Spesso associato all’imbarazzo, all’amore, all’innocenza, o ancora al terrore, alla vergogna, al pentimento, alla lusinga, e perché no alla vanità, il rossore è un fenomeno fisico non poco curioso, soprattutto se si pensa che può indicare una gamma di sentimenti non solo diversi, ma finanche opposti. Partendo dal saggio di Felice Accame, “Rossori”, un approfondimento dedicato ad alcuni degli arrossamenti letterari (e non solo) più memorabili della storia: da Saffo ai “Promessi sposi”, passando per Lucio Battisti, Gaber, Agatha Christie, Sterne, Nietzsche e Leopardi

Si dice che il corpo non mente. Che non c’è niente di più chiaro di un gesto per comprendere le vere intenzioni di qualcuno.

Esiste addirittura una branca dell’antropologia che si dedica allo studio della comunicazione non verbale, la postura, i movimenti, la mimica facciale: se guardi in alto stai mentendo, sei incroci le gambe sei in difficoltà, se giocherelli con i capelli hai qualcosa di irrisolto con tua madre. Se tutto fosse così semplice, basterebbe avere a portata di mano una sorta di dizionario per decriptare il comportamento degli altri e non lasciarsi ingannare.

Ma è davvero così? Siamo sicuri che il corpo lanci messaggi certi, incontrovertibili e cristallini?

Sembra invece che siano proprio i segnali del corpo a trarci più in errore (probabilmente a causa della presunzione con cui ci approcciamo ad essi). Della rassegna delle manifestazioni fisiche più sibilline ed enigmatiche fa parte una certa reazione che si palesa in diverse circostanze, rientrando proprio per questo in uno spettro comportamentale difficile da decifrare: l’arrossamento.

Di rossori ne parlano un po’ tutti, dai libri ai testi delle canzoni, senza dimenticare naturalmente il cinema e i film d’animazione (si veda la scena memorabile di Biancaneve in cui Cucciolo diventa color ciliegia non appena sfiorato dalla principessa).

Spesso associato all’imbarazzo, all’amore, all’innocenza, o ancora al terrore, alla vergogna, al pentimento, alla lusinga, e perché no alla vanità, il rossore è un fenomeno fisico non poco curioso, soprattutto se si pensa che può indicare una gamma di sentimenti non solo diversi, ma finanche opposti.

Qualche esempio? Lucio Battisti, nella sua celebre Canzone del sole (testo di Mogol), ricordava con un pizzico di nostalgia bionde trecce, occhi azzurri e gote rosse come arance, che riconduceva, in quel caso specifico, a un’innocenza sull’orlo di essere strappata via dentro una cantina buia e stretta.

Dall’altra parte Giorgio Gaber cantava: “Non arrossire quando ti guardo, ma ferma il tuo cuore che trema per me”, facendo invece riferimento a un timore, a una paura e a un tremore d’amore che avrebbero rischiato di inibire una tenera unione.

Certo, in entrambi i casi sempre di sentimenti amorosi si tratta: ma che dire dell’arrossamento – scatenato dalla colpa e dalla vergogna – di Adamo ed Eva durante la cacciata dal Paradiso?

Per non parlare di Saffo che, nel frammento 31 (meglio conosciuto come Ode della gelosia), descrive un “fuoco sottile” che divampa sotto la pelle e che l’accende di desiderio.

Dalla cultura classica ci arrivano notizie di rossori anche da Seneca, che nelle sue Lettere a Lucilio parla di “sangue eccitabile che sale rapidamente al viso” per indicare chi non riesce a mantenere la calma.

C’è poi il Piccolo Principe che arrossisce per discrezione (“Non rispondeva mai alle domande, ma quando si arrossisce vuol dire ‘si’, non e’ vero?”), Emma Bovary che si fa rossa quando incontra per la prima volta suo marito Charles, e poi ancora Renzo dei Promessi sposi, che diventa paonazzo per il troppo vino bevuto nell’osteria della Luna Piena.

Ma a quanto pare si può arrossire anche del rossore stesso, come scrive Leopardi nel suo Zibaldone: “Nessuna cosa è vergognosa per l’uomo di spirito né capace di farlo vergognare, e provare il dispiacevole sentimento di questa passione, se non solamente il vergognarsi e l’arrossire”.

E anche per Nietzsche non c’è niente di più imbarazzante che prendere coscienza del diventare rossi (“Siete mai arrossiti perché vi è passata per la testa l’idea che la cosa cui avete donato il cuore non fosse degna di voi? E non vi siete subito dopo vergognati del vostro arrossire e della vostra nausea?”), come se l’arrossamento fosse un qualcosa di disdicevole, e non qualcosa di ingenuo e candido come si legge nelle descrizioni più romantiche e naif.

Insomma, si può dire che le contraddizioni non manchino. E forse proprio per questo in molti hanno mostrato interesse verso il fenomeno del rossore. Per esempio, Thomas Henry Burgess in Physiology of Mechanism of Blushing (1839) e Darwin nel tredicesimo capitolo de L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali (1872) si sono interrogati a lungo sul perché gli esseri umani arrossiscano, rimanendo anche alquanto sconcertati dal fatto che il rossore non possa essere riprodotto con nessun mezzo fisico: “con quali mezzi si produca l’attenzione – forse la più meravigliosa delle attività dello spirito – è un punto assai oscuro“.

Istintivo, imprevedibile, ingovernabile e misterioso: l’arrossamento è dunque un atto che “si sottrae all’ordine“, scrive Giorgio Vasta, “perché, appunto, non può essere suscitato da un comando, ma anche nel senso che coincide con un disordine del corpo, con una sua piccola impalpabile insubordinazione. Il rossore è l’ irruzione improvvisa, sulla superficie somatica, di uno stato d’ animo che non si è in grado di disciplinare: l’ammutinamento più lieve e silenzioso che i nostri corpi siano in grado di generare”.

Ma cerchiamo di descrivere questo sintomo partendo dall’evidenza. Solitamente il rossore esplode sul viso, accendendo gote, fronte e naso. Ogni millimetro della faccia viene investito da una vampata di fuoco che può estendersi fino a raggiungere collo, sterno, petto, a volte addirittura l’addome. Tra le cause più comuni che ci portano a perdere il nostro colorito – “si tratta di un’alterazione della circolazione del sangue nel cervello e fors’anco un’alterazione delle facoltà intellettuali” – possono esserci: la timidezza, la paura, la vergogna, la soggezione, il senso di colpa, la rabbia, l’eccitazione. Tutti stati, a ben guardare, in cui ci esponiamo agli altri, in cui siamo al centro dell’attenzione, in cui l’io è posto in una condizione di estrema visibilità.

Pare quindi che il rossore sia un evento che nasca da una profonda consapevolezza di sé. Infatti, come notano gli scienziati sopracitati, ad arrossire più spesso sono i giovani e quasi mai i bambini – “sembra che le forze mentali dei piccoli fanciulli non siano ancora abbastanza bene sviluppate per permettere il rossore” e “per la stessa ragione gli idioti solo di rado arrossiscono”.

rossori felice accame

Ma ovviamente queste considerazioni non riescono ad andare a fondo del problema e, come sempre, quando la scienza non basta a fornire spiegazioni, l’unico strumento che può venire in nostro soccorso è la letteratura. Per questo Felice Accame ha cominciato a “raccogliere rossori fra le pagine dei libri che andavo leggendo, mi interessava quel che, peraltro, continua a interessarmi adesso – il rossore come costruzione, ovvero il rossore per la funzione narrativa che è chiamato a svolgere“.

Ne è venuto fuori un piccolo e pungente saggio, Rossori, viatico all’esercizio della colpa e della redenzione, uscito ormai nel 2013 per :duepunti edizioni, ma da riprendere in mano per riscoprire il piacere di un’allegra divagazione letteraria. Nel suo testo, l’intellettuale milanese, docente di didattica della comunicazione e libraio – insieme ad Anna Rocco – della libreria Odradek di Milano, si cimenta in un’indagine sull’arrossamento prendendo in disamina un passaggio di Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia di Sterne (di preciso, si sofferma sui capitoli che vanno dal terzo al diciassettesimo incluso, ovvero il rendiconto del soggiorno dell’autore a Calais).

In questo episodio si vedono due personaggi, un frate francescano e il protagonista, arrossire per due motivi differenti. Il primo – probabilmente – perché mortificato di essere stato troppo sgarbato, il secondo per l’imbarazzo di aver offeso involontariamente l’altro. Comunque, in nessuno dei casi chi ha scritto il romanzo si è preoccupato di specificare i motivi dell’arrossamento, lasciando quindi al lettore la libertà (o l’atroce dubbio) d’interpretazione.

Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l'Italia

Accame, come un attento e minuzioso investigatore della parola, affronta la questione molto seriamente e si prende la briga di snocciolare tutte le possibilità che possono aver portato i due personaggi a diventare rossi. Apre il testo, lo ribalta, torna indietro per rintracciare nelle pagine qualche indizio lasciato in sospeso, arrivando a individuare più di una decina di ipotesi e tirando in ballo persino questioni politiche e storico – sociali.

Come si diceva, il critico ha preso la cosa molto seriamente. Nel suo breve – ma densissimo – testo trova spazio anche un capitolo dedicato a Il mistero del treno azzurro di Agatha Christie, dove di fatto arrossiscono un po’ tutti, da Ruth Kettering a Katherine Grey  passando per Richard Knighton e Rufus Van Alain. E persino Hercule Poirot “si sarebbe detto che arrossisse”.

Seguire il corso dei suoi ragionamenti è come cercare di non perdere il filo osservando la lavagnetta di sughero di un detective nel pieno delle indagini. Domande, piste che si srotolano, passato che ritorna, conti in sospeso, personaggi nell’ombra che sbucano all’improvviso. E tutto questo sforzo per cosa? Per un po’ di rosso passeggero sulle guance?

Sì, se quel rosso ci parla di qualcosa che non capiamo, se è lì a suggerirci un senso che ci sfugge, che appare e scompare in un attimo, ma che promette un significato molto più profondo di una volubile sfumatura. Segno naturale (o culturale?) che ci caratterizza tutti, indistintamente, e che ci coglie di sorpresa lasciandoci disarmati, l’aspetto più affascinante dell’arrossamento è proprio quello di essere talmente palese da restare indecifrabile.

L’unica certezza che rimane è soltanto una fuggevole intuizione: tutto quello che non si può esprimere è tinto di rosso.

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