La 48esima edizione dell’Efebo d’Oro Film Festival di Palermo dedica un omaggio cinematografico a Ingeborg Bachmann (1926-1973), in occasione del centenario della nascita della grande autrice, “un enigma e un miracolo, di genio e di dolore”. In particolare, spazio al nuovo documentario della regista tedesca Regina Schilling, “Ingeborg Bachmann – Jemand, der einmal ich war”, con protagonista la candidata al Premio Oscar Sandra Hüller. Per l’occasione, con Ilaria Gaspari, un viaggio tra i film dedicati alla scrittrice e poetessa: da “Tre sentieri per il lago” (1976), dell’allora poco più che trentenne Michael Haneke, a “Malina”, portato sullo schermo da Werner Schroeter nel 1991, passando per “Die Geträumten” di Ruth Beckermann (2016)
In uno dei racconti che compongono la raccolta Tre sentieri per il lago, la protagonista, Elisabeth, è una fotografa, una fotoreporter famosa: ha occhi che sanno vedere per mostrare ad altri, anche la guerra, anche la violenza, anche l’indicibile. Nel racconto torna per una breve vacanza nella casa del padre vedovo, in una terra di boschi, di fiumi e di laghi, posata proprio sul confine fra tre lingue e tre paesi, Austria, Italia, Slovenia.
Proprio come Klagenfurt, la piccola città della Carinzia dov’è nata Ingeborg Bachmann. Il padre l’aspetta alla stazione, con la lieve ansia affettuosa di non vederla scendere dal treno: ma è impossibile, la stazione è minuscola e i binari sono solo due.
Uno è quello da cui si parte, da cui tante volte è partita; l’altro, quello a cui ferma il treno del ritorno, che la riporta a casa e ai fantasmi di un passato rimasto inesaudito. Amori interrotti, come i sentieri che dovrebbero portare, se solo ci si potesse fidare della topografia, al lago in cui nuotava da bambina. E che rimane sullo sfondo, promessa impossibile da mantenere, un grembo accogliente e irraggiungibile perché i sentieri si perdono, perché anche chi ha fatto del guardare il proprio mestiere può smarrire la strada nel bosco, non vederla. E neppure la donna che giorno dopo giorno ferma gli istanti per imprimerli sulla pellicola può riportare indietro il tempo, le occasioni perdute, gli appuntamenti mancati.

Ingeborg Bachmann (foto di GettyEditorial)
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In un altro racconto della stessa raccolta, Occhi felici, Miranda porta un nome parlante, si lascia vedere meglio di quanto non veda lei: che infatti è molto miope e ostinatamente rifiuta di mettersi gli occhiali. E nel rifiuto si schiude una possibilità fuggevole di esperienza collaterale. Come riescono, gli altri, si chiede Miranda, a vedere chiaro, a vedere troppo, e non sentirsene sopraffatti? Vedere meno è per lei una via per proteggersi e, insieme, per prevenire l’ottundimento di sensi che sarebbero altrimenti schiacciati dal primato prepotente della vista.
A questo gioco fra vedere e non vedere come scelta consapevole, dal peso quasi etico, che come un filo nascosto si tende attraverso tanti dei lavori di Ingeborg Bachmann, pensavo qualche giorno fa, vedendo in anteprima il documentario di Regina Schilling che sarà in sala dal 15 novembre, distribuito da Navona Films in collaborazione con Dugong Films e FlickMates. Ci pensavo, e mentre guardavo, rimpiangendo un poco di aver dimenticato, come avrebbe fatto Miranda, gli occhiali a casa, sentivo montare una commozione difficile da mettere in parole.
Il documentario è il lavoro di una regista che è anche un’appassionata lettrice di Bachmann: la cosa è evidente in ogni singolo fotogramma, e pure nell’intuizione di ingaggiare una grande attrice, Sandra Hüller, a sua volta lettrice appassionata delle opere della donna la cui immagine si alterna sullo schermo alla sua.
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Sandra Hüller non interpreta Bachmann; non la imita, e nemmeno la mette in scena. Si potrebbe dire forse che la evoca. Indossa una parrucca, la vediamo in una delle sequenze iniziali con l’aiuto di una truccatrice applicarla con cura sopra i suoi capelli. Ma la trasformazione, così esplicita, non camuffa, non finge. Più che una metamorfosi è un raddoppiamento. Lei fuma, batte a macchina, come Bachmann in una famosa serie di fotografie; guida una vecchia Alfa Romeo per le strade di Roma. Si dipinge le labbra, e intanto risuonano le parole scritte da Ingeborg Bachmann. Un po’ come accadeva in un film di delicatezza incantevole del 2016, Die Geträumten, di Ruth Beckermann, in cui Anja Plaschg e Laurence Rupp, due attori di una giovinezza di per sé commovente nella vaga somiglianza con Bachmann e Paul Celan nelle fotografie dei primi anni Cinquanta, si ritrovavano in una sala di registrazione a leggere l’epistolario dell’amore fra i due, e nel film non suonava altri dialoghi che quelli delle lettere e i minuscoli scambi scherzosi fra lei e lui, che nelle pause fumano una sigaretta sulle scale esterne, scherzano, vivono, esistono.

La locandina del film Ingeborg Bachmann – Qui non c’è nessuna donna, diretto da Regina Schilling e nelle sale dal 15 novembre
Nel documentario di Regina Schilling le parole di Bachmann scorrono come un fiume, un lungo monologo, eppure la presenza così forte, così densa, di Sandra Hüller, sdoppia la solitudine della scrittrice che riemerge per frammenti in filmati d’archivio. E, se non nega la forza dell’isolamento che fa di Ingeborg Bachmann un enigma e un miracolo, di genio e di dolore, ci racconta dello spiraglio che il suo sguardo apre, a chi la cerca, a chi prova a trovarla.
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In effetti Sandra Hüller pare cercarla; e trovarla in minuscole sequenze in cui sembra sprigionarsi un incantesimo, non necessariamente benevolo, di certo ipnotico, dall’identità dei luoghi. La Roma che lei percorre oggi è la Roma in cui Ingeborg Bachmann ha vissuto, visto, ascoltato. È la Roma che compariva nell’intervista di Gerda Haller, girata nell’ultima estate della scrittrice, a giugno del 1973, prima che il rogo innescato da una sigaretta la uccidesse prematuramente nei primi giorni d’autunno. La casa in cui l’attrice si muove è la casa, ricostruita meticolosamente a partire dalle fotografie, dove Bachmann visse ai Parioli, in via De Notaris, durante il suo amore con Max Fritsch. E qualcosa di indescrivibilmente potente succede quando le due immagini si sovrappongono, quando le parole le attraversano.
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In fondo, lo sguardo e la parola si corrispondono nel gioco tessuto dalla narrativa e dalla lirica di Bachmann, in immagini precisissime che riescono a condensare il significato andando oltre la convenzione stantia che ottunde il contatto con la cosa detta, con l’emozione evocata anche dal suono, anche dalla suggestione, anche per barbagli di epifanie minuscole.
Come per la Elisabeth di Tre sentieri per il lago, per la Miranda di Occhi felici, impigliate, non a caso, in complicate ragnatele di incomprensioni, lo sguardo si pone non come un dato di fatto ma come una scelta da ponderare, una scelta dal peso quasi etico: lo sguardo può – potrebbe – essere l’apertura, il pertugio da cui passa la possibilità dell’esperienza. Solo che la condizione di questa possibilità passa per la soggettività più estrema, per l’imperfezione miope che Miranda sceglie, per esempio, e che comunque tradisce meno l’oggetto della sua attenzione di quanto non faccia l’abitudine conformista, l’assuefazione che appanna e impigrisce i sensi.
In questa ricerca di frasi vere, di vere immagini, la conciliazione con il mondo è però difficile, se non impossibile: lo provano le solitudini pietrose in cui sono imprigionate le protagoniste della narrativa di Bachmann, anche quelle del ciclo di romanzi, Todesarten (Modi di morire) di cui fa parte l’unico portato a compimento, Malina. Una solitudine inevitabile, a tratti disperata, a tratti incredibilmente ironica. Che si condensa attorno alla possibilità vertiginosa del dire e del vedere: per questo, credo, è così interessante la relazione fra le parole di Bachmann e lo sguardo del cinema che si è cimentato nel tradurre in immagini la sospensione e l’eccentricità della sua prospettiva, la violenza compressa, gli slanci impossibili della tenerezza che impigliano le sue protagoniste in trappole di angoscia mortale.
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Un’immagine dal film Ingeborg Bachmann – Qui non c’è nessuna donna
Tre sentieri per il lago, la storia di Elisabeth Matrei e del viaggio simbolico che la porta a perdersi nella topografia dell’infanzia perduta e di una prima giovinezza tradita, è stato trasposto in immagini da Michael Haneke, allora poco più che trentenne, nel 1976, in un film – girato per la televisione – di grigi e di bruni, di scricchiolii e di silenzi, che parla la lingua di una malinconia trattenuta in cui le parole non dette rendono il passato opprimente fino all’asfissia. Tanto che un film che comincia come un racconto intimo, quasi accogliente, quasi commosso, si carica di una tensione che prefigura la futura poetica del regista, la sua esplorazione impietosa dei meccanismi dell’ipocrisia e della crudeltà che ha dato forma ai suoi lavori più famosi, come Il nastro bianco o Funny Games. E lo stesso senso di oppressione ritorna, in una forma più aguzza e allucinata, in Malina, portato sullo schermo da Werner Schroeter nel 1991.
In questo caso la sceneggiatura è di un’altra grande scrittrice austriaca, Elfriede Jelinek, scritta insieme a Patricia Moraz con la collaborazione del regista. La protagonista, l’io narrante senza nome, che impiglia la sua disperata lucidità di sguardo in un triangolo amoroso che la costringe via via fra le spire di un gioco sempre più distorto di sopraffazione e incomprensione, sospeso fra crudo realismo e l’ombra di un delirio psichedelico, ha la perfetta compostezza stravolta di Isabelle Huppert, ed è un personaggio indimenticabile fin nel sacrificio finale, la sparizione misteriosa cui la costringe la violenza subdola e invisibile del mondo degli uomini, rapporto di potere che la schiaccia e l’annienta, le impedisce il respiro che cercava fra i due amanti sfuggenti, indifferenti alla sua sparizione. Qui non c’è nessuna donna, è la frase spietata con cui la scomparsa dell’io amante e narrante di Malina viene negata, al telefono, come se non fosse successo nulla. E invece è successa la tragedia.
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Qui non c’è nessuna donna è anche il titolo italiano del documentario di Regina Schilling, in cui la donna, la scrittrice, c’è eccome, e riempie lo schermo, raddoppiata fra le immagini di repertorio e la presenza magnetica di Sandra Hüller, che sembra aprirsi a un’evocazione lontanissima dall’imitazione, un richiamo di sguardi e parole.

L’OMAGGIO ALLA RASSEGNA DI PALERMO – A Palermo, fino al 15 novembre, in programma l’Efebo d’Oro Film Festival, alla 48esima edizione, in collaborazione con il Forum Austriaco di Cultura di Roma dedica un omaggio cinematografico a Ingeborg Bachmann (1926-1973), in occasione del centenario della nascita. Ai Cantieri Culturali alla Zisa saranno proiettati i film di Haneke, Schroeter, Beckermann e Schilling. In particolare, ci sarà spazio per il documentario della regista tedesca Regina Schilling, Ingeborg Bachmann – Jemand, der einmal ich war (2026), con protagonista la candidata al Premio Oscar Sandra Hüller, proiettato in anteprima siciliana dopo la presentazione al Filmfest München e alla Festa del Cinema di Roma.
L’AUTRICE – Ilaria Gaspari, scrittrice, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Dal 2015 collaboratrice di ilLibraio.it, scrive per diverse testate e collabora con radio, tv e scuole di scrittura. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), Lezioni di felicità – Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi) e, sempre con Einaudi, Vita segreta delle emozioni. Nel 2022 per Giulio Perrone Editore è uscito A Berlino – Con Ingeborg Bachmann nella città divisa. Con Emons (e con il sostegno dell’Institut Français Italia), sempre nel 2022, ha curato e condotto il podcast Chez Proust. Per la collana digitale Quanti di Einaudi ha inoltre pubblicato il saggio breve Cenerentole e sorellastre – Una botanica della bellezza. Guanda a marzo 2024 ha pubblicato il suo secondo romanzo, La reputazione, in cui la scrittrice affronta temi stringenti della nostra contemporaneità. Nel 2025 è tornata in libreria con il racconto lungo L’hotel del tempo perso – Non rubare, un giallo a tinte filosofiche che omaggia Agatha Christie e le sue atmosfere, nell’ambito di una nuova collana Rizzoli ispirata ai dieci comandamenti.
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Fotografia header: Un'immagine dal film "Ingeborg Bachmann – Qui non c’è nessuna donna", foto di Elliott Kreyenberg