In “Falsi amici”, Claudia Durastanti costruisce un mosaico di saggi narrativi intorno all’amore e alle sfumature del potere. ilLibraio.it l’ha intervistata e ha parlato con lei sull’uso dell’io, che negli interventi è presenza costante e attraversa temi diversi, dalla maternità alla violenza domestica, dalla letteratura al femminismo. Un io che l’autrice guarda anche con distanza critica: “Scrivere in prima persona è facile e popolare”. Al centro della conversazione anche la crisi della mobilità sociale e la difficoltà, oggi, di dare voce a un’esperienza working class, quando raccontare i margini sembra possibile soprattutto dopo esserne usciti. Una riflessione sulle eredità letterarie, su ciò che ci ha formato e sulla possibilità di tornare sui propri passi e cambiare idea

Per definire il suo nuovo libro, Claudia Durastanti ha usato la parola mosaico. Ed è una parola che non lascia spazio al decorativo: per non perdersi nel singolo tassello, piccolo e lucente, bisogna fare almeno un passo indietro, e guardarlo con un minimo di prospettiva.

Falsi amici. Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere Claudia Durastanti

Così si maneggia Falsi amici – Qualcosa che ho imparato su amore, violenza e altre sfumature del potere (La nave di Teseo), undici saggi narrativi firmati da una delle voci più affilate della letteratura italiana contemporanea, tradotta all’estero e vincitrice di numerosi premi: avvicinandosi e allontanandosi, di continuo.

Solo così si colgono le gradazioni di un colore che si stinge, si scioglie, che da rosa pesca diventa quarzo, che dal confetto degrada nel pastello e poi, senza preavviso, esplode nello shocking più aggressivo.

Perché il rosa, qui, è il filo – cromatico e concettuale insieme – che tiene insieme le pareti di una camera d’infanzia in provincia di Messina, Piero della Francesca, i quadri di Ettore Spalletti, la narrativa femminile contemporanea e le cotiche di maiale.

Da vicino

Se ci si avvicina, si guarda un tassello alla volta, lo si mette sotto luce diretta.

Il saggio di apertura – “l’ordine dei saggi in una raccolta non è mai casuale“, racconta la stessa Claudia Durastanti in una conversazione con ilLibraio.it – è in realtà un punto d’arrivo: lo stato delle cose in cui si trova un’autrice che fa i conti con la letteratura, la propria e quella che l’ha nutrita.

È un io che parla e, nello stesso paragrafo, un io che si mette sotto processo. Perché quell’io, ammette la scrittrice, è lo stesso che lei e molte delle sue colleghe hanno usato per anni nel giornalismo culturale e nella narrativa: “Una testa d’ariete”, dice, uno strumento euforico e aggressivo per segnalare la distanza dalla generazione precedente e per far guadagnare dignità letteraria a un formato che ne aveva poca.

L’ha difesa, quella scelta. Ora si accorge di quanto fosse tecnicamente comoda: scrivere in prima persona, spiega, “è facile, è popolare e remunerativo”, mentre tenersi fuori dal proprio pezzo, come suggerisce Zadie Smith a proposito della critica impersonale, richiede uno studio che il personale sembra sempre poter aggirare.

Da questa distanza critica si intuisce l’origine del libro, che Durastanti fa risalire a un bagliore di vita vissuta, un episodio molto preciso: aveva vent’anni, era appena tornata da New York al paese di sua madre, seduta su un gradino durante una festa paesana a bere birra in un’estate rovente. A un amico recita a memoria Daddy di Sylvia Plath – quel verso sullo stivale fascista che ogni donna, dice la poesia, ama sul viso – e lui le chiede, sinceramente perplesso, perché mai si dovrebbe desiderare una cosa simile.

Sono stata addestrata al rosa

Una domanda ingenua, pensa lei in quel momento. Eppure quella domanda ha continuato a interrogarla per anni, fino a tornare intatta quando è diventata madre di una figlia femmina e si è chiesta, di nuovo, chi sarebbe diventata: “Sono stata addestrata al rosa“, dice, “e questa parabola mi ha fatto attraversare esperienze molto più cupe di quanto il colore lasciasse immaginare”.

Non è un caso che il libro coincida con la nascita di quella bambina: un passaggio in cui il corpo si frantuma e cambia insieme al resto.

Una lettera d’eredità alla figlia

Falsi amici può essere letto, in un certo senso, anche come una lettera d’eredità alla figlia: un passaggio di consegne disinteressato, una digestione pubblica che è anche un’ammissione: ecco cosa sono stata, dice implicitamente ogni pagina, ecco cosa ho capito, ecco cosa ho amato e temuto – le estati divorate dalla paura di It, le settimane trascorse sola e libera a mangiare cose sbagliate sentendosi comunque felice, la propria famiglia trasformata in materiale romanzesco (è successo con La straniera, libro finalista al Premio Strega 2019 e tra i migliori libri del 2022 per il New Yorker), e un episodio in cui un poliziotto avrebbe potuto salvarla e, invece, ha scelto di non farlo.

Quel racconto è il cuore di uno dei saggi più duri della raccolta: Durastanti aveva otto o dieci anni e suo padre tentava di sfondare la porta di casa, perché sua madre non gli concedeva abbastanza attenzioni. I carabinieri, chiamati più volte a quell’indirizzo, avevano un’idea molto chiara di come si risolve la violenza domestica – arrendersi al più forte – e un agente, chinandosi verso di lei come per confidarle un segreto, le spiegò che sarebbe bastato dare a suo padre “un po’ di conforto e amore“.

Quella frase l’ha scaraventata nella parabola del rosa con una violenza che ci ha messo decenni a essere nominata. Da lì nasce anche la cautela con cui oggi maneggia la parola “patriarcato“: la usa, afferma, solo quando serve davvero, terrorizzata dall’idea che un linguaggio impreciso trasformi un atto specifico in un sentito dire – perché a volte, sostiene, “il patriarcato sembra una scorciatoia sociale” più che una diagnosi.

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Da lontano

Fatti alcuni passi indietro, il mosaico cambia disegno.

La visione di ogni singolo aneddoto, di ogni riflessione e intervento, diventa qualcosa di più grande. Alcuni lettori hanno paragonato Falsi amici a un romanzo, complice forse il passo più rapido di certe pagine più intime, ma Durastanti insiste, senza cedere: è un libro di saggi, e lo ribadisce con ostinazione e affetto, forse perché il saggio – genere a cui si sente legata attraverso autrici come Cristina Campo – le pare oggi “un po’ sciupato”, reso troppo divulgativo dall’uso corrente.

Ha cambiato l’indice del libro molte volte prima di trovare la sequenza giusta: perché anche tra le tonalità di rosa, dice, “è importantissimo lavorare sulle gerarchie“. Ogni tassello deve poter vivere di luce propria, e insieme cedere qualcosa all’insieme.

Riflessioni sulla crisi della mobilità sociale 

Su questo disegno complessivo pesa anche una domanda che Durastanti si porta dietro da tempo, e che nel libro trova solo risposte parziali: quella sulla crisi della mobilità sociale in Italia e, insieme, su chi possa ancora raccontare una traiettoria di classe. “Oggi quello che mi è successo non sarebbe più replicabile”, dice. “Ho potuto scrivere quello che ho vissuto: è stato un trauma, ma ne ho anche goduto in termini concreti”.

La sua storia, insomma, è nata anche da una possibilità di spostamento – geografico, sociale, culturale – che oggi appare più difficile da percorrere e, soprattutto, da trasformare in racconto.

Raccontare i margini

È qui che si apre una contraddizione interessante: raccontare i margini sembra possibile soprattutto quando dai margini si è già usciti. E il vecchio modello della rivalsa sociale, quello che per anni ha alimentato una certa idea di romanzo di formazione e di ascesa, non può essere semplicemente riproposto oggi, perché le condizioni che lo rendevano possibile sono cambiate. Il racconto deve trovare altre forme, dialogare con altri modelli, anche quando continua a partire da esperienze di sradicamento, di classe, di appartenenza.

Tra le autrici contemporanee, uno degli esempi che Durastanti considera più significativi è quello di Nadeesha Uyangoda, che con Acqua sporca (Einaudi) è riuscita a fare del personale qualcosa di più ampio: una storia familiare che attraversa presente e passato, due spazi geografici e identità continuamente sradicate e ricomposte: non tanto la riproposizione di un modello precedente, dunque, quanto la ricerca di una forma capace di contenere una storia che non si lascia più ricondurre a una sola traiettoria.

Il peso delle eredità letterarie

È un pensiero che la porta anche a interrogarsi sul peso delle eredità letterarie, sulle antenate alle quali ci si sente spesso in dovere di legittimarsi, e sulla necessità di continuare a costruire il presente attraverso ciò che è già stato scritto. Arriva allora alla conclusione che, forse, in questo momento, abbiamo meno bisogno di eredità. Possiamo lasciarle un po’ in pace, smettere per un momento di chiederci da dove veniamo e provare a guardare ciò che abbiamo davanti, anche quando è più difficile da raccontare.

Resta, sullo sfondo di tutto il libro, un’idea di femminismo che Durastanti non semplifica mai in una sola direzione: “Una festa“, dice, “ma anche un lavoro” – e ultimamente, ammette con franchezza, la sensazione di essere incappata in un vicolo cieco. Non è una resa, ma piuttosto la stessa onestà che attraversa tutto Falsi amici: la scrittura come rilettura ininterrotta di sé, in relazione a quello che si vive. Perché anche quando si torna su un libro amato – Il grande Gatsby, Lolita, It – qualcosa è cambiato.

Non si è più la stessa persona

Si legge qualcosa, dice Durastanti, e non si è più la stessa persona. Vale per chi legge e vale per chi scrive. Ma vale anche per chi vive e dà la vita.

C’è anche questo, nel mosaico: la possibilità di tornare sui propri passi, di mettere in discussione ciò che si è pensato e persino ciò che si è scritto, senza chiedere scusa né permesso. Di questi tempi non è così facile, in un’epoca che sembra chiedere soprattutto di essere coerenti con la propria versione precedente. Lasciare che le proprie idee cambino forma significa anche accettare che il disegno non sia mai definitivo. È forse questa la cosa più difficile da trasmettere a un lettore e a una figlia: la libertà di spostare i tasselli.

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Fotografia header: Claudia Durastanti nella foto di Maria Ródenas Sainz de Baranda

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