“Per gli italiani la scrittura delle donne ha poca importanza. O forse viene vissuta come minacciosa?”. Se lo chiede la scrittrice Bianca Pitzorno, finalista al Premio Strega 2026. Mentre il premio vive giorni di tensione a seguito dello scontro tra Michele Mari e Teresa Ciabatti, in questa riflessione l’autrice di “La sonnambula” cita sia la figura di Grazia Deledda, sia quella di Michela Murgia, al centro dell’ultimo “caso”: “Il brutto vezzo di giudicare una donna che scrive non per il valore dei suoi testi ma per il suo carattere impetuoso e il suo coraggio di non rifuggire le polemiche, mascherato dal pretesto di un aspetto sgradevole, evidentemente è ancora in auge”. Pitzorno ricorda il rapporto con la corregionale Murgia (“Qualche volta non ero d’accordo con le sue opinioni, ma riconoscevo la sua estrema bravura nell’argomentarle”), e conclude: “Voi che ci giudicate dalla nostra bellezza o bruttezza, volete lasciarci parlare e scrivere in pace?”

A movimentare il tour di avvicinamento alla finale dell’80esima edizione del Premio Strega, in programma l’8 luglio a Roma, una polemica che ha visto al centro la figura di Michela Murgia, scrittrice e attivista sarda venuta a mancare nell’estate di tre anni fa. Il “caso” ha visto scontrarsi (in un contesto privato, reso poi noto da un retroscena di Repubblica.it) Michele Mari, che si è in seguito scusato, dopo aver negato le voci, e un’altra autrice finalista, Teresa Ciabatti. A intervenire, anche la Fondazione Bellonci. Nel nostro articolo, i particolari sulla querelle.

Qui di seguito ospitiamo una riflessione di Bianca Pitzorno, autrice amata da più generazioni di lettrici e lettori, in sestina all’edizione 2026 del riconoscimento letterario più ambito e discusso con La sonnambula (Bompiani).

di Bianca Pitzorno

L’Italia ha avuto un unico Premio Nobel per la narrativa (gli altri cinque per la Letteratura erano poeti o commediografi), e l’ha vinto Grazia Deledda cento anni fa: ci saremmo aspettati che nelle tracce dell’esame di maturità Deledda fosse in qualche modo ricordata. E invece niente.

Grazia Deledda GettyEditorial 18-6-2026

Grazia Deledda (foto GettyEditorial)

Per gli italiani la scrittura delle donne ha poca importanza

Una dimostrazione di più che per gli italiani la scrittura delle donne ha poca importanza. O forse viene vissuta come minacciosa? Specie se la donna che si azzarda a scrivere è nubile, non ha un uomo al suo fianco, quindi si suppone che non conosca gli uomini, o forse è risentita perché nessun uomo l’ha voluta, nessun maschio l’ha giudicata attraente. Perché sono gli uomini che decidono se una donna è bella o brutta.

Ma cosa c’entra l’aspetto col saper scrivere bene, avere una visione del mondo profonda e saperla esprimere in modo artistico, saper ragionare e, nella vita pubblica, avere delle opinioni e sostenerle? C’entra, c’entra. Cosa ci si può aspettare di buono infatti da una persona frustrata?

“Ma cosa gli ha fatto la povera Michela?”

Scorrendo la mia pagina Facebook trovo alla data del 2 gennaio 2023 una mia protesta contro Vittorio Feltri che sul suo Twitter aveva scritto di Michela Murgia: “Non mi piace non per quello che dice o scrive ma perché è brutta come l’orco”.

Un mese prima aveva scritto, lodando in contrasto Giorgia Meloni: “E sapete perché la Murgia è così cattiva? Perché è brutta come una strega”. Mi ero chiesta: “Ma cosa gli ha fatto la povera Michela?” (che nell’agosto dello stesso anno sarebbe morta, ma ancora non si sapeva che fosse così gravemente ammalata).

“Tu non hai il diritto di pensare”

Ovviamente quello che soprattutto non piaceva a Feltri erano le sue opinioni, ma riconoscerlo era per lui abbassarsi troppo. Ricordate cosa diceva ad Alice la Regina di Cuori nel romanzo di Lewis Carroll? “Tu non hai il diritto di pensare”.

Questo brutto vezzo di giudicare una donna che scrive non per il valore dei suoi testi ma per il suo carattere impetuoso e il suo coraggio di non rifuggire le polemiche, mascherato dal pretesto di un aspetto sgradevole, evidentemente è ancora in auge.

Io non sono tra coloro che si vantano di essere state amiche intime di Michela Murgia.

La differenza d’età e il fatto di vivere in città diverse ci ha sempre impedito quella frequentazione assidua che fa nascere un’amicizia. Ma la conoscevo, l’ho incontrata molte volte, ci ho conversato, ho scherzato insieme a lei…

Non mi è mai capitato di assistere a un suo atteggiamento violento, anzi ne ho goduto l’ironia e l’allegria. (A un convegno serissimo ad Alghero abbiamo cantato insieme tutta l’aria Un bel dì, vedremo dalla Butterfly di Puccini: una più stonata dell’altra, con il pubblico piegato in due dalle risate).

Sia pure da lontano le volevo bene, la stimavo, le ero riconoscente per alcune circostanze nelle quali era stata con me generosa nel recensirmi e anche per il fatto di avermi perdonato di gran cuore alcuni sgarbi involontari.

Apprezzavo la sua scrittura ma anche e soprattutto il suo senso civico, il suo slancio etico e anche la sua vis polemica.

“Qualche volta non ero d’accordo con le sue opinioni”

Qualche volta non ero d’accordo con le sue opinioni, ma riconoscevo la sua estrema bravura nell’argomentarle. E quanto al suo aspetto fisico… la trovavo gradevole, carina, fornita di una grazia non convenzionale, non certo la solita modella da servizio di moda, ma piena di un fascino sensuale e femminile, come l’abbiamo tutti potuta apprezzare nella bellissima intervista che poche settimane prima di morire ha rilasciato a Vanity Fair.

E non era affatto frustrata. Perché mai avrebbe dovuto esserlo? Partita da origini molto umili con le sue sole forze è diventata una scrittrice famosa, un’opinionista molto seguita; ha vissuto amori travolgenti e ricambiati, ha persino calcato in modo eccellente e con grande successo le tavole del palcoscenico recitando la parte di Grazia Deledda nell’opera di Marcello Fois Quasi Grazia, testo teatrale in tre atti.

“In Italia noi donne che scriviamo veniamo considerate quasi sempre con sufficienza”

E così torniamo a Grazia Deledda e al fatto che in Italia noi donne che scriviamo veniamo considerate quasi sempre con sufficienza, ci si applicano dei cliché da cui è difficilissimo liberarci anche se ci capitasse di scrivere la Divina Commedia. E qualcuno si permette di giudicarci per il nostro aspetto. (Che invidia in queste circostanze per Elena Ferrante!) Ma non è che invece a qualcuno degli scrittori maschi facciamo paura?

Mi piace chiudere questo ragionamento ricordando una straordinaria poetessa veneziana del Cinquecento, Veronica Franco (è in un suo testamento che appare per la prima volta il termine «figlio d’anima» tanto caro a Murgia, e non sono forse anche i romanzi figli d’anima?): cortigiana e orgogliosa di esserlo, da un rivale maschio di più scarso talento fu addirittura denunciata all’Inquisizione.

Per favore, voi che ci giudicate dalla nostra bellezza o bruttezza, volete lasciarci parlare e scrivere in pace?

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La sonnambula il nuovo romanzo di Bianca Pitzorno (foto di Getty, gennaio 2026)

Bianca Pitzorno (foto GettyEditorial)

L’AUTRICE – Bianca Pitzorno (Sassari, 1942) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato dal 1970 a oggi più di settanta opere tra saggi e romanzi, per bambini e adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copie vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi.

Ha tradotto a sua volta Tolkien, Sylvia Plath, David Grossman, Enrique Pérez Díaz, Tove Jansson, Soledad Cruz Guerra e Mariela Castro Espín.

I suoi ultimi libri sono La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi) (Mondadori 2015), Il sogno della macchina da cucire (Bompiani 2018), Sortilegi (Bompiani 2021), Donna con libro (Salani 2022) oltre a due racconti in plaquette – Piante di via Romolo Gessi e Nata sotto un cavolo – con l’editore Henry Beyle (2021 e 2022).

Con La sonnambula (Bompiani) Pitzorno quest’anno è in finale al Premio Strega. Un libro, da settimane in classifica, che abbiamo recensito qui.

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