Alessandra Castellazzi, editor e traduttrice, debutta da autrice con “La radura”, un romanzo dominato “dai sintomi di corpi sensibili ai sussurri della natura, ben oltre il normale ordine delle cose”. Nella sua riflessione la scrittrice ci racconta quali sono state le suggestioni che hanno influenzato il suo immaginario, che si raccoglie nell’espressione “Morte per paesaggio” (che riassume “il legame tra i vari generi di sparizioni da cui mi sentivo calamitata. Era un’espressione che poteva guidarmi nella scrittura”)
Nell’estate del 2022 la siccità era un pensiero costante. L’inverno era stato mite e soleggiato sulle Alpi, aveva piovuto e nevicato poco, e la fine della primavera portava con sé un caldo anomalo nel Nord Italia. Il Po aveva raggiunto i minimi storici, si susseguivano notizie allucinate: a marzo era riemerso un carro armato tedesco affondato durante la Seconda guerra mondiale, in estate l’acqua salata del mare aveva iniziato a incunearsi nel flusso indebolito del fiume, risalendo il Delta.
In quel periodo io cominciavo a pensare a La radura.

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La radura è un romanzo ambientato all’inizio dell’estate in un paese di pianura in cui non piove da mesi. È un’estate precedente, quella del 2003; anche allora l’Europa era stata investita da una lunghissima ondata di calore. Ma l’ansia che si insinua è la stessa, lo stesso è il desiderio – nei personaggi – che tornino ad avvicendarsi le stagioni, riprendano il loro ritmo consueto.
Nell’estate del romanzo, l’angoscia collettiva per la siccità si accompagna a un’altra, intima: Viola, la protagonista, non si rassegna alla scomparsa di sua sorella, avvenuta in autunno. Nella sua mente le due assenze si sommano, si confondono, infine si fondono. Quando tornerà la pioggia tornerà anche sua sorella, pensa Viola. Sistemata una cosa si risolverà anche l’altra.
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Sono cresciuta in un paese sull’Adda, un pezzo di pianura dove di acqua ce n’è tanta. Il fiume è energico, conserva ancora un ricordo delle montagne nella vivacità della corrente; dal suo corso si diramano diversi canali, che riempiono i fossi, che irrigano i campi. Nell’estate del 2022 l’Adda era magro. I fossi secchi. I raccolti stentati. Era un paesaggio di cui riconoscevo le coordinate ma che al tempo stesso rivelava un’estraneità profonda: era visibilmente più arido, senza gli odori a cui ero abituata, i suoni; era un paesaggio che quell’estate stava diventando irriconoscibile. Sembrava sparire.
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L’autrice ritratta da Luca Notarfrancesco
Nei mesi in cui prendeva forma questa storia, ho prestato inconsciamente attenzione a immagini, incontri, suggestioni, impressioni legate al paesaggio e alla sparizione. La serie Siluetas dell’artista cubano-statunitense Ana Mendieta: una sagoma di donna riempita di fiori, di carboni ardenti o di vernice rossa, ripetuta in diversi scenari, tra rovine azteche, nelle rive fangose di un torrente, sotto il tronco nodoso di un albero.
Una frase detta da Anna Nadotti, traduttrice di Amitav Gosh, durante un incontro con lo scrittore: “Come si racconta il lutto per un fiume che scompare?”. La visione di Picnic a Hanging Rock di Peter Weir: il giorno di San Valentino del 1900 tre studentesse e un’insegnante scompaiono inspiegabilmente durante una gita a una strana conformazione rocciosa nell’outback australiano.
Queste impressioni sparse si sono poi raccolte attorno a un centro gravitazionale quando ho letto Narrazioni dell’estinzione di Elvia Wilk, un saggio che ripercorre le forme di narrazione speculativa in grado di aiutarci a comprendere i nostri tempi. Il suo titolo originale è Death by landscape, da un racconto di Margaret Atwood degli anni Novanta: due ragazze adolescenti si staccano dal gruppo di un campo estivo per passeggiare in un bosco; in un minuto, mentre una non guarda, si sente un urlo, e l’altra scompare. È diventata albero. Nel saggio ci sono tanti autori e autrici a me cari: Han Kang, Anne Carson, Ursula Le Guin, e altri rimandi ancora: VanderMeer e le mistiche; Mark Fisher e Giovanna d’Arco.
Morte per paesaggio. Era un’espressione che riassumeva il legame tra i vari generi di sparizioni da cui mi sentivo calamitata. Era un’espressione che poteva guidarmi nella scrittura.
Una volta che si inizia a vedere una trama nella realtà, dei segni che sembrano parlarsi, tutto pare confluire verso un’unica idea. È quello che succede a Viola, la protagonista di La radura, sicura che ci sia qualcosa che non va nel suo paese, che la scomparsa di sua sorella sia legata a qualcosa di più grande, e di poter trovare una risposta al mistero affidandosi al proprio intuito.
Ma valeva lo stesso per me. Gli incontri fortuiti nel mio quotidiano sembravano parlarsi. Un albero assediato da fili bianchi ricompare nel romanzo, diventa un magnete. Il ricordo d’infanzia di una radura in primavera, un posto appartato vicino al fiume, abbracciata dagli alberi, con il dettaglio indelebile dell’odore di erba cipollina; una radura impossibile da ritrovare in un’altra stagione, perché con gli alberi spogli smetteva di esistere, diventava un semplice cerchio di tronchi e rami nudi. Di nuovo sparizione, di nuovo paesaggio, sempre mescolati, fusi.
Da qui è nata la vera protagonista del libro: la radura. Il luogo dove mettere in scena le inquietudini, le assenze, il desiderio e la paura dell’incontro con un’alterità allettante, totale, vicinissima.
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L’AUTRICE E IL LIBRO – Alessandra Castellazzi, editor e traduttrice (Maggie Nelson, Mark O’Connell, Lidia Yuknavitch e Olivia Laing sono solo alcuni delle autrici e degli autori che ha tradotto), si occupa di libri e letterature su alcune testate online. È stata caporedattrice della rivista Il Tascabile di Treccani e dal 2022 è editor della collana Not di NERO Editions.
La radura (pubblicato da e/o) è il suo debutto narrativo. Un esordio dominato “dai sintomi di corpi sensibili ai sussurri della natura, ben oltre il normale ordine delle cose”. Tra inquietudine e meraviglia, l’autrice tesse la storia di una piccola città di pianura sulle rive dell’Adda che attende con impazienza e timore l’arrivo della prima pioggia. L’anno prima, infatti, una piena si è portata via Greta, una delle giovani donne scomparse dal paesino.
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In questo contesto, Viola, la sua sorella maggiore, vive l’estate della seconda media. Passa i giorni girovagando per il paese e le sembra di riconoscere dei segnali insoliti: gli animali si comportano in modo strano mentre la vegetazione sembra soffrire sotto un’afa che comincia a farsi intollerabile.
Seguendo i segni che la circondano, la giovane protagonista giunge in un posto nascosto che sembra celare la chiave per ritrovare la sorella: una radura meravigliosa e rigogliosa. Tra new weird e climate fiction, Castellazzi tesse il destino di Viola, un’avventura misteriosa che la inebria e la illude, portandola a fare i conti con la crescita, la perdita, la natura, le scelte e la libertà.
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Fotografia header: Alessandra Castellazzi nella foto di Luca Notarfrancesco