Viviamo aggrappandoci alle storie, a quelle che ci aiutano a dare ordine e a credere che, da qualche parte, esista un filo capace di tenere insieme ciò che accade. È questo il dono di Ofelia Rossi, protagonista del nuovo romanzo di Bianca Pitzorno. “La sonnambula” è una donna che vede oltre. Ma, soprattutto, che sa ascoltare. Nel suo appartamento, per cinque lire, raccoglie biglietti, suppliche e destini altrui, rispondendo con profezie e trance che non sono mai messa in scena, ma un atto radicale di empatia e intuizione. Attorno a lei si intrecciano amori difficili, fughe e desideri di riscatto, in un romanzo che parla di donne, di libertà e del bisogno antico e vitale di sentirsi visti e accolti. Perché, più di ogni previsione, sono le storie (e chi sa raccontarle) a tenerci davvero a galla

Viviamo aggrappandoci alle storie. A quelle che ascoltiamo, a quelle che leggiamo e, soprattutto, a quelle che ci raccontiamo per dare un senso a ciò che accade, per rimettere ordine nei tasselli sparsi della nostra esistenza.

Esiste davvero un filo rosso che lega gli eventi? Un disegno nascosto, una connessione tra ciò che viviamo e ciò che immaginiamo?

Non c’è una risposta definitiva e forse è proprio in questa assenza, in questo spazio di incertezza, che risiede la potenza della narrativa. È da un interrogativo irrisolvibile e proprio per questo sempre urgente che prende forma La sonnambula (Bompiani), il nuovo romanzo di Bianca Pitzorno, una delle voci più celebri e versatili della letteratura italiana contemporanea.

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Copertina del libro La sonnambula di Bianca Pitzorno

Autrice prolificissima, con oltre cinquanta opere tra saggi, romanzi e traduzioni, Pitzorno ha attraversato decenni di letteratura dimostrando una rara capacità di muoversi tra mondi diversi: dalla narrativa per l’infanzia, che ha segnato generazioni di lettrici e lettori, a una produzione più recente rivolta agli adulti, sempre più stratificata e ambiziosa. La sonnambula si inserisce con naturalezza in questo percorso, avviato con titoli come La vita sessuale dei nostri antenati (Mondadori), Sortilegi e Il sogno della macchina da cucire (entrambi Bompiani), romanzi che mescolano sensibilità storica, ironia e uno sguardo sincero e partecipe sulle vite delle donne, sui loro desideri e sulle possibilità – spesso negate – di autodeterminazione.

Anche in quest’ultimo libro Pitzorno imbastisce una tela narrativa ricca di echi gotici e picareschi, in cui i destini si intrecciano come rami di un grande albero genealogico delle emozioni.

Alla scoperta della protagonista, Ofelia Rossi

Al centro della storia c’è Ofelia Rossi, figura complessa e memorabile, una donna conosciuta come “la sonnambula”, i cui giorni si consumano tra visioni improvvise e l’impresa quotidiana, faticosa, di reinventarsi.

Fin dall’infanzia, la sua esistenza è segnata da vertigini e svenimenti: episodi che si rivelano essere vere e proprie epifanie del futuro. Non si tratta di un dono da esibire né di un privilegio rassicurante, ma di un peso ingombrante, di un mistero che la sovrasta e allo stesso tempo la guida, senza mai offrirle una chiave definitiva per comprenderlo o dominarlo.

In un mondo ostile, diffidente verso tutto ciò che sfugge alla razionalità e ancora più crudele con chi è donna, Ofelia è costretta a fuggire da un matrimonio che avrebbe dovuto garantirle stabilità e protezione, e che invece si trasforma in un intreccio di povertà, violenza e disillusione. La fuga diventa allora l’inizio di una nuova possibilità: lasciare la casa, il passato, persino il proprio nome, per costruirsi un’identità scelta e non subita.

È così che nasce la Sonnambula. Nel suo appartamento di via del Fiore Rosso, Ofelia accoglie le richieste di chi bussa alla sua porta (soprattutto donne, meno trattenute degli uomini dalla vergogna di chiedere aiuto a una forza occulta).

Per cinque lire, raccoglie biglietti e suppliche: non offre la sua “magia” come spettacolo, ma come atto di ascolto radicale. I responsi arrivano attraverso una trance simulata, una penna d’oca che scrive sotto la guida di uno spirito evocato.

Qualcuno potrebbe liquidare tutto come una messinscena, una finzione ben orchestrata per spillare denaro. Ma la verità è più sottile: al di là del dono, Ofelia sa accogliere. Sa leggere tra le righe, comprendere, guardare oltre. Sa essere compassionevole – e, quando serve, inflessibile. Il suo compito non è predire il futuro, ma restituire alle persone qualcosa che spesso manca più di ogni profezia: sentirsi visti, non giudicati. Una parola capace di placare i dubbi e lasciare spazio al vivere.

Il romanzo è anche una storia d’amore

La struttura del romanzo si costruisce così come un mosaico di esistenze: lettere, confessioni, rimpianti e dolori che confluiscono nel casellario di Ofelia e, attraverso di lei, prendono forma. Il racconto diventa contenitore di molti altri racconti e il lettore, come la protagonista, si ritrova a commuoversi, indignarsi, innamorarsi. Sì, perché La sonnambula è anche una storia d’amore, un amore che per esistere deve muoversi in equilibrio precario, tra ostacoli e rinunce, in una realtà in cui essere donna e inseguire i propri desideri resta un atto tutt’altro che semplice.

In questo modo Pitzorno non ci regala soltanto una protagonista meravigliosa, ma un’intera comunità fatta di nomi, volti, segreti e fantasmi interiori.

bianca pitzorno

Tra romanzo gotico e d’avventura

Ciò che affascina di questo romanzo non è solo la trama, ma l’architettura stessa della narrazione. Pitzorno attinge al romanzo gotico e d’avventura, ne rielabora i codici e li anima di ironia e tensione, dando vita a una storia stratificata, capace di tenere insieme intrattenimento puro e riflessione.

L’irruzione del passato nella quotidianità di Ofelia – i ricordi, le paure mai del tutto sopite, le ombre dell’infanzia – trasforma il racconto in qualcosa di più di un viaggio fisico: diventa un pellegrinaggio interiore. Le visioni della protagonista, misteriose e perturbanti, ricordano come spesso la mente sia il vero campo di battaglia, il luogo in cui si confrontano razionalità e immaginazione, ragione e desiderio, ciò che sappiamo e ciò che temiamo.

Nel delineare questo percorso, Pitzorno celebra insieme la forza e la fragilità della psiche umana, mostrando come non sia la superstizione a guidare i destini, ma piuttosto il coraggio, la fantasia e la capacità di ascoltare (se stessi e gli altri).

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Il romanzo assume una valenza politica

Non è un caso che, pur muovendosi in un contesto storico, il romanzo assuma una valenza politica: racconta un mondo che non è mai stato indulgente con chi osa mostrarsi vulnerabile, e ancor meno con le donne che desiderano svincolarsi dalle convenzioni sociali. Un discorso che richiama il già citato Il sogno della macchina da cucire, dove il lavoro e l’indipendenza economica erano strumenti di emancipazione e riscrittura di sé.

La voce di Pitzorno è inconfondibile, limpida e incalzante, sostenuta da un ritmo che trascina, come una fiaba capace di farsi feroce senza smettere di incantare. L’ispirazione da un ritaglio di giornale di fine Ottocento conferisce al romanzo una dimensione quasi archeologica (la scrittrice infatti, tra le altre cose, ha lavorato anche come archeologa) come se ci restituisse un frammento di mondo antico che continua, sorprendentemente, a parlarci del presente. È un equilibrio delicato tra memoria e attualità, che raramente si può reggere con altrettanta grazia.

Un invito a pensare la vita come una narrazione in continuo divenire

La sonnambula non offre risposte facili. È piuttosto un invito a pensare la vita come una narrazione in continuo divenire, in cui il confine tra ciò che sappiamo e ciò che immaginiamo resta poroso, instabile. Ofelia non smette mai di provare, di interrogarsi, di raccontare. E insieme a lei impariamo che il senso non è un dato acquisito, ma una conquista da portare avanti ogni giorno. E alla fine, ciò che resta non è tanto la verità, quanto il movimento che ci spinge a cercarla.

In un tempo in cui le certezze si dissolvono rapidamente, Bianca Pitzorno ci ricorda che le storie – quelle che ascoltiamo e quelle che raccontiamo a noi stessi – sono ancora ciò che ci tiene in vita.

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Fotografia header: Bianca Pitzorno (credit foto: Getty)

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