Da Zadie Smith a Valeria Luiselli, passando per Naomi Alderman e R.O. Kwon: Silvia Bottani, al debutto narrativo con "Il giorno mangia la notte", racconta su ilLibraio.it una serie di romanzi e raccolte di racconti di autrici che affrontano il tema della multiculturalità e scelgono di mettere al centro delle proprie narrazioni personaggi femminili: "Le protagoniste dei libri che ho scelto illuminano le contraddizioni e la bellezza di un 'laboratorio sociale globale' dove identità diverse cercano di affermarsi in un presente confuso, percorso da tensioni identitarie, profonde ma anche animato da una crescente consapevolezza e dal desiderio di costruire nuove forme di solidarietà..."

Cosa significa vivere in una società multiculturale? La letteratura ha provato a raccontare l’evoluzione delle società metropolitane in tutta la loro complessità, grazie alla sua capacità specifica di offrire prospettive molteplici da cui osservare la realtà. Basta aprire una pagina di Jean Claude Izzo per immergersi nelle banlieux di Marsiglia o leggere Edouard Louis per trovarsi di fronte agli umiliati e offesi del profondo nord della Francia, oppure seguire i personaggi di Jhumpa Lahiri per avere un assaggio dei pregiudizi, degli slanci e delle domande che nascono dall’incontro tra Oriente e Occidente.

Se la cultura è un concetto sfuggente – sfido a darne una definizione che metta tutti d’accordo -, la multiculturalità è invece concreta e ne facciamo esperienza ogni giorno, osservando le città cambiare forma. Negozi, luoghi di culto, abitudini di consumo ma anche condomini, aule scolastiche, aziende: culture diverse convivono rivendicando diritti, cercando il proprio posto nel mondo. Dalla dialettica di queste forze scaturisce una realtà conflittuale, ma anche fertile e in continua evoluzione.

In questo scenario si moltiplicano le voci di autrici che affrontano il tema della multiculturalità e scelgono di mettere al centro delle proprie narrazioni personaggi femminili. Le donne protagoniste dei sei romanzi e delle raccolte di racconti che ho scelto illuminano le contraddizioni e la bellezza di un “laboratorio sociale globale” dove identità diverse cercano di affermarsi in un presente confuso, percorso da tensioni identitarie profonde ma anche animato da una crescente consapevolezza e dal desiderio di costruire nuove forme di solidarietà.

Zadie Smith – Swing time (Mondadori, 2018)

Parola chiave: ritmo

Zadie Smith

Zadie Smith ha la capacità rara di procedere mano nella mano con il lettore, innescando un processo di scoperta in tempo reale, senza mai imporre la propria volontà al lettore. I suoi romanzi e i suoi saggi rappresentano un’esperienza di libertà per chi legge, e il dubbio diventa un metodo per accostarsi alle cose.

Nata nei sobborghi nord ovest di Londra da padre inglese e madre giamaicana, Smith ha fatto del multiculturalismo uno dei temi chiave della propria narrativa. Swing Time, del 2018, racconta l’amicizia tra due bambine figlie di genitori multirazziali che si incontrano a un corso di danza nei sobborghi di Londra, un’amicizia che si sviluppa negli anni attraversando i continenti. Trisha è figlia di una madre single appartenente a un proletariato bianco senza ambizioni e tradito dalla politica. Accudente, è concentrata sullo straordinario talento della figlia, che riempie di attenzioni; la protagonista (che non ha un nome), è dotata di talento canoro e appassionata di vecchi film hollywoodiani, ma ha scarsa predisposizione per la danza e porta il fardello di una madre bellissima ed egoista, che cerca con tutte le proprie forze di emanciparsi dal proprio ceto sociale per accreditarsi come intellettuale femminista. Swing Time, primo romanzo scritto in prima persona dall’autrice, è materiale incandescente, un antidoto contro i pregiudizi e una storia di amicizia e rivalità scritto a passo di danza. Nell’incipit fulminante è racchiuso tutto il rapporto tra “l’amica geniale” Trisha e la protagonista, che vive di luce riflessa fino al giorno in cui perde tutto e, solo allora, riesce a spiccare il volo: “Era il primo giorno della mia umiliazione”.

Lesley Nneka Arimah – Quando un uomo cade dal cielo (SEM, 2019)

Parola chiave: orgoglio

Lesley Nneka Arimah

Se Chimamanda Ngozi Adichie è considerata la voce più nota della Nigeria, c’è un’altra giovane autrice che ha saputo imporsi nel panorama internazionale con le sue storie impregnate di umorismo nero e realismo magico, vincendo numerosi premi e collezionando riconoscimenti: Lesley Nneka Arimah.

Quando un uomo cade dal cielo raccoglie dodici racconti ambientati tra gli Stati Uniti e la Nigeria, che hanno per protagoniste donne che si scontrano con un realtà sempre difficile, a tratti crudele. I personaggi di Arimah sono talvolta scostanti, raccontate nelle loro debolezze e ambiguità, impegnate in una lotta quotidiana con le aspettative di famiglie, amanti, della comunità di appartenenza o della società, sia essa quella d’origine che quella statunitense. Sono donne che spesso perdono le battaglie intraprese, ma che appaiono monumentali nella loro ostinazione e nell’orgoglio che le anima.

Attraversando con disinvoltura i generi, Arimah si impone con una scrittura dall’umorismo tagliente, che non lascia spazio al sentimentalismo né a una visione stereotipata delle donne o della cultura nigeriana. Un racconto tra tutti: Redenzione.

Valeria Luiselli – Archivio dei bambini perduti (La Nuova Frontiera, 2019)

Parola chiave: ascolto

valeria luiselli

Prima di scrivere Archivo dei bambini perduti, Luiselli ha pubblicato Dimmi come va a finire. Un libro in quaranta domande, riflessione sulla parola come strumento salvifico nata dall’esperienza di interprete volontaria per i bambini presso il Tribunale di New York. In Archivio, Luiselli affronta il tema delle migrazioni che interessano il confine tra Stati Uniti e Messico attraverso la lente del romanzo, con un viaggio a ritroso da New York al deserto, alla ricerca dei “bambini perduti”, quelli che non ce l’hanno fatta e sono morti nel tentativo di ricongiungersi ai familiari e conquistare il diritto a una vita migliore. Mescolando fiction, memoir, saggio e reportage, l’autrice dà vita a un romanzo ibrido che risucchia lo spettatore dalle atmosfere ordinarie, rassicuranti di una famiglia di New York, composta da una giornalista e un acustemologo, genitori di un bambino e una bambina, attraverso un on the road via via più allucinato, nel tentativo di documentare suoni e voci degli Apache sterminati durante il genocidio degli indiani e dei bambini migranti. Il peso delle scelte di una politica che non ha cura dei cittadini più fragili, sia essa incarnata dal volto liberal di Barack Obama, sia dall’imprevedibile Trump, riverbera sulla famiglia di origine messicana della protagonista, che annega nell’afasia e ricerca un senso in una vicenda collettiva talmente dolorosa da annichilire qualunque ragione. Solo i bambini, con il loro potenziale immaginifico, riusciranno a dare una svolta a una vicenda in cui nessuno sembra potersi salvare.

Naomi Alderman – Disobbedienza (Nottetempo, 2018)

Parola chiave: comunità

Naomi Alderman

Naomi Alderman nasce a Londra e cresce nella comunità ebraica ortodossa di Hendon ed è proprio il mondo ultraortodosso delle periferie londinesi lo scenario di Disobbedienza, il suo romanzo di esordio pubblicato per la prima volta in Italia nel 2007.

Ronit è la figlia del rabbino capo ed è omosessuale. Ester è la donna che ama, riamata, e Dovit è il suo migliore amico nonché nipote del rabbino. Mentre Ronit decide di ribellarsi alle regole rigide della comunità, tradendo il patto implicito che ne rende possibile l’esistenza e trasferendosi negli Stati Uniti, Dovit sceglie di dedicare la sua vita a un’obbedienza radicale. Ester nel frattempo diventa sua moglie e tutto sembra funzionare finché Ronit non torna a Londra per il funerale del padre. L’incontro con Ester e Dovit, nel frattempo sposati, e il confronto con le persone della comunità, metterà i tre amici di fronte alla verità dei loro desideri e delle loro scelte.

Disobbedienza è un romanzo che viviseziona i meccanismi che regolano la vita di una comunità e, con sensibilità e ironia, si interroga sul valore della scelta individuale: esiste una possibile terza via per essere felici, tra una sistematica trasgressione delle regole imposte dalla società e la scelta di adeguarsi alle regole che sacrificano l’individualità a favore del benessere collettivo? In tempi in cui le persone si sentono sempre più sole e oscillano tra un conformismo rassicurante e un individualismo spinto, il romanzo di Alderman riflette della dicotomia appartenenza/libertà e sul valore della comunità e sulle sue antinomie, senza ideologie né pregiudizi.

(a cura di) Igiaba Scego – Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (effequ, 2019)

Parola chiave: decolonizzazione

Igiaba Scego

Malgrado la sua lunga storia di paese al centro del Mediterraneo, crocevia di scambi economici e culturali, l’Italia fatica a fare i conti con la multiculturalità e con il proprio passato coloniale. Questa raccolta curata da Igiaba Scego è l’occasione per ascoltare le voci delle narratrici afroitaliane, rimaste pressoché nell’ombra finché il dibattito sullo Ius Soli ha risvegliato l’attenzione sugli italiani e italiane di seconda e terza generazione. Scego, scrittrice e giornalista italiana di origini somale, si occupa da anni di scritture migranti, di razzismo e transculturalità e per l’occasione raccoglie in Future (che si legge con pronuncia italiana) undici autrici che ci restituiscono la ricchezza e la moltitudine di caratteri che appartengono a un continente dalle infinite sfumature. Racconti in prima persona – tra cui alcuni redatti da studiose come Camilla Hawthorne, Prisca Augustoni e Angela Pesarini – che raccontano le paure, le difficoltà, il confronto con gli stereotipi e la conseguente presa di coscienza degli afrodiscendenti italiani. Future è una lettura consigliata a chiunque abbia voglia di riflettere su cosa significhi appartenere a una cultura, sui concetti spesso strumentalizzati di patria, appartenenza, nazione, e su come tali concetti apparentemente disincarnati possano agire sui corpi e sulla psiche delle persone. Un libro che fa piazza pulita del rischio del “tokenism” (quell’insieme di pratiche realizzate per dimostrare una sostanziale parità di condizione nei confronti delle minoranze ma in realtà attuate allo scopo di beneficiare di un’equità di facciata) dando la parola a chi vive in prima persona la multiculturalità come condizione esistenziale.

BONUS:

R.O. Kwon – The Incendiaries (in Italia pubblicato da Einaudi con il titolo Gli incendiari) – (Virago – Little, Brown Book Group, 2018)

Paola chiave: fede

gli incendiari

Phoebe Lin e Will Kendall sono due studenti che si incontrano nella prestigiosa Edward University, negli Stati Uniti. Phoebe è una ragazza di origine coreana cresciuta in California, ammaliante e popolare, che nasconde un profondo senso di colpa per la morte della madre in un incidente d’auto; Will invece è un ragazzo proveniente dal Bible College che ha abbandonato un credo religioso radicale dopo aver perso la fede. Phoebe nel frattempo si avvicina un culto cristiano segreto fondato da un ex-studente, John Leal, oggi leader carismatico della setta. La fascinazione di Phoebe per Leal cresce insieme alla sua relazione con Will; ogni capitolo è raccontato in prima persona, intervallando la narrazione con gli spazi dedicati al fondamentalista Leaf, una figura carismatica e misteriosa, con un passato che si perde nelle ombre dei gulag della Corea del Nord.

Kwon, anch’essa di origine coreana, costruisce una storia tutta in crescendo, incentrata sul tema del potere e sul bisogno di credere, e osserva lo svilupparsi della deriva religiosa e della passione amorosa come due facce della stessa medaglia. Con una scrittura ricercata e immaginifica, che rinuncia al realismo per infondere un’atmosfera di trascendenza a tutto il racconto, l’autrice tesse una tela che avviluppa il lettore e lo conduce all’interno di un triangolo pericoloso, costruito sul dolore. Kwon non offre risposte e il finale mantiene intatto l’enigma che avvolge i personaggi e la storia. The Incendiaries è un romanzo cupo, capace di inquietare: sembra affermare che le culture che si incontrano talvolta deflagrano e non rimane che guardare il fuoco che brucia, impauriti e ammaliati da un mistero insondabile.

Silvia Bottani - foto di (C) Tiziana Orrù
Silvia Bottani – foto di (C) Tiziana Orrù

IL LIBRO E L’AUTRICE – Silvia Bottani (foto di Tiziana Orrù, ndr), nata e cresciuta a Milano, è critica e giornalista (scrive di arte contemporanea e cultura). È al debutto nel romanzo con Il giorno mangia la notte, in cinquina nella prima edizione del premio Dea Planeta. La trama ci porta a Milano, in estate. Le vite di tre sconosciuti si intrecciano in una città in pieno mutamento, capace di rari squarci romantici e quotidiana ferocia. Giorgio è un uomo di cinquantacinque anni che soffre di gambling patologico. Ex pubblicitario rampante, oggi è un uomo cinico, cocainomane, dipendente dall’alcool e separato dalla moglie Marina, di cui è ancora innamorato; Naima, una bella ragazza di venticinque anni, italiana di origine marocchina, pratica la kick boxe e lavora come insegnante di sostegno in una scuola elementare; Stefano, figlio di Giorgio, è un ventottenne pugnace, praticante avvocato e militante neofascista. A seguito di una rapina improvvisata e letale, messa in atto da Giorgio nei confronti della madre di Naima, le vite dei tre protagonisti si incrociano. Alla morte della donna seguiranno una catena di eventi e i tre si troveranno a fare i conti con gli aspetti più oscuri di sé e con le conseguenze di un gesto insensato, sullo sfondo di una città in cui il conflitto sociale cresce come una febbre. Vittime e colpevoli saranno risucchiati nello stesso gorgo, attraverso tentativi di riscatto sociale, pregiudizi e violenza, fino all’accettazione di un’umanità piena di contraddizioni e un’impossibile catarsi.

silvia bottani

Commenti