“È come se oggi un giornalista non possa più limitarsi a raccontare e quindi attestare la verità, ma debba raccontarla e, nello stesso tempo, difenderla. Diventa così parte di un dibattito che è, a sua volta, una forma di guerriglia…”. Come si racconta la guerra oggi? Cos’è cambiato davvero nel lavoro di chi la vive e la scrive dal fronte? E, soprattutto, come questi nuovi conflitti stanno trasformando il modo in cui noi li percepiamo? Ne abbiamo parlato con Paolo Giordano, che nel libro “Da vicino – Raccontare la guerra oggi” ha raccolto le voci e gli sguardi diversi di Cecilia Sala, Annalisa Camilli, Nello Scavo, Daniele Raineri, Margherita Stancati e Lorenzo Tondo, per provare a rispondere a una domanda determinante per i nostri tempi: cosa significa oggi raccontare la guerra? – L’intervista

Nei giorni prima della nostra intervista online, apro una pagina dietro l’altra per recuperare informazioni che potrebbero essere utili. Mi trovo a consultare i dati del Global Peace Index, elaborato dal 2007 dall’Institute for Economics and Peace, un indice che a oggi rappresenta il principale strumento di riferimento per misurare il livello di pace nel mondo.

Nell’ultimo rapporto, quello del 2025 ormai già vecchio, i dati riportano che sono in corso cinquantanove conflitti armati tra Stati, il numero più alto dal secondo dopoguerra.

Cinquantanove conflitti, che oggi saranno probabilmente di più e di cui spesso sappiamo poco, quasi nulla. In altri casi abbiamo informazioni, dati, ci sforziamo di capirli meglio, e il nostro unico tramite è l’esperienza di chi, quei conflitti, quei territori, quelle vittime le racconta ogni giorno.

Paolo_Giordano

Paolo Giordano nella foto di Pierluca Esposito

Paolo Giordano, scrittore e firma del Corriere della Sera e dell’inserto La Lettura, è il curatore di Da vicino – Raccontare la guerra oggi (Einaudi), una raccolta di riflessioni di giornaliste e giornalisti di guerra (Cecilia Sala, Annalisa Camilli, Nello Scavo, Daniele Raineri, Margherita Stancati e Lorenzo Tondo) sul tema di questo mondo a pezzi, in cui i conflitti hanno preso tutto lo spazio e il tempo dell’informazione.

Dalle loro parole arrivano messaggi precisi, coerenti tra di loro, tutti che sottendono uno stesso punto intorno al quale mi sembra ruoti tutto.

Il mondo sta cambiando a una velocità impressionante, l’informazione è un territorio di battaglia e il giornalismo rappresenta ormai uno dei pochi strumenti rimasti per provare ad afferrare qualche pezzo in più di realtà. Noi, d’altra parte, ci troviamo investiti da questi conflitti e siamo, più che mai, parte attiva di questa storia.

Da vicino. Raccontare la guerra oggi

Abbiamo intervistato Giordano proprio per provare a capire in che modo Da vicino – Raccontare la guerra oggi può essere un tassello in più di comprensione per questo tempo rapidissimo ed estremamente complicato che stiamo vivendo.

Dalle riflessioni emerse dal libro appare evidente un’idea: la complessità del lavoro giornalistico costringe a fare scelte, a direzionare lo sguardo, a difendersi dalla contemporaneità a volte, a mantenere il linguaggio pulito e attento in un mondo che ci vuole sempre più schierati e di parte. Come si trasmette la complessità? Come evolve la sua narrazione in un mondo sempre meno attento?
“È difficile dare una risposta sintetica, perché in fondo ogni contributo del libro rappresenta, a suo modo, una risposta a questa domanda. Come ci si rapporta, infatti, a quello che io chiamo un ‘ecosistema informativo’? Un sistema molto diramato, ampio e complesso, che negli ultimi anni è cambiato profondamente e con grande rapidità. La questione diventa ancora più delicata quando si ha a che fare con contesti come le guerre: situazioni in cui, da sempre, l’accesso alla verità è più problematico. Lo è innanzitutto da un punto di vista logistico. La verità bisogna raggiungerla, e spesso lo si fa con difficoltà e pericolo, a volte non ci si riesce affatto. Nel libro molti parlano, in un modo o nell’altro, di Gaza. E lo fanno in un momento in cui, come in tutte le guerre ma forse oggi più che mai, oltre al conflitto sul campo si combattono vere e proprie guerre di propaganda, guerre informative, guerre di disinformazione. Questo è il contesto in cui in questi mesi si muove ogni giornalista che affronta questi temi”.

E come si restituisce questa complessità nel lavoro giornalistico?
“La complessità nasce proprio dalla difficoltà di accesso e da un sistema mediatico estremamente inquinato e, in un certo senso, ‘bellicizzato’. Per questo mi interessava porre una domanda – che poi è la stessa che mi sta facendo – agli autori coinvolti: qual è la vostra risposta? Mi sembra che il filo comune che emerge sia la ricerca dei testimoni, delle voci. Cioè la pazienza e il coraggio di risalire alle fonti dirette, alle testimonianze dirette, soprattutto quelle delle vittime. Questo è un punto su cui molti insistono: ascoltare le vittime è il primo mandato di chi racconta la guerra. A volte è possibile farlo direttamente, come in Ucraina, altre volte bisogna farlo da remoto, come è accaduto a Gaza o come succede oggi in Iran. Ma resta un criterio fondamentale”.

Quanto è importante, quindi, il racconto delle loro storie?
“È un discrimine profondamente umano: è l’esperienza personale a segnare la differenza tra la ‘geopolitica da divano’, che occupa gran parte dell’informazione che riceviamo, e un racconto che diventa inevitabile e necessario. Un racconto che, proprio per la sua natura, riesce anche a infrangere la contrapposizione tra schierati e non schierati, tra polarizzati e non polarizzati. Quando ci si concentra sulle singole testimonianze, sulle storie delle persone, quel livello umano eccede e rompe la logica della polarizzazione, che invece è così difficile da superare nel dibattito pubblico”.

Nel suo saggio Davanti al dolore degli altri Susan Sontag riflette sul modo in cui una fotografia diventa il simbolo di un massacro. Ma cosa succede quando le foto e i video diventano infiniti, senza filtri, a volte falsi e occupano ogni angolo della nostra vita digitale?
“Viviamo in una realtà di costante traboccamento, la misura è sempre colma. Non siamo più serbatoi che possono riempirsi o svuotarsi, ma contenitori che riversano continuamente fuori un’eccedenza. È così ormai da anni, e il fenomeno non fa che intensificarsi”.

Cosa succede davanti al dolore degli altri?
“Succede qualcosa di molto intimo, che somiglia al meccanismo raccontato da Cecilia Sala nel suo pezzo: ognuno di noi opera una selezione continua della propria compassione e della propria attenzione. Su quali basi è difficile dirlo. Spesso, purtroppo, i criteri sono più casuali di quanto pensiamo. A volte sono ideologici, e questo si può dire senza esitazioni. È stato evidente, per esempio, come alcune persone si siano sentite profondamente coinvolte dalle vittime in Ucraina, mentre altre si sono mobilitate soprattutto per Gaza. E raramente queste due sensibilità hanno coinciso del tutto. Ci sono stati punti di sovrapposizione, certo, ma anche – e spesso – vere e proprie distanze. E oggi, con un’altra guerra, per di più meno accessibile perché si svolge in un Paese sigillato, il livello di partecipazione è bassissimo: le preoccupazioni sembrano riguardare più noi, il petrolio, l’andamento dei prezzi, che non le persone coinvolte”.

E le vittime?
“Le vittime sono sempre vittime, un bombardamento è sempre un bombardamento, e una famiglia uccisa è sempre una famiglia uccisa. Su questo, in teoria, siamo tutti d’accordo. Il problema è che non c’è alcuna consequenzialità tra il saperlo e il sentirlo. Ed è qui che tutto diventa inevitabilmente legato alle nostre pratiche di consumo informativo. Nella prefazione cerco anche di raccontare questo: la mia impressione è che il costante overload di brutture non ci abbia reso né più indifferenti né più sensibili o più lucidi. Ci ha, piuttosto, fatti divergere. Ognuno si è in qualche modo ‘fidelizzato’ alle proprie vittime: sempre più coinvolto da alcune, sempre più indifferente ad altre. Ed è qualcosa di pericoloso, oltre che profondamente triste, se ci si pensa. Ma ha molto a che fare con i mezzi attraverso cui l’informazione si diffonde, con questo nuovo ecosistema mediatico”.

Scopri il nostro canale Telegram

Seguici su Telegram
Le news del libro sul tuo smartphone

Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Inizia a seguirci ora su Telegram Inizia a seguirci ora

Esiste una differenza nel coinvolgimento emotivo tra le generazioni?
“Ho un ventenne in casa, quindi ho un confronto costante su questi temi. E noto spesso la differenza nel modo in cui si rapporta alle informazioni. Rispetto ai vent’anni che avevo io, è molto più immerso, molto più esposto, e anche molto più informato di quanto lo fossi io alla sua età. Cosa c’era nei miei vent’anni? C’era l’Afghanistan, e poi l’Iraq nel 2003. Guerre molto diverse, su cui era anche abbastanza facile avere una posizione ideologica chiara. Erano però guerre ‘professionalizzate’, che non avevano minimamente l’impatto così vivido in termini di vittime civili, morte, distruzione, efferatezza che percepiamo oggi”.

Vede quindi una differenza nella percezione della guerra da parte delle nuove generazioni?
“La differenza fondamentale è questa: loro stanno davvero vivendo una giovinezza in guerra. Noi non l’abbiamo sperimentato. Semmai, stiamo vivendo l’età adulta in guerra, ed è qualcosa che non ci aspettavamo. Mi rendo però conto di avere, proprio per questo, una maggiore capacità di gestione emotiva rispetto a una persona più giovane, è normale”.

Cioè?
“So arginare l’angoscia quando diventa eccessiva, so prendere le distanze, so proteggermi quando serve. Certo, a volte mi prende lo sconforto, a volte mi indigno anch’io, ma non sono sballottato come può esserlo chi ha vent’anni e si rende conto che non c’è ‘una guerra’, ma un disastro diffuso. Quello che mi chiedo spesso è come ripenseranno, tra vent’anni, a questo periodo della loro vita. Se sarà la guerra la cosa che tornerà più forte alla memoria”.

Può interessarti anche

Nel giornalismo di guerra si parla poco dell’esperienza che riguarda il corpo di chi scrive, di chi parte e rientra, di chi vive a metà dei legami che si stringono nei contesti di guerra. Nel libro, invece, si legge spesso di udito, di olfatto e ovviamente di vista. Sta cambiando il modo in cui i giornalisti e le giornaliste scrivono della loro esperienza?
“Sono stato io a spingere gli autori e le autrici in quella direzione, chiedendo esplicitamente di parlare di sé, di raccontarsi dentro le guerre. Tutti loro, essendo giornalisti, avevano invece una naturale reticenza. Sono abituati a un racconto oggettivante, a togliersi dalla narrazione. Invece questa mi sembrava proprio l’occasione per andare verso una forma più personale. Volevo spostare il baricentro su chi racconta le guerre, su come si sente, perché è un’esperienza in sé molto interessante e che, in realtà, dice molto anche delle guerre contemporanee”.

Ma sta cambiando qualcosa anche nel loro lavoro quotidiano?
“Assolutamente sì. E rispondo sia da scrittore che da ex fisico. Credo che oggi tutti noi abbiamo sviluppato una diffidenza istintiva verso l’idea di oggettività. È come se vivessimo in una società ormai abbastanza matura da sapere che non esiste osservazione che non sia, in qualche modo, modificata dall’osservatore. E, anzi, sentiamo il bisogno che il punto di vista venga esplicitato. Personalmente mi accorgo di essere più interessato quando chi racconta dichiara il proprio sguardo, quando l’osservatore si fa parte dell’osservazione. Basta pensare a tutte le riflessioni che abbiamo fatto negli anni scorsi, oggi un po’ messe da parte, sul tema della colonizzazione. Su quanto il nostro punto di vista, la nostra storia, abbiano influenzato il modo in cui guardiamo e raccontiamo gli altri, altri luoghi, altre realtà. Questo non può essere cancellato nemmeno dal giornalismo che ambisce alla massima oggettività”.

E cosa si può fare?
“Problematizzare il proprio punto di vista, dichiararlo, riconoscere i propri limiti, le proprie distorsioni, i propri bias: tutto questo è ormai un esercizio di maturità necessario. Da scrittore, poi, è proprio il cuore della questione”.

E poi?
“C’è anche un altro aspetto, che riguarda il modo in cui consumiamo contenuti culturali e informativi. Sempre più spesso cerchiamo le persone che raccontano le storie, non solo le storie in sé. Un esempio può essere quello di Cecilia Sala: è evidente che chi ascolta Stories è fidelizzato anche alla sua voce. Una voce che li accompagna, che li porta in giro. E non c’è nulla di male nell’affezionarsi a degli sguardi, a delle voci, a delle firme. Forse oggi accade ancora di più, perché viviamo in un sistema in cui siamo abituati a seguire in un certo senso anche a essere ‘follower’ di chi racconta il mondo”.

Scopri la nostra pagina Linkedin

Seguici su Telegram
Scopri la nostra pagina LinkedIn

Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it

Seguici su LinkedIn Seguici su LinkedIn

Il racconto personale del giornalista aiuta dunque a creare un legame emotivo con chi legge?
“Credo molto in questo: siamo abituati ad ammirare gli inviati e le inviate di guerra per il loro coraggio, per il fatto di andare in luoghi pericolosi. Ma, in realtà, questo è il livello più superficiale del mestiere. Il vero sacrificio, quello che ammiro davvero e che in parte ho sperimentato, in forme diverse, e che mi ha spinto a curare questo libro, è un altro”.

A cosa si riferisce?
“Alla necessità di mantenere una connessione emotiva con quei luoghi di sofferenza. Significa rinunciare a una parte della propria serenità, della propria sicurezza emotiva, perché ci si mette in relazione con contesti di morte, violenza, privazione. E questa non è una connessione che si può accendere e spegnere a piacimento. Non esiste quel cinismo che spesso si immagina in chi fa questo mestiere: è esattamente il contrario. Il vero sacrificio sta proprio nell’accettare di essere, prima di tutto, un tramite emotivo con quei luoghi”.

Cioè?
“Faccio un esempio molto concreto, su cui sto riflettendo in questi giorni: la strage della scuola di Minab. È una strage enorme, davvero enorme. Un atto efferato, più di centosessanta bambine uccise in un bombardamento. Il fatto che non avessimo nostri emissari sul campo, cioè quel legame diretto con qualcuno che fosse lì, capace di portarci le storie, ha reso evidente che anche una strage così enorme può risultare, da noi, emotivamente meno rilevante. Abbiamo proprio bisogno di un messaggero. Non è solo il fatto in sé a contare: è sempre il messaggero a fare la differenza”.

Scopri le nostre Newsletter

Iscrizione alla Newsletter
Il mondo della lettura a portata di mail

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it

scegli la tua newsletter Scegli la tua newsletter gratuita

Lorenzo Tondo scrive dell’idea del giornalismo per rompere il monopolio della menzogna. La disinformazione è un nuovo strumento della guerra?
“Tutto evolve a una velocità spaventosa. Il libro, per esempio, è stato chiuso un paio di mesi fa, quindi prima dell’attacco all’Iran. Già si parlava dell’uso dell’intelligenza artificiale in ambito bellico, in particolare a Gaza; ma quello che è successo in Iran ha aperto un capitolo completamente nuovo, soprattutto legato alla disinformazione”.

In che modo?
“È plausibile pensare che in Iran i video deepfake che da noi vengono faticosamente smascherati possano invece essere percepiti come reali, soprattutto se trasmessi dalla televisione nazionale e in un contesto in cui molti non hanno nemmeno più accesso a Internet. In appena due mesi si è aperto un nuovo fronte sul confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Un punto su cui, più o meno, tutti gli autori convergono – e che Lorenzo Tondo mette particolarmente a fuoco, ma che emerge anche negli interventi di Daniele Raineri sulla Siria -, è che oggi il lavoro del giornalista non si esaurisce più nel dire: ‘è successo questo’. Non basta più essere sul campo, parlare con le persone, raccontare i fatti. Nel momento stesso in cui testimoni un evento, anche in modo diretto, si solleva immediatamente una coltre di narrazioni false, mistificatorie, confusive. Lorenzo fa l’esempio di Buča: forse è stato il momento in cui ce ne siamo resi conto tutti. C’erano le immagini, le fosse comuni, i giornalisti entrati dopo la ritirata russa. Eppure, fin da subito, tutto è stato messo in discussione”.

È quindi un giornalismo diverso?
“Questo è un livello nuovo. È come se oggi un giornalista non possa più limitarsi a raccontare e quindi attestare la verità, ma debba raccontarla e, nello stesso tempo, difenderla. Diventa così parte di un dibattito che è, a sua volta, una forma di guerriglia. I giornalisti hanno sempre detto, lo ricordava anche Sontag, che chi si trova in un teatro di guerra è parte della guerra. È sempre stato così. Ma oggi ho l’impressione che lo sia ancora di più, perché è inevitabilmente coinvolto anche nella guerra ibrida dell’informazione che si scatena in tempo reale. Ed è una fatica enorme, oltre che una richiesta molto pesante, quella che viene fatta loro”.

Può interessarti anche

Qual è il nostro ruolo in tutto questo?
“Questo è un punto cruciale. I giornalisti ne hanno una consapevolezza molto profonda, ed è proprio uno dei motivi per cui ho lavorato a questo libro: perché questa consapevolezza non può più restare qualcosa da custodire tra addetti ai lavori, riguarda anche noi. Oggi tutti, con un telefonino in mano, siamo parte di questa guerra ibrida. Il problema è che, a fronte di questo, il livello di consapevolezza diffuso è bassissimo, per non dire nullo. Usiamo strumenti potentissimi restando però molto indietro rispetto alle loro implicazioni etiche, soprattutto in contesti come la guerra. Per questo credo che qualsiasi riflessione capace di aumentare anche solo di poco questa consapevolezza sia, in questo momento, vitale”.

Libri consigliati