Quando si nomina Giacomo Leopardi, il pensiero va spesso ai suoi celebri “Canti”, alle “Operette morali” o alla sua definizione di “natura matrigna”, anche se altrettanto affascinante – benché forse meno noto – è stato il suo ruolo di sperimentatore non solo delle idee e delle forme espressive, ma soprattutto della lingua. A testimoniarlo sono i numerosi neologismi che compaiono nelle sue opere e a cui spesso facciamo ricorso ancora oggi, a volte senza saperlo: da “zibaldone” a “fratricida”, (ri)scopriamone allora cinque tra i più significativi…

Poeta e filosofo tra i più illustri del Romanticismo italiano e internazionale, Giacomo Leopardi (1798-1837) fu anche uno dei principali sperimentatori letterari del suo secolo, non solo dal punto di vista concettuale, retorico e formale, ma soprattutto da quello lessicale, come dimostra il fatto che proprio a lui si devono diversi neologismi utilizzati abitualmente ai nostri giorni.

Del resto, considerando la sua formazione classica e di stampo filologico, non stupisce che la sua produzione conti ben 148.500 occorrenze di parola: a constatarlo è stato il Vocabolario della poesia di G. Leopardi (Olschki Editore) compilato dal docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea Giuseppe Savoca, che riconferma la ricchezza e precisione comunicativa dello scrittore marchigiano.

Lo scrittore Giacomo Leopardi (1798-1837) nel celebre ritratto di S.. Ferrazzi

Giacomo Leopardi (1798-1837) nel ritratto di Stanislao Ferrazzi

Così, tra i vocaboli di base che emergono nelle sue opere in versi e in prosa, troviamo da un lato espressioni più semplici e dimesse e, dall’altro lato, arcaismi, tecnicismi e aulicismi, fra cui spiccano numerose locuzioni di nuovo conio.

(Ri)scopriamone insieme cinque tra le più rilevanti e diffuse fino a oggi, che hanno contribuito a rendere lo stile di Leopardi suggestivo e versatile, oltre che ricercato e musicale, e che hanno lasciato una traccia viva e riconoscibile nella nostra lingua quotidiana…

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Erompere, un neologismo d’ispirazione latina

Cominciamo da erompere, tra i neologismi di Leopardi legati al repêchage di un qualche termine latino. Il merito del grande intellettuale ottocentesco, infatti, consistette nel trasporre in italiano questa voce del XIV secolo per descrivere un fenomeno brusco e imprevisto, che può verificarsi tanto in natura quanto all’interno dell’animo umano.

Il verbo deriva da erumpere, che letteralmente potremmo tradurre con “uscire all’improvviso e con forza, senza una direzione precisa“, riferito a qualcosa che poi si disperde e non arreca troppi danni.

Un’azione speculare a quella di irrompere, dunque, con cui si indica invece l’atto di “entrare in un luogo in modo violento”, e diversa sia da prorompere (associata all’idea di “spingersi in fuori o in avanti”, ma con un movimento molto diretto e orientato) sia da dirompere, che porta con sé una carica altrettanto impetuosa e però più distruttiva.

Il neologismo “ortografico”: fratricida

Sempre a Leopardi si deve poi l’affermazione del lemma fratricida con la grafia che conosciamo. Sì, perché fino a tutto il XVIII secolo la variante più comune era stata fraticida, derivata dal latino frater (fratello) con l’aggiunta del suffisso -cida, che richiamava il verbo uccidere (in latino occidere).

L’autore dell’Infinito, tuttavia, riteneva che si trattasse di una forma etimologicamente meno vicina alle parole da cui era composta, e nelle Annotazioni del 1824 rivendicò con convinzione l’aggiunta di una “r” che ricalcasse le forme flesse di frater: a distanza di oltre due secoli, si direbbe che sia più che riuscito nel suo intento.

Oggi è quindi un fratricida, e non più un fraticida, chi si macchia dell’omicidio di un fratello o chi, in senso più lato, fa ricorso alla violenza contro una persona del proprio nucleo familiare, amicale o sociale (non a caso si parla di lotte fratricide anche in contesti come quello scolastico, lavorativo o politico).

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Improbo, da Virgilio a Leopardi

Veniamo ora a improbo, aggettivo che a sua volta aveva visto la luce ben prima dell’800, ma che grazie a Leopardi riuscì ad acquisire la sfumatura di un vero e proprio neologismo – inteso come un vocabolo che dà forma a un’idea altrimenti difficile da spiegare con la stessa precisione.

La forma italiana è mutuata dal latino improbus, formato dal prefisso negativo in- e da probus, che voleva dire onesto/retto: il suo primo significato era pertanto quello di malvagio o di iniquo, pur avendo acquisito in certa letteratura classica anche la sfumatura di ostinato e perfino di sproporzionato, di estremo (come dimostrano fra gli altri i testi di Virgilio, uno dei massimi poeti dell’antica Roma).

Traendo spunto da quella tendenza, il grande poeta rispolverò allora l’accezione più desueta di improbo e lo rese sinonimo di troppo faticoso, fuori misura, da cui viene la sua valenza contemporanea di pesanteingrato o comunque eccessivo.

Incombere, o del peso dell’angoscia

Fra i termini latini che attirarono l’attenzione di Leopardi figura poi incombere, dal verbo incumbere, che potremmo spiegare con perifrasi quali posarsi minacciosamente su qualcosa, annunciare in modo allarmante la propria vicinanza (nel tempo o nello spazio) o sovrastare con grave imminenza.

Composta da in-cumbere – che in senso stretto corrispondeva all’italiano giacere all’ingiù –, la parola era caduta per molto tempo nel dimenticatoio, scomparendo perfino dalle opere più solenni. Fortuna che, durante il suo “studio matto e disperatissimo“, venne notata e recuperata dal padre del pessimismo cosmico, che per esempio se ne servì nei primi versi della canzone Ad Angelo Mai (1820):

Italo ardito, a che giammai non posi
di svegliar dalle tombe
i nostri padri? ed a parlar gli meni
a questo secol morto, al quale incombe
tanta nebbia di tedio?

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Zibaldone, uno dei neologismi di Leopardi più enigmatici

E concludiamo con zibaldone, sostantivo con cui Leopardi scelse di chiamare le oltre 4500 pagine in cui, dal 1817 al 1832, aveva fatto confluire i suoi pensieri personali, le sue riflessioni filosofiche e i suoi aforismi più conosciuti.

L’etimologia di questo neologismo è rimasta a lungo incerta: secondo alcune fonti potrebbe essere un’alterazione di zabaione, secondo altre deriverebbe invece da Cibaldone, a sua volta proveniente da Arcibaldo o Prencibaldo – nome di un medico veneziano del IX secolo noto per aver firmato la riduzione in versi di uno sconfinato trattato medico in lingua araba.

Stando a Treccani, però, l’ipotesi più probabile è che sia un’unione del sostantivo zibanda (cioè cibo) con il già citato zabaione, da intendersi come una “insalata contraddistinta da particolare varietà di ingredienti“.

Dopodiché, il titolo leopardiano si impose al punto da diventare, per slittamento metaforico, sinonimo di una qualunque “raccolta disorganica di scritti“: non solo del cantore di Recanati, ma di chiunque dopo di lui si sia cimentato con il genere del diario intellettuale

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Fotografia header: La statua di Giacomo Leopardi a Recanati (MC)

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