“La scuola dovrebbe essere il luogo dove impari che le emozioni si possono nominare, attraversare, trasformare: non a passare sotto un arco di metallo sperando di non fare bip. Se vogliamo davvero scuole più sicure, dobbiamo avere il coraggio di dire che è un lavoro lungo e difficile, e investire in ciò che non fa rumore, ma funziona: relazioni, ascolto, tempo…”. Su ilLibraio.it, Enrico Galiano, insegnante e scrittore, si inserisce nel dibattito in corso sulla proposta di installare metal detector all’ingresso delle scuole. E individua ben 14 ragioni per cui si tratta di un’idea sbagliata, nata “da una paura vera e da una risposta pigra…”
Ore 7.55 del mattino.
Zaino in spalla, sonno ancora incastrato negli occhi, cuffiette nelle orecchie. Davanti all’ingresso della scuola non c’è più il bidello che ti saluta, ma un arco metallico. Bip. Togli le chiavi. Bip. Era la cintura. Bip. Cavolo, la due euro infilata nel taschino tattico!
Alla fine passi, ma con in gola uno strano groppo. Quello di chi voleva andare a scuola, non a farsi perquisire.
L’idea del metal detector a scuola nasce così: come nascono quasi tutte le idee sbagliate, cioè da una paura vera e da una risposta pigra.
Letture originali da proporre in classe, approfondimenti, news e percorsi ragionati rivolti ad adolescenti.
Perché quando succede qualcosa di grave, il bisogno di “fare subito qualcosa” è comprensibile. Meno comprensibile è scegliere sempre la cosa più visibile, più rumorosa, più scenografica. Quella che fa sentire i politici utili e i genitori al sicuro. Già: ma i ragazzi? Qualcuno ci ha pensato a loro?
Proviamo allora a vedere perché il metal detector a scuola è una pessima idea.
1 – Perché trasforma la scuola in un aeroporto, ma senza vacanze.
Entrare in classe dovrebbe significare aprire la testa, non svuotare le tasche. Il messaggio implicito è chiarissimo: “Qui dentro sei un potenziale pericolo”. Anche se sei uno scricciolo di quattordici anni che non farebbe paura manco a uno spaventapasseri.
2 – Perché educa al sospetto, non alla fiducia.
La fiducia è una cosa preziosa, che si dimostra dandola, non mettendola in dubbio. Il metal detector fa l’opposto: istituzionalizza il sospetto. Prima ancora di conoscerti, ti controllo. E così, in nome della sicurezza, diffonde diffidenza. Nessuno glielo dice, ma il sottotesto è chiaro: “Non mi fido di te”. E i ragazzi queste cose le capiscono benissimo.
3 – Perché confonde la protezione con il controllo.
La sicurezza vera nasce dalle relazioni, dall’ascolto, dalla prevenzione. Il controllo è solo una scorciatoia, e soprattutto un’illusione.
4 – Perché arriva sempre dopo.
Arriva dopo il disagio, dopo la solitudine, dopo il silenzio non ascoltato. È una toppa messa quando il tessuto è già strappato. Non ha senso scongiurare il pericolo armi a scuola, se non si lavora sul far passare il bisogno di usarle. Se quei coltelli li usano all’uscita, o alla sera, non hai eliminato il problema: hai solo fatto finta che non ti riguardasse.
5 – Perché neanche il migliore metal detector del mondo è in grado di intercettare la rabbia.
La rabbia non è fatta di metallo. Non suona. Non passa sotto l’arco. Ma è quella che fa davvero danni. È quella che fa più male.
6 – Perché illude gli adulti di aver fatto qualcosa.
È una soluzione visibile, fotografabile, comunicabile. Ma spesso è solo un modo elegante per non fare il lavoro più difficile: mettersi lì, con pazienza, ad ascoltarli.
7 – Perché sposta il problema fuori dall’educazione.
Come se la violenza fosse solo coltelli o armi. No: è soprattutto fatta di idee. Di pregiudizi. Di stereotipi. E per quelli non basta un macchinario: servono ore, parole, presenza.
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8 – Perché è logisticamente impraticabile.
Una scuola non è un volo intercontinentale. Non puoi chiedere a 800 studenti di arrivare due ore prima per il check-in educativo. Zaini da svuotare, vaschette che si moltiplicano, oggetti che suonano per principio: chiavi, attrezzi di laboratorio, piastre per capelli, lime per unghie, profumi formato famiglia, tupperware con posate incorporate e, occasionalmente, anche una penna. Il tempo scuola evapora prima ancora di cominciare.
9 – Perché genera più problemi di quanti ne risolva.
Ogni bip apre una micro-crisi: di chi è quell’oggetto? Dove lo mettiamo? Chi se ne assume la responsabilità? E se sparisce? E se si rompe? La scuola diventa un deposito bagagli con ufficio reclami incorporato. Con in più il dettaglio non trascurabile che gli insegnanti non sono addetti alla sicurezza aeroportuale.
10 – Perché crea un cortocircuito normativo permanente.
Ogni istituto dovrebbe decidere cosa passa e cosa no. Le forbici sì? Il compasso? La squadra metallica? La pinzetta per le sopracciglia? Le chiavi di casa con portachiavi in ferro battuto ereditato dalla nonna? Il risultato è un regolamento infinito, interpretato a sentimento, applicato a macchia di leopardo. Non sicurezza, ma caos certificato.
11 – Perché non distingue.
È un po’ come quando a scuola arrivava la nota di classe perché avevano fatto casino in cinque: non è giusto che in tanti paghino per gli errori di pochi. Insomma, mette tutti sullo stesso piano: chi sta male, chi è fragile, chi è arrabbiato, chi non ha mai fatto nulla. È diseducativo al mille per cento.
12 – Perché costa.
E costa tanto. E non è possibile che se fino a ieri dovevamo fare le collette per la carta igienica, adesso ci dicono che arrivano i metal detector.
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13 – Perché forse – forse eh – ci sono altre priorità.
Abbiamo una percentuale imbarazzante di istituti non a norma. Il vero problema sicurezza, per molte scuole, è quello che non ti caschi niente in testa mentre fai la parafrasi della
14 – Perché dice ai ragazzi che il mondo è solo questo.
Un posto dove ti controllano invece di capirti. Dove la risposta alla paura è la paura stessa, ma con una spina attaccata.
La scuola dovrebbe essere il luogo dove impari che le emozioni si possono nominare, attraversare, trasformare: non a passare sotto un arco di metallo sperando di non fare bip.
Se vogliamo davvero scuole più sicure, dobbiamo avere il coraggio di dire che è un lavoro lungo e difficile, e investire in ciò che non fa rumore, ma funziona: relazioni, ascolto, tempo.
Tutto il resto è ferraglia.
L’AUTORE – Enrico Galiano, insegnante e scrittore friulano classe ’77, in classe come sui social, dove è molto seguito, sa come parlare ai ragazzi.
Dopo il successo di romanzi (tutti usciti per Garzanti) come Eppure cadiamo felici, Tutta la vita che vuoi, Felici contro il mondo, e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. È poi tornato al romanzo con Dormi stanotte sul mio cuore, e sempre per Garzanti è uscito il suo primo saggio, L’arte di sbagliare alla grande. Con Salani Galiano ha quindi pubblicato la sua prima storia per ragazzi, La società segreta dei salvaparole. Ed è poi uscito, ancora per Garzanti, il suo secondo saggio, Scuola di felicità per eterni ripetenti. Dopo il romanzo Geografia di un dolore perfetto, è tornato in libreria con Una vita non basta, e ha poi pubblicato con Salani il ultimo libro per ragazzi, L’incredibile avventura di un super-errore.
Da maggio 2025, per Garzanti, è in libreria il nuovo romanzo, Quel posto che chiami casa.
Qui è possibile leggere tutti gli articoli scritti da Galiano per il nostro sito, con cui collabora con costanza da diversi anni (anche con dei video per Instagram e TikTok).
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