane moderna ed esuberante, appassionata di auto e di velocità, oltre che novella sposa di Alain.
La gatta Saha, “azzurra come i sogni più belli“, “di pura razza, piccola e perfetta”, è elegante e discreta: l’esatto contrario della vitale e indipendente Camille, verso cui Alain prova un fastidio sempre più intollerabile man mano che è costretto a vivere con lei, lontano dall’amato felino. Anche la gatta lentamente deperisce per via dell’assenza del padrone, spingendo Alain alla decisione di portarla con sé nella nuova casa. Ma quale sarà la reazione della sposa alla nuova arrivata?
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Princess Donut nella serie di Dungeon Crawler Carl

Torniamo ai giorni nostri con Dungeon Crawler Carl dello scrittore statunitense Matt Dinniman (Mercurio Books, traduzione di Federico Nejrotti), primo libro di una serie di 7 romanzi appartenenti al genere della LitRPG (genere che combina il mondo dei giochi di ruolo con il romanzo), in corso di pubblicazione in Italia per la casa editrice Mercurio.
Il protagonista di questa pazza avventura è Carl, ex guardia costiera costretta a partecipare a un gameshow intergalattico dopo che un attacco alieno ha raso al suolo la Terra, trasformandola in un immenso labirinto sotterraneo. Accanto a lui c’è Princess Donut, la superba gatta persiana che apparteneva alla sua ex, che per l’occasione ha anche acquisito la capacità di parlare, e, soprattutto, di lamentarsi. Vanitosa, pungente, ma pronta a tutto per raggiungere i suoi scopi, Princess Donut diventa una perfetta compagna di squadra per Carl nel lungo e periglioso cammino che li separa dall’uscita del dungeon, pieno di nemici da sconfiggere.
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Il gatto Senza nome in Io sono un gatto

Parlando ancora di letteratura classica e di protagonisti felini, non possiamo dimenticare Io sono un gatto (BEAT, traduzione di Antonietta Pastore) di Natsume Sōseki (1867 – 1916), uno dei più importanti scrittori del Giappone moderno. Se è vero che i gatti sono animali particolarmente presenti nella letteratura giapponese dei giorni nostri, nel caso di Sōseki ci troviamo nell’era Meiji, cioè tra il 1868 e il 1912. In particolare, Io sono un gatto risale al 1905 e segue i passi di un gatto grigio e giallo a cui non viene mai dato un nome.
Gli occhi e le orecchie (appuntite) di “Senza nome” carpiscono avidamente ogni notizia e informazione che passa per la casa del suo padrone, un professore di inglese con ambizioni da poeta, che ospita nella sua abitazione una serie di personaggi insoliti e caricaturali, capaci di evidenziare le trasformazioni del Giappone di fine ‘800. Senza nome, narratore in prima persona della storia, è un gatto colto e curioso, con un grande spirito di osservazione e un’attitudine da filosofo. A lui si deve questa arguta massima: “Gli umani, per quanto forti, non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l’ora dei gatti“.
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Il gatto (e la volpe) in Le avventure di Pinocchio

E continuiamo questa panoramica sui gatti più famosi della letteratura con il felino appartenente al duo “Il Gatto e la Volpe“, reso celebre da Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (1826 – 1890), oltre che dall’omonima canzone di Edoardo Bennato. Dopo la serie di gatti buffi, coraggiosi o intelligenti su cui ci siamo soffermati, giungiamo a un caso molto diverso, dove l’animale è associato all’opportunismo e alla vigliaccheria. La dinamica tra il Gatto e la Volpe vede il primo fare da spalla alla seconda, vera mente dietro agli inganni da loro perpetrati. Dopo essersi finti a lungo invalidi – il Gatto cieco, la Volpe zoppa – i due cercano in tutti i modi di portare Pinocchio su una cattiva strada e di derubarlo di tutti i suoi averi. Solo alla fine del romanzo, la loro sorte si capovolge, mostrandoci i due furfanti ridotti a mendicanti.
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Il gatto Alfie dei libri di Rachel Wells

Concludiamo con una nota decisamente più positiva presentando il personaggio di Alfie, protagonista di Il gatto che aggiustava i cuori (Garzanti, traduzione di Elisabetta Valdré) e dei successivi romanzi scritti dall’autrice inglese Rachel Wells, grande amante dei gatti che ha deciso di renderli centrali all’interno dei suoi testi. Dopo aver perso la casa in cui è cresciuto, Alfie si ritrova a vagare per le strade di Londra fino a trovare rifugio in una tranquilla via residenziale. Qui, con l’istinto e la curiosità che contraddistinguono ogni gatto, conquista poco alla volta gli abitanti del quartiere, entrando silenziosamente nelle loro vite. Ma Alfie non è un semplice animale domestico: è capace di cogliere le fragilità, le solitudini e i desideri nascosti delle persone. La dimostrazione di come un gatto possa cambiare la vita, e soprattutto il cuore, di chi gli apre la porta di casa.
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