Amazon, Apple, Google, Facebook e Microsoft: il giornalista americano esperto di tecnologie Farhad Manjoo li chiama "I temibili 5". Sono aziende sempre più vicine al monopolio nei rispettivi settori. L'analisi di Alessandro Magno (Chief Digital Officer del Gruppo editoriale Mauri Spagnol), che si sofferma sui lati oscuri della rivoluzione digitale

Nelle scorse settimane il New York Times ha pubblicato un interessante articolo, I giganti del Tech, una volta visti come Salvatori, ora sono considerati una minaccia. Negli stessi giorni The Guardian ospitava un’inchiesta su alcuni ex dipendenti di primario livello di Facebook e Google (fra cui l’inventore del like) e di come considerassero un pericolo l’attuale deriva della Rete.

È dei giorni scorsi, invece, l’eco delle testimonianze di Google, Twitter e Facebook davanti alle commissioni parlamentari US. Durante le ultime elezioni presidenziali 146 milioni di cittadini americani sono stati esposti su Facebook ai post sponsorizzati, pagati dai russi, contro Hillary Clinton, mentre altri 20 milioni di utenti sono stati esposti alla stessa tipologia di fake news su Instagram (sempre di proprietà di Facebook). E questo senza contare gli account falsi su Twitter, gli annunci pubblicitari pagati dai russi su Google e Youtube, o i post non sponsorizzati contenenti notizie false. A titolo esemplificativo, un post tratto dalla piccola galleria degli orrori pubblicata da The Washington Post:

Sulla stessa linea, l’Economist ha intitolato la sua cover del 4 novembre Social media’s threat to democracy, e stiamo parlando di quello che probabilmente è il settimanale più autorevole al mondo.

 

Nel frattempo Zuckerberg, sfiorando il senso del ridicolo nel presentare l’ultima trimestrale con ricavi record, ha dichiarato: “We’re serious about preventing abuse. Protecting our community is more important than maximizing our profits“. In quei giorni il senatore Mark Warner segnalava però che queste aziende hanno più informazioni sui cittadini del governo stesso e che quindi è quasi farsesco che fossero all’oscuro di quanto stava accadendo.

I pezzi citati non rappresentano più un’eccezione: negli ultimi anni sono via via cambiate la percezione e la “narrativa” di certi aspetti della rete e dei giganti del tech, Amazon, Apple, Google e Facebook in primis. Gli articoli e le analisi, un tempo molto positive, quasi agiografiche, sono divenute più critiche, o forse solo più equilibrate.

Non mancano libri che approfondiscono i lati oscuri della rivoluzione digitale: non le solite, inutili, ideologiche geremiadi di certi soi-disant maître à penser ontologicamente apocalittici e contrari a ogni progresso, ma vere inchieste sul tema come, tanto per citare un libro italiano di qualche anno fa, Rete padrona di Federico Rampini.

Anche la narrativa fa la sua parte, a partire dallo scenario distopico del bel romanzo The Circle di Dave Eggers – su cui il blog del Corriere ha pubblicato un post molto interessante -, che immagina un futuro dove il desiderio di essere costantemente connessi, e di condividere tutto sui social, è talmente forte che le persone accettano di essere manipolate da un’azienda della Silicon Valley che ricorda una via di mezzo tra Google e Facebook; uno scenario da Grande Fratello di orwelliana memoria, in cui il controllo è legge e la privacy reato.

Anche l’autore bestseller James Patterson di recente si è cimentato in un romanzo distopico, The Store, che prende di mira Amazon, immaginando un mondo dominato da un solo colosso del commercio on line capace di dare ai clienti tutto ciò che desiderano, ancor prima che si rendano conto di volerlo. Un mondo in cui i singoli vengono ridotti a consumatori passivi e ogni giorno perdono un pezzetto di autonomia di pensiero.

C’è bisogno di riflettere su quale futuro stiamo costruendo.
Fino a pochi anni fa sono – o forse è meglio dire siamo – stati in molti a riporre smisurate aspettative nel ruolo di Internet e nelle innovazioni che qualche azienda guidata da imprenditori visionari produceva. La stessa storia di Internet alimentava queste speranze: si pensi a Tim Berners-Lee e la sua invenzione che tutti usano, il World Wide Web (www vi dice qualcosa?), che ha reso pubblica, rinunciando al brevetto e diventare forse l’uomo più ricco al mondo.

D’altra parte il motto aziendale di Google eraDon’t be evil”, “non essere malvagio” e fino a dieci anni fa si discuteva su come diffondere la conoscenza e l’informazione nel mondo, in maniera democratica, grazie alla rete.

Negli anni, però, il quadro si è fatto sempre meno roseo. Le rapide innovazioni hanno migliorato immensamente la vita dei cittadini, ma a un prezzo sempre più alto: le grandi aziende della Silicon Valley e di Seattle (Facebook, Amazon, Google e Apple in primis) hanno acquistato posizioni di oligopolio, con comportamenti discutibili e poco trasparenti nei confronti di competitor, fornitori, lavoratori e addirittura Nazioni, rispetto al tema dell’elusione fiscale. Bezos, Zuckerberg, Page e Brin sono diventati gli uomini più ricchi del mondo e la differenza salariale fra ognuno di loro e il più modesto dei loro collaboratori è enormemente cresciuta nel tempo. Non a caso, da qualche tempo, quelli che erano considerati imprenditori geniali e idealisti vengono paragonati da alcuni critici ai robber barons di fine Ottocento, con una differenza solo formale: invece del completo e la bombetta dei Rockefeller, indossano maglietta e infradito.

Questa rappresentazione, per quanto divertente, potrebbe essere eccessiva, tanto quanto lo era la celebrazione del decennio scorso. Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft hanno prodotto grandissime innovazioni per gli utenti, impiegano in totale circa 900 mila persone nel mondo, fra cui molti straordinari professionisti, e hanno raggiunto un valore totale in borsa di 3.330 miliardi di dollari. Inoltre, non si tratta di giudicare la personale generosità, l’attenzione alle regole e alla democrazia di Zuckerberg o Bezos o degli altri magnati; non è questo il tema. Semplicemente le loro aziende hanno acquisito un potere smisurato ed eccessivo rispetto alla vita dei cittadini e alla stessa tenuta democratica.

Se torniamo solo all’inizio di questo decennio, si leggeva che la Rete e in particolare i social media erano determinanti rispetto alla Primavera Araba, strumenti che chi voleva portare democrazia e progresso utilizzava. Probabilmente c’era del vero.

Negli ultimi anni, rispetto a questo sentire, la prospettiva si è completamente capovolta: Facebook, Twitter e Google sono stati utilizzati da politici neopopulisti come Donald Trump e dai servizi russi per diffondere fake news. Non è purtroppo un fenomeno diffuso solo in US; in Europa e in Italia da anni le notizie false sono veicolate attraverso i social da partiti e movimenti populisti e razzisti per colpire in maniera vigliacca gli avversari. Tutto questo è accaduto senza che Facebook, Twitter, Google facessero qualcosa per fermare il fenomeno, anzi, in termini di ADV è successo il contrario. Per molto tempo i giganti di Internet si sono nascosti dietro a un argomento capzioso: Google o Facebook erano solo meri canali di diffusione delle informazioni, non aziende media, e dunque non dovevano sottostare alle regolamentazioni e alle responsabilità di qualsiasi azienda media. Adesso questa difesa, già poco credibile qualche anno fa, sembra essere caduta.

Certo, il sentimento della maggior parte degli utenti è ancora molto positivo verso queste aziende, come ricorda NYMag, ma la consapevolezza dei pericoli inizia a diffondersi, mentre un recente sondaggio che ha coinvolto 8.000 cittadini US, UK, francesi e brasiliani vede solo il 33% del campione credere alle news dei social. È quindi tempo che ogni cittadino, a partire dagli operatori del settore digitale, prenda consapevolezza e faccia sentire la propria voce.

Ma in concreto come se ne esce? Alcune strade possibili.

– 1) Gli utenti via via diventano consapevoli delle storture de “I temibili 5” (Amazon, Apple, Google, Facebook e Microsoft), secondo la definizione di Farhad Manjoo sul NYT, smettendo di utilizzarne i servizi fino a che queste aziende non correggono i loro comportamenti. Personalmente non credo che possa accadere qualcosa del genere nel breve periodo, perlomeno non in misura tale da influenzare lo scenario di fondo.

– 2) Il mondo del Tech e di Internet esce da questa impasse, grazie a una caratteristica intrinseca positiva: l’innovazione, spesso dirompente, che nel corso degli anni ha visto nascere nuove tecnologie e nuove aziende, eclissando i campioni di un tempo. Questa ipotesi apparentemente è più convincente della precedente. La natura stessa della rete e del digitale fa sì che l’emergere di nuovi attori sia rapido e imprevedibile, tanto quanto il tramonto di chi sembrava invincibile – ed esempi in tal senso ce ne sono, infatti basta ricordare che anni fa sembrava inevitabile avere una seconda vita virtuale su Second Life, MySpace era il principale social network e pensava di acquistare Facebook, e il mercato della telefonia era dominato da Nokia. Tuttavia le posizioni dominanti acquisite da “I temibili 5” sono così tante, diversificate e pervasive, da rendere difficile l’entrata sul mercato di competitor che possano imporsi e superare le posizioni dominanti. In effetti, è difficile immaginare oggi una startup che si metta a competere seriamente sul mercato dei motori di ricerca, oppure un sito e-commerce che possa competere con Amazon. Al massimo, se c’è un’innovazione interessante, queste startup vengono acquistate e inglobate, oppure svuotate imitandone gli elementi chiave, come Facebook ha fatto con Snapchat.

– 3) Gli organismi statali o sovranazionali, nello specifico gli Stati Uniti e/o l’Unione Europea, potrebbero intervenire contro le posizioni dominanti attraverso le normative che regolano l’antitrust, i monopoli, gli abusi di potere, come anche l’elusione fiscale. Questa strada, sebbene dai tempi lunghi e poco prevedibili, ha una sua forza, come dimostra la storia:
a) Nel 1911 la Standard Oil fondata da John D. Rockefeller, accusata di pratiche abusive e anticompetitive grazie alla sua posizione di quasi monopolio, fu dissolta dalla Corte Suprema US e spezzettata in 34 aziende.
b) Nel 1974 il Justice Department degli Stati Uniti aprì un caso contro AT&T per violazione delle leggi anti trust: nel 1982 fu divisa in sette aziende, le cosiddette Baby Bells.
c) Nel 2000 Microsoft fu accusata dal Justice Department degli Stati Uniti di abusare della propria posizione dominante nei software e nei sistemi operativi per pc, creando un vantaggio per il browser Internet Explorer e i suoi prodotti. Microsoft, che all’epoca era l’azienda di maggior successo al mondo nel software, dovette accettare delle limitazioni. Negli stessi anni la Commissione Europea impose a Microsoft ulteriori limitazioni per “non aver divulgato la necessaria documentazione consentendo a altre società di assicurare, a prezzi ragionevoli, una piena interoperabilità col sistema Windows” e nel 2004 le comminò una sanzione di 497 milioni di euro, e poi ulteriori €899 milioni nel 2008 per non aver rispettato le decisioni antitrust del 2004. Microsoft si arrese e non fece più appello.
d) Lo scorso giugno 2017, dopo anni di indagini, la Commissione Europea ha sanzionato Google per il vantaggio illegale conferito al proprio servizio di acquisti comparativi, con una multa di €2.42 miliardi di euro. In questo caso la partita è ancora aperta, perché Google ha fatto ricorso contro la decisione dell’Antitrust Europeo, guidato da Margrethe Vestager, Commissaria responsabile per la Concorrenza.

Eppure, come nota ancora Farhad Manjoo sul NYT, non sarà facile che azioni drastiche vengano prese in tempi rapidi. Sia per una mancanza di volontà politica, sia perché il modo in cui queste aziende esercitano il loro potere spesso va oltre gli schemi delle vecchie legislazioni antitrust: Apple non ha un monopolio sugli smartphone; Amazon ha una posizione dominante in certi settori, come il mercato online di libri e ebook in US, ma rispetto al totale del commercio US vale una percentuale ancora limitata. Solo Google ha una chiara situazione di monopolio sui motori di ricerca e di oligopolio, con Facebook, sulla raccolta ADV.

Insomma, non ci sono soluzioni semplici, né bacchette magiche. La prima tappa è prendere consapevolezza della situazione attuale e denunciarla, senza paure. Per evitare un futuro che assomigli troppo a un buon romanzo o a un film distopico.

 

 

 

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