Che cos’è l’ispirazione? E da dove viene davvero? Nel suo nuovo libro, intitolato “Una cosa spirituale”, il cantautore, scrittore e insegnante di yoga Vasco Brondi esplora l’atto creativo nelle sue radici mistiche, intrecciando la propria esperienza con quella di grandi nomi come Nick Cave, Marina Abramović e Federico García Lorca. Un testo compatto ma densissimo, che invita chiunque – e non solo chi fa arte in senso stretto – a (ri)scoprire con la giusta postura quella “scintilla” che dà valore al nostro stare al mondo…

Una cosa spirituale (e cinque domande per costeggiarla)

Raccontare di sé e del proprio rapporto con la creatività è un’impresa in cui a volte si evita di imbarcarsi per non incorrere in quel rischio – sintetizzato dal filosofo Friedrich Nietzsche – per il quale “se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te“.

Eppure, dopo aver passato anni a separare la sua ricerca interiore dal suo mestiere principale, è proprio con il suo abisso verticale che si riconcilia Vasco Brondi nell’ultimo libro a cui ha lavorato, Una cosa spirituale, appena dato alle stampe per Einaudi.

Un testo essenziale ed episodico, e che tuttavia si confronta con una materia talmente “fragile e preziosa” da richiedere un metodo di avvicinamento il più meticoloso possibile, per applicare il quale proveremo a usare come bussola le 5 W del giornalismo anglosassone…

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Chi?

Partiamo da quella che su due piedi si direbbe la questione più facile: chi è che ci parla dell’arte come di una cosa spirituale, all’interno di questo omonimo pamphlet?

Va da sé che il primo sia Vasco Brondi, classe 1984, cresciuto a Ferrara, che ha esordito nella scena musicale con l’album Canzoni da spiaggia deturpata, a nome Le luci della centrale elettrica (progetto artistico conclusosi nel 2019).

Cantautore e scrittore, nonché insegnante e studioso di yoga e di meditazione, e che però non è l’unico “autore” del libro.

Mezzobusto del cantautore Vasco Brondi

Vasco Brondi (nella foto di Valentina Sommariva)

Le sue idee formano infatti una rete intertestuale in cui il senso di ogni frase si di-spiega in relazione alle parole di qualcun altro – dal duende di Federico García Lorca al “campo unificato” di David Lynch, passando per lo “shock empatico” di Jack Kerouac e per le riflessioni di Gandhi, Nick Cave, Federico Fellini, Byung-Chul Han, Marina Abramović, Haruki Murakami, Simone Weil e il Dalai Lama.

Impossibile, dunque, trovare un punto in cui inizia l’entità Brondi e finisce quella di chi ispira o conferma le sue definizioni di creazione: il testo è una scacchiera con i pezzi mescolati e intenti a cor-rispondersi tutti fra di loro, in un fluire di mosse nel quale conta più giocare una partita d’insieme che risalire alla paternità di ogni suggestione.

Che cosa?

O per meglio dire: quale cosa fa allora da collante in un coro di voci tanto diverse?

Una risposta convincente si inizia a delineare quando apprendiamo che, nel XIX secolo, il celebre compositore Johannes Brahms chiese al critico Arthur Abell di non pubblicare l’intervista che gli aveva concesso “se non cinquant’anni dopo la propria morte, perché si vergognava delle cose che diceva“.

La copertina del libro Una cosa spirituale di Vasco Brondi

“Dice: ‘Non ho scritto una sola nota, perché io vado in uno stato di trance e una forma molto alta e spirituale – che io chiamo Dio, ma voi potete chiamare come volete – mi fa arrivare la musica‘. Era imbarazzato a dirlo ad alta voce ma poi in questo libro Abell ne intervista altri tra cui Wagner, Weber, Puccini e alla fine […] sono tutti disposti ad ammettere che non hanno scritto una sola nota“.

E lo stesso sembra valere per la scrittura, la pittura, il cinema: c’è come una voce che vibra al di fuori di sé – e fare arte diventa quella cosa per cui d’un tratto ci si stupisce a parafrasare un suo fonema scivolato nell’imbuto dei nostri sensi.

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Dove?

Ora: si crederà che un’esperienza così eccezionale possa verificarsi solo in una metropoli pulsante come New York, o durante un ovattato ritiro Vipassana, mentre Brondi ci dimostra che esistono ben più scale di grigi (autobiografiche e non).

Può accadere a un gruppo di adolescenti riuniti in una sala prove, nella camera da letto di una nonna, in una baita a duemila metri, alla bocca dello stomaco, davanti a un monitor. E soprattutto, come cantavano i CCCP in Noia, “a Reggio, a Modena, a Parma, a Fiorano, a Sassuolo, a Carpi“.

Perché l’importante è che quella cosa spirituale intercetti uno spazio nel quale incunearsi: vuoto, slargato, disutile. Interiore o esteriore che sia, fa poca differenza. Purché risulti scomodamente familiare e imbevuto di ricettori.

Ancora meglio, poi, se è un luogo in cui si arriva affaticati, con il corpo pronto a cedere il controllo: a quel punto sì che ci si ritroverà nella postura (o nell’appostamento) migliore per accogliere una scintilla di ispirazione – e nel momento più propizio per tenerla accesa.

Quando?

Del resto, a essere ancora più cruciale del dove, è forse il quando correlato al fare arte.

Confidare che attirare i fulmini o ascoltare gli alberi, riconnettendosi a una dimensione panteistica (e pertanto rivelatoria e parlante) dell’esistenza, sia un processo scandito dal metronomo che regola gli streaming di Spotify o le riprese di un lungometraggio, pensandoci bene, sarebbe assurdo.

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Quando subordiniamo il riposo al lavoro“, osserva Brondi in merito, “ci sfugge il divino. […] Mentre si è trascinati non è possibile essere creativi”, motivo per cui è solo nella ripetitività del non fare niente che ci si può sporgere verso il fare arte.

Non per scalare le classifiche di vendita, ma per condividere con l’Altro un sentire liberatorio, un salva-gente di resistenza alla società del capitale, che sedimenti al di là dello spazio-tempo terreno.

Una cosa spirituale: perché?

E però, se è così faticoso contattare quella cosa spirituale e distillare tre minuti scarsi di canzone (quando va bene), a che pro adoperarsi tanto? E a che scopo misurarsi con un volumetto del genere, specie se nella vita non ci si occupa personalmente di fare arte?

Una prima motivazione possiamo rintracciarla nella massima evangelica per cui “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Matteo, 4:4).

A riprova del fatto che chiunque di noi si nutre dell’arte nella vita quotidiana, anche quando ci limitiamo a riceverla in dono, e che potrà quindi tornarci comodo un prontuario dedicato alle preghiere, alla gratitudine e all’identikit di chi si mette al servizio del sacro per noi e in vece nostra.

Mentre una seconda ragione ce la indica Pablo Picasso, quando afferma che “tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi“.

Perché in effetti l’artista non è una cosa che si fa, o che si diventa una volta per tutte: l’artista è una cosa che possiamo allenarci tutti i giorni a (ri)scoprirci. Come? Imparando intanto ad abitare il disagio dell’imperfezione e a scartocciare sovrastrutture, definizioni, aspettative, paure, simboli e obiettivi, standocene nudi e crudi a contemplare le testimonianze fuori dall’ordinario di coloro che ci hanno preceduto.

Dopodiché, cosa potremo farcene dei loro discorsi incandescenti ce lo suggerisce lo stesso Brondi, stavolta in un suo brano dell’album Costellazioni (2014), intitolato non a caso come il libro di cui abbiamo parlato finora: una cosa spirituale, ergo tutt’altro che pragmatica.

All’apparenza insensata, o addirittura ridicola, ma dalla quale potrebbe farsi strada una nuova opera d’arte – umile e inestimabile come tutto ciò che infrange le leggi della performatività:

I tuoi discorsi
me li lego ai polsi,
me li lego ai polsi,
faccio dei braccialetti…

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Fotografia header: Foto di Valentina Sommariva

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