Quando si gioca alla lista dei più grandi scrittori italiani viventi, Michele Mari e Walter Siti non mancano mai. Entrambi gli autori, pur nella loro diversità, sono considerati due nomi che resteranno nel canone letterario italiano per i prossimi decenni. Ecco perché Carlo Mazza Galanti ha deciso di intervistarli e di riportare le loro risposte nel libro “Scuola di demoni”, un saggio in cui vengono affrontate diverse questioni (formazione, temi, linguaggio, critica), tra cui, soprattutto, il loro modo di intendere la letteratura…

Quando si gioca alla lista dei più importanti scrittori italiani contemporanei, Michele Mari e Walter Siti non mancano mai. Anzi, i due autori sono spesso ricordati insieme, uno accanto all’altro, come comodi poli opposti di due tendenze o tensioni letterarie: a Siti il realismo, a Mari il fantastico.

La carriera letteraria del primo inizia nel 1994 con il romanzo Scuola di nudo (Rizzoli), a cui seguono nel corso di vent’anni diversi libri, tra cui Resistere non serve a niente (Rizzoli), con il quale nel 2013 Siti vince il Premio Strega. Nelle sue opere lo scrittore vuole rappresentare la realtà in tutti i suoi aspetti, analizzando in che modo l’uomo riesca a sopravvivere alle dinamiche della società contemporanea e di un presente “cupo e impietoso”.

Dall’altra parte Michele Mari, che esordisce nel 1989 con Di bestia in bestia (Einaudi) e che da allora pubblica circa un libro ogni due o tre anni, spaziando tra romanzi, raccolte di racconti e poesia. La sua è una letteratura che risente di autori “come Gadda, Landolfi, Manganelli, Bufalino” e che, invece di raffigurare la realtà, in un certo senso, cerca di distaccarsene: Mari veste i panni “dell’artista anacronistico, isolato ed estraneo alle insorgenze della modernità”.

Entrambi gli autori, pur nella loro diversità, sono considerati nomi che resteranno nel canone letterario italiano per i prossimi decenni, rappresentando due delle maggiori voci di un genere che ha goduto di grande successo negli ultimi anni: l’autofiction. Ecco perché Carlo Mazza Galanti ha deciso di intervistarli e di tracciare i loro ritratti nel volume Scuola di demoni (minimum fax).

scuola di demoni

Si inizia con domande relative alla loro formazione (“Quando sei diventato scrittore? Ma al liceo scrivevi? Quali sono i tuoi maestri di riferimento?”), si passa poi a questioni estetiche (“se la storia non è sensata e razionale, se la storia non è garantita, su cosa si basa allora la decisione che un libro è bello?”), a discorsi sul futuro della letteratura e sul ruolo dello scrittore che, secondo Mari, adesso si presenta come una sorta di performer: “Deve essere simpatico, deve essere un mezzo delinquente, deve essere spiritoso. Quando vedo questa trasformazione dell’autore in istrione mi dà molto fastidio […]. A me danno fastidio le riprese, le dirette streaming, il fatto che ogni volta che vado a fare un intervento ci sia sempre qualcuno con una telecamera o anche solo un telefonino. Il fatto che ogni volta mi dicano che mi posso andare a rivedere o risentire al tale link, nel tale podcast: magari sono spettinato, ho una brutta camicia, magari mi impappino, mi dà fastidio il fatto di essere sempre registrato. Mi dà fastidio soprattutto che tutto ciò resti completamente al di là del mio controllo, anzi semplicemente che «resti»“.

Invece Siti si esprime sul valore della letteratura e sul rapporto con le tendenze commerciali: “È come se a un certo punto si fosse dato per scontato che la letteratura o è un genere di intrattenimento, e quindi come tale va trattato, oppure è un genere di impegno sociale, per cui un libro contro la mafia va benissimo, un romanzo sui migranti è perfetto. Anche quello che adesso passa molte volte sotto il nome di impegno si può intendere come puro intrattenimento: si dà alla gente qualcosa che può leggere per due ore sentendosi migliore alla fine della lettura. È come se avessero tutti in qualche modo svalutato la letteratura. Ho l’impressione che pensando alla letteratura noi avessimo in mente qualcosa di grande, che ti fa scoprire ciò che non sai di sapere o che nascondi anche a te stesso; adesso è sempre più difficile per i giovani pensare alla letteratura come qualcosa di grande, legato alla densità e alla potenza della forma”. 

Nel libro si parla anche di temi, di generi, di case editrici, di successo di critica e pubblico, di scelte stilistiche e di linguaggio.

Nell’introduzione Galanti spiega che Scuola di demoni è un mash-up tra il titolo del romanzo d’esordio di Walter Siti e della principale silloge di saggi critici di Michele Mari. “Lasciar parlare questi due autori, articolare le loro riflessioni intorno al fare letteratura, al mondo letterario e al pubblico dei lettori, significa – nelle mie intenzioni – fornire una tara e una misura di cosa possa significare ancora oggi essere un romanziere, uno scrittore e un artista credibile, animato dalle motivazioni che fanno dell’arte un destino, una necessità, e non un semplice intrattenimento funzionale alla ricerca di soddisfazioni a breve termine o un viatico per altre mete”.

L’obiettivo di questo saggio è quello di affrontare questioni relative al mestiere della scrittura, allo stato delle lettere e al nostro presente. Con le loro risposte, Mari e Siti mostrano quanto siano uniti in una magnanima ossessione, nella fiducia ostinata in una letteratura che ci dice, attraverso “la densità e la potenza della forma”, e anche quando non vogliamo sentirlo, quello che siamo. Materia e sogni, realtà, vanità e fantasmi.

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