Quando un insegnante viene aggredito “la cosa più spaventosa non è solo il gesto. Non è solo immaginarselo o, come successo a Parma, vederlo ripreso da un cellulare. La cosa più spaventosa è quello che viene prima. Perché chi aggredisce un insegnante, spesso, una cosa la sa già. Sa che quell’insegnante è solo…”. I recenti fatti di cronaca spingono Enrico Galiano a una riflessione: “Non si può chiedere ai docenti di educare al rispetto in una società che spesso non li rispetta”. Al tempo stesso, per l’insegnante e scrittore “non si tratta di invocare punizioni esemplari per il gusto di punire, ma…”

Lo sapete qual è la cosa più spaventosa, quando un insegnante viene aggredito? Non è solo il gesto. Non è solo immaginarselo o, come successo a Parma, vederlo ripreso da un cellulare.

La cosa più spaventosa è quello che viene prima. Perché chi aggredisce un insegnante, spesso, una cosa la sa già. Sa che quell’insegnante è solo.

Sa che alle sue spalle non c’è davvero una comunità compatta. Sa che intorno a lui, molto probabilmente, partirà subito il grande processo del “però”.

Però forse ha sbagliato tono. Però forse doveva evitare. Però forse quel ragazzo aveva una storia difficile. Però forse la scuola doveva prevenire. Però forse la famiglia non è stata coinvolta abbastanza.

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E attenzione: queste domande sono anche giuste. Una scuola seria se le deve porre. Una società seria deve chiedersi sempre da dove nasce la violenza, quali crepe l’hanno preparata, quali adulti sono mancati, quali fragilità non sono state viste.

Ma c’è un ordine da rispettare.

Prima si chiama la cosa con il suo nome. Poi la si capisce. Prima si dice: questa è violenza, poi si cerca di capire perché è avvenuta. Prima si protegge chi è stato colpito, poi si ricostruisce tutto il resto.

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Perché se invertiamo l’ordine, se cominciamo subito a spiegare prima ancora di nominare, allora la spiegazione diventa una nebbia. E dentro quella nebbia succede che la responsabilità sparisce.

Un furto si chiama furto. Un’aggressione si chiama aggressione. Picchiare un docente si chiama reato. Non “bravata”. Non “episodio spiacevole”. Non “momento di rabbia”.

Reato.

Questa parola non cancella la possibilità di educare. Al contrario: la rende possibile.

Uno studente non è il suo errore. Ma il suo errore va chiamato con il nome giusto.

Il problema è che oggi molti insegnanti sono lasciati da soli di fronte all’incombenza di chiamare le cose con il loro nome. Di mettere dei limiti. Di dire dei no.

Da soli davanti alla classe, alle famiglie, all’opinione pubblica.

Opinione pubblica che li vuole contemporaneamente autorevoli e docili, empatici e inflessibili, inclusivi e severissimi, psicologi e sorveglianti, educatori e parafulmini.

Devono capire tutto, assorbire tutto, contenere tutto. Devono accogliere il disagio, gestire la rabbia, compensare le assenze delle famiglie, interpretare i silenzi, intercettare i segnali, evitare il conflitto, motivare chi non vuole essere motivato, calmare chi esplode, non perdere chi scappa, recuperare chi si è già arreso.

E poi, se qualcosa va storto, devono pure chiedersi dove hanno sbagliato.

Il pugno, la violenza, sono solo ciò che si vede. Sotto quella punta dell’iceberg, c’è molto molto altro.

Quel pugno, insomma, nasce molto prima.

Nasce quando una nota disciplinare viene trattata come un’offesa personale alla famiglia.

Nasce quando un richiamo diventa immediatamente un caso.

Nasce quando ogni limite messo da un docente viene vissuto come un abuso di potere.

Nasce quando l’autorevolezza viene chiesta alla scuola, ma poi nessuno la difende davvero quando la scuola prova a esercitarla.

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Perché l’autorevolezza non è una dote individuale. L’autorevolezza è anche una costruzione collettiva.

Un insegnante può essere autorevole solo se una comunità gli riconosce il diritto di esserlo.

Non si può chiedere agli insegnanti di educare al rispetto in una società che spesso non li rispetta.

Non si può chiedere loro di rappresentare le regole se ogni regola che provano a far rispettare viene immediatamente negoziata, contestata, indebolita.

Non si può chiedere loro di tenere in piedi il patto educativo se quel patto, fuori dalla scuola, è già stato strappato.

Qui non si tratta di invocare punizioni esemplari per il gusto di punire. Si tratta di rimettere al centro una cosa semplice: un insegnante non dovrebbe mai sentire che, nel momento in cui fa il suo lavoro, sta rischiando da solo.

Perché chi aggredisce un insegnante, prima ancora di alzare la mano, ha già visto una cosa. Ha visto che dietro quell’insegnante non c’era abbastanza mondo.

L’AUTORE – Enrico Galiano, insegnante e scrittore friulano classe ’77, in classe come sui social, dove è molto seguito, sa come parlare ai ragazzi.

Dopo il successo di romanzi (tutti usciti per Garzanti) come Eppure cadiamo feliciTutta la vita che vuoiFelici contro il mondo, e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. È poi tornato al romanzo con Dormi stanotte sul mio cuore, e sempre per Garzanti è uscito il suo primo saggio, L’arte di sbagliare alla grande.
Con Salani, Galiano ha quindi pubblicato la sua prima storia per ragazzi, La società segreta dei salvaparole. Ed è poi uscito, ancora per Garzanti, il suo secondo saggio, Scuola di felicità per eterni ripetenti.
Dopo il romanzo Geografia di un dolore perfetto, è tornato in libreria con Una vita non basta, e ha poi pubblicato, sempre con Salani, il secondo libro per ragazzi, L’incredibile avventura di un super-errore. Con Garzanti nel 2025 è poi uscito il romanzo Quel posto che chiami casa. Il suo ultimo libro, il romanzo Il cuore non va a dormire, è pubblicato da Einaudi Stile Libero.

Qui è possibile leggere tutti gli articoli scritti da Galiano per il nostro sito, con cui collabora con costanza da diversi anni (anche con dei video per Instagram e TikTok).

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