“Il Maestro e Margherita”, capolavoro postumo di Michail Afanas’evič Bulgakov, resta uno dei romanzi più originali e complessi della letteratura del ‘900, con il suo fascino satirico-grottesco e le sue stratificazioni culturali, storiche e politiche. La sua rinnovata popolarità, dovuta anche ai social e a molti profili di divulgazione culturale, da sola potrebbe però non bastare a rendere l’opera di facile accesso: ecco quindi una panoramica a 360° sul testo, pensata per orientarsi tra personaggi, ambientazioni, temi e riferimenti nascosti (con uno sguardo anche alle vicende editoriali e alle influenze del libro sulla cultura successiva), da consultare prima, durante o dopo la lettura, per coglierla e apprezzarla fino in fondo…
Censurato dal regime staliniano, pubblicato dopo la morte del suo autore e considerato il romanzo capolavoro dello scrittore Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940), Il Maestro e Margherita (in originale, Master i Margarita) è un testo cardine della letteratura del ‘900 russa e non solo, che in questi anni sta suscitando un interesse sempre maggiore anche tra booktoker, book influencer e figure di spicco della divulgazione culturale (si veda per esempio lo storico torinese Alessandro Barbero, che ne ha parlato a più riprese in podcast e canali social, definendolo con trasporto il suo libro preferito).
Eppure, la sua popolarità non necessariamente va di pari passo con la sua accessibilità, dal momento che si tratta di un testo complesso e stratificato, basato su delle premesse storiche, culturali, politiche e linguistiche con cui potremmo scoprire di non avere particolare familiarità.
Non per niente, sono numerosi i casi di lettori e lettrici che cercano un confronto online dopo aver interrotto la lettura, o dopo averla portata a termine con fatica e confusione, cogliendo sì l’estro dirompente del suo autore e il suo talento per il grottesco, ma forse non il quadro d’insieme in cui si inseriscono l’opera e i suoi molteplici significati.
Se quindi vorreste provare ad approcciarvi al romanzo con più cognizione di causa, se l’universo creato da Bulgakov vi incuriosisce ma al tempo stesso vi spaventa, o se avete già iniziato a cimentarvi con questo imperdibile libro del XX secolo e vorreste percepirlo come meno criptico e respingente, siete nel posto giusto.
Di seguito troverete, infatti, una panoramica pensata per chi vuole orientarsi meglio fra le pagine de Il Maestro e Margherita, che ne sviscera punto per punto gli elementi essenziali.

(Getty Images)
Non immaginatela però come una guida compilativa, quanto piuttosto come una singolare mappa del tesoro. Con una sua legenda, qualche codice segreto e dei sentieri non sempre facilissimi da percorrere, che potrebbero non spiegarvi tutto del testo, o per lo meno non subito.
L’obiettivo? Incoraggiarvi a intraprendere questa avventura
L’obiettivo è intanto quello di incoraggiarvi a intraprendere questa avventura, anticipandovi i bivi e le possibili deviazioni da esplorare, e indicandovi alcune chiavi di accesso a una storia che poi toccherà a voi scoprire dove tenga nascosto il proprio forziere pieno d’oro.
Dai nomi e i ruoli dei personaggi principali alle ambientazioni della vicenda, passando per i variegati riferimenti culturali a cui attinge, i temi che sviluppa e l’influenza che ha avuto nei decenni successivi, a fronte di una storia editoriale parecchio turbolenta, e senza dimenticare il rapporto tra la finzione narrativa e le reali esperienze di Bulgakov, preparatevi allora a lasciarvi trasportare lontano da Il Maestro e Margherita e da tutte le sue fantasmagoriche suggestioni…
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Indice
- Che libro è (e per chi è) Il Maestro e Margherita?
- 1. Il Maestro e Margherita: la trama completa, in breve
- 2. Le fonti d’ispirazione de Il Maestro e Margherita: dalla letteratura…
- 3. …alla cruda realtà
- 4. Altri possibili significati de Il Maestro e Margherita
- 5. Storia editoriale e fortuna de Il Maestro e Margherita
Che libro è (e per chi è) Il Maestro e Margherita?
Se siete arrivati e arrivate qui senza sapere che cosa aspettarvi, forse è bene soffermarci su un paio di punti preliminari, prima di entrare nel vivo del nostro viaggio. Innanzitutto: che tipo di romanzo è Il Maestro e Margherita?
In buona sostanza, dipende. C’è chi l’ha definito una toccante storia d’amore, chi un’impietosa invettiva sociale, e chi lo vede invece come una riscrittura di matrice religiosa, o come un’allegoria sul ruolo della letteratura e dell’arte in generale.
Per il momento non vi serve stabilire da che parte stare, ma solo prendere atto dei territori e dei generi che attraversa, e dei suoi possibili confini. Sul resto, vi farete un’idea più chiara leggendo.
Senza dubbio, comunque, si tratta di un libro per persone coraggiose. Che sono disposte a mollare gli ormeggi e a perdere di vista la terraferma.
Sì, perché ne Il Maestro e Margherita ci saranno salti logici e cronologici, figure storiche trasfigurate, animali parlanti, presenze demoniache, toponimi esotici e passaggi (nonché paesaggi, anche urbani) strazianti, come pure alcuni tra i dialoghi più spassosi e tra le riflessioni più ispirate a cui possiate pensare.
Pronti e pronte a imbarcarvi, dunque? È l’ora di aprire le danze, e ben presto vi accorgerete del fatto che nel romanzo quest’espressione risulterà tutt’altro che una frase fatta…
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1. Il Maestro e Margherita: la trama completa, in breve
Seguimi, lettore! Chi ti ha detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Gli taglino la lingua malefica, a quel bugiardo. Seguimi, lettor mio, segui me solo, e io ti mostrerò un simile amore!
1.1 Una scansione binaria
Il Maestro e Margherita è caratterizzato fin dal titolo da una scansione binaria, che permea di sé ogni aspetto del romanzo e che ci metterà davanti a numerose dicotomie: dal senso letterale della storia, contrapposto a quello marcatamente metaforico, fino ad arrivare ai binomi libertà-censura, fede-dubbio, eroismo-viltà, creazione-distruzione, e così via discorrendo.
Perfino in termini di struttura ci troviamo di fronte a un Libro primo e un Libro secondo, che oltretutto al loro interno sviluppano un doppio filone narrativo a capitoli alternati.
Il primo filone è ambientato nella Mosca degli anni ’30, mentre il secondo segue le vicende di Ponzio Pilato e di Jeshua Hanozri (cioè Gesù il Nazareno), dal momento in cui il procuratore romano fa la conoscenza di Cristo fino a quando non avrà deliberato sulla sua sorte. Ma andiamo con ordine.
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1.2 Il primo filone
Il Maestro, il cui appellativo è da intendersi come artista di alto livello, ci viene presentato quando è ormai uno scrittore dimentico del suo nome, ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo aver bruciato un suo romanzo su Ponzio Pilato, perché stroncato dalla critica sovietica e senza più voglia di vivere, ora che ha abbandonato anche Margherita, la donna che amava ma che del resto, già da prima che iniziasse la loro relazione, era sposata con un altro.
Quest’ultima (il cui nome è lo stesso dell’eroina del Faust di Johann Wolfgang von Goethe, che ottiene il perdono divino dopo essere caduta in disgrazia per amore) è una giovane imperfetta, certo, ma di grande generosità e dolcezza, inappagata dal rapporto col marito e pronta a tutto pur di aiutare il Maestro e il suo testo, unici spiragli di luce rimasti nella sua esistenza.
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Sarà Woland a rimetterli in comunicazione, un gentiluomo straniero in visita nella capitale sovietica, che si rivelerà essere nientemeno che Satana e che qui viene chiamato con una delle varianti germaniche del sostantivo “diavolo” – peraltro usata sempre da Goethe nel già menzionato Faust.
Ad accompagnarlo una schiera di accoliti mostruosi e stregoneschi, che gettano la città nel caos (mettendone alla berlina le ipocrisie e punendone le personalità più abiette) e che scorteranno Margherita al Gran Ballo di Satana, quando la fanciulla accetterà di trasformarsi in strega e diventare la regina del Sabba, pur di vedere poi esaudito un suo desiderio da parte di Woland…
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1.3 Il secondo filone
Come capiremo nel corso della lettura, la vicenda di Pilato è invece quella rielaborata dal Maestro all’interno del suo romanzo. Un racconto nel racconto, in cui sia lui sia il Nazareno appaiono subito diversi dalla tradizione cristiana: Gesù è combattivo e risoluto, nonostante la sua fragilità fisica, ed è consapevole della portata politica del suo messaggio di verità e giustizia.
Quanto al procuratore romano – sempre afflitto da una tremenda emicrania, che rappresenta la sua impossibilità di accogliere fino in fondo la parola di Cristo –, intuisce sì di avere a che fare con una personalità illuminata e nel giusto, ma per paura di vedere rovesciato l’ordine costituito, se il prigioniero venisse liberato, decide nonostante i dubbi di condannarlo a morte. Non riuscendo più, da allora, a sentirsi in pace con sé stesso.
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La portata della storia del Maestro è a dir poco straordinaria: i funzionari dell’URSS rifiutano di pubblicarla perché riaffermerebbe l’esistenza storica di Cristo (ricordiamo che il comunismo sovietico mirava a una repressione massiva della Chiesa ortodossa e della religione), ma al tempo stesso Woland recupera il manoscritto distrutto dal suo autore e lo sottopone a Gesù in persona, che ne riconosce il pregio e, fra le righe, anche la veridicità.
Dopo aver trovato la pace eterna, bevendo un calice di vino avvelenato insieme a Margherita (che intanto aveva espresso il desiderio di ricongiungersi con l’amato, al riparo dal dolore e dalle violenze di Mosca), il Maestro deciderà inoltre di concludere il proprio romanzo e di assolvere Ponzio Pilato dal suo tormento morale, realizzando che il clemente potere della sua scrittura ha arrecato davvero sollievo all’anima del procuratore romano, attanagliata ormai da quasi duemila anni di inquietudine.
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2. Le fonti d’ispirazione de Il Maestro e Margherita: dalla letteratura…
Ma allora chi sei tu, insomma?
Sono una parte di quella forza che eternamente vuole il Male ed eternamente compie il Bene.
2.1 Il Faust di Goethe, e non solo
Questa è per sommi capi, e trascurando decine di sottotrame, scene minori e personaggi secondari (Eridano Bazzarelli, nel suo Invito alla lettura di Bulgakov edito da Mursia, ne contava addirittura 146), la storia de Il Maestro e Margherita.
Commovente e di grande rilievo già di per sé, l’opera acquisisce ancora più spessore se teniamo conto dei diversi modelli letterari a cui fa riferimento, primo fra tutti senza dubbio il Faust di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) a cui già accennavamo.
È infatti alle sue pagine che Michail Bulgakov attinge per l’epigrafe del libro (che trovate all’inizio di questa sezione dell’articolo sulle fonti d’ispirazione dell’autore), per i nomi di alcuni protagonisti e specialmente per la denuncia di una società meschina e corrotta, in cui Satana non può che avere campo libero.
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Del resto, anche il governo sovietico pare aver stretto un patto col diavolo pur di imporre nell’ex impero russo la nobile idea del comunismo, che doveva rivelarsi rivoluzionaria e salvifica ma che ha solo portato al guadagno personale di una nuova oligarchia, pronta a nascondere i propri crimini a qualunque costo e a ricorrere a un male a suo dire “necessario”, pur di consolidare il potere che si è autoconferita.
Eppure, contrariamente al Faust, il Woland di Bulgakov è più beffardo e gaudente, più sardonico e soprattutto meno in contrasto con Dio, del quale sembra anzi un convinto portavoce.
Un po’ come se fosse un “potenziamento” di Puck, il malizioso folletto ai servizi del re delle fate Oberon, reso immortale dalla commedia Sogno di una notte di mezza estate dell’illustre scrittore inglese William Shakespeare (1564-1592)…
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2.2 Le leggende alla base de Il Maestro e Margherita
E il paragone non è nemmeno così peregrino, se consideriamo che fra i riferimenti di Bulgakov ce ne sono molti legati alle leggende popolari di diverse culture. Quelle europee sono presenti in gran numero, ma non vanno dimenticate soprattutto quelle slave, che (proprio come accade nella mitologia britannica e celtica) vantano un ampio pantheon di divinità e creature ambigue, disposte a prendersi gioco dei vizi umani e a castigare i malvagi, ma anche a mantenere l’ordine e a premiare chi merita indulgenza e seconde occasioni.
A renderle centrali nella sua produzione letteraria era stato in particolare il celebre Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (1809-1852), con le sue Veglie alla fattoria presso Dikan’ka e con i Racconti di Pietroburgo, che avevano segnato a tal punto la cultura russa da far dichiarare a Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881), qualche decennio dopo, come le grandi firme del Paese fossero tutte “uscite dal Cappotto di Gogol’” (in riferimento al suo omonimo racconto, di cui abbiamo parlato nel dettaglio qui).
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In tal senso, potremmo quindi rintracciare in Woland una figura liminare ad ampio raggio, capace di collocarsi a metà tra gli immaginari (quello europeo e quello russo), tra le epoche (quella di Pilato e quella del Maestro) e tra i mondi (quello terreno e quello ultraterreno), nonché tra i personaggi del Maestro e di Margherita, facendo da collante fra componenti che senza di lui sarebbero destinate a rimanere divise.
Se riesce nell’impresa è perché è sua la prerogativa di trascendere lo spazio, il tempo e la morale, spogliandosi della funzione di demonio cristiano a cui siamo abituati, per diventare piuttosto uno strumento operativo della Provvidenza, che si aggira indisturbato fra le strade di Mosca, ora che l’essere umano non sa più distinguere il Bene dal Male.
2.3 La satira antisovietica
Non solo il gotico, l’assurdo o il fantastico, però. Il capolavoro di Bulgakov è intriso anche di ingredienti satirici, forse dovuti al fatto che l’Unione Sovietica doveva apparire agli occhi dello scrittore ben più perturbante del suo stesso libro, ergo perfettamente in linea con l’atmosfera di mordace inquietudine che voleva evocare.
Non stupisce, allora, che nell’opera la gente scompaia da un secondo all’altro, come succedeva durante le epurazioni staliniane, o che nella famosa scena del teatro abbiano la meglio la propaganda e la mediocrità intellettuale, mentre i trucchi di magia del gatto nero Behemoth, di Azazello e di Korov’ëv (o Fagotto, a seconda delle edizioni) smascherano l’avidità del pubblico, non appena vengono distribuiti a destra e a manca soldi e abiti falsi che di lì a poco scompariranno.
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“L’importanza della letteratura è un fenomeno storico e politico dell’epoca e della Russia in particolare“, rileva non a caso Italo Rosato in un intervento su Il Maestro e Margherita pubblicato sulla rivista Doppiozero, “una società in cui, prima e dopo la rivoluzione, gli scrittori, l’intelligencija, pensavano di avere il potere di cambiare davvero la società. Lo pensavano gli ‘eretici‘ come Bulgakov e lo pensavano i rivoluzionari ortodossi (celebre la formula di Stalin per definire gli scrittori: ‘gli ingegneri di anime‘).”
E a cambiare la società per tramite de Il Maestro e Margherita l’autore si impegnò eccome, mettendo nero su bianco le storture e le derive dell’URSS in maniera volutamente iperbolica, o a tratti simbolica, e auspicandosi che il suo sforzo creativo – e di esposizione al sistema – scuotesse le coscienze di chi avrebbe letto il romanzo.
3. …alla cruda realtà
Lasci che ci faccia ridere, altrimenti ho paura che finirò per piangere […].
3.1 Bulgakov e il Master
Da questo punto di vista, il Maestro è chiaramente un alter ego di Bulgakov: condivide la sua esperienza di scrittore perseguitato, che subisce il ricovero psichiatrico (diffuso strumento di persecuzione) e si sbarazza del proprio testo per disperazione, un po’ come accadde con la prima versione de Il Maestro e Margherita, scritta dal 1928 e rifiutata dal regime nel 1930, che l’autore distrusse insieme ad altre sue opere colto dall’avvilimento.
E non è tutto. Nel 1933 la nota poetessa russa Anna Andreevna Achmatova (1889-1996) riferì a Bulgakov la conversazione tra Stalin e lo scrittore Boris Leonidovič Pasternak (1890-1960), che avrebbe poi vinto il Nobel per la Letteratura nel 1958 per Il dottor Živago.

Michail Afanas’evič Bulgakov (Getty Editorial)
Per spingerlo a tradirsi, il capo del governo aveva chiesto a Pasternak un parere su un altro grande intellettuale dissidente dell’epoca, Osip Ėmil’evič Mandel’štam (1891-1938), da poco deportato nei gulag: “What do you think about Osip? Don’t you think that he is a Master?“, è stata tradotta in inglese la conversazione.
Pasternak non cadde nella trappola, ma la parola Master rimase impressa nella memoria di Bulgakov, che si risolse a usarla nel suo manoscritto per riprendere quanto più da vicino possibile il lessico di Stalin – un po’ per enfatizzare il realismo del testo e un po’ per suonare meno fastidioso alle orecchie della censura, che magari stavolta avrebbe accolto di buon grado le analogie fra la sua opera e il modo di esprimersi del Segretario Generale.
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3.2 Bulgakov e Woland
Dopotutto, Stalin ormai aveva imparato a conoscerlo. Risaliva infatti al 1930 la prima conversazione telefonica fra i due, che lì per lì aveva lasciato lo scrittore sbigottito.
Era appena morto il giovane poeta Vladimir Vladimirovič Majakovskij (1893-1930), suicidatosi anche per via del suo difficile rapporto con il Partito, e intanto Bulgakov si era risolto a scrivere al governo, lamentando di non poter più né lavorare né pubblicare a causa della censura. Viste per di più le 298 ingiurie ricevute dalla stampa sovietica in dieci anni di carriera, chiedeva all’URSS il permesso di emigrare.
Stalin a quel punto aveva alzato la cornetta per dirgli: “Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’ho letta insieme ai compagni. Riceverà una risposta favorevole, anche se non mi sembra il caso di lasciarla partire. Ma davvero vuole andare all’estero? Le siamo venuti tanto a noia?”
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Bulgakov non se l’aspettava. Intuì tra le righe che sarebbe potuto tornare a lavorare e che la sua produzione avrebbe rivisto la luce, in una maniera o nell’altra. E non osò sfidare oltre la sorte, rispondendogli: “Negli ultimi anni ho molto riflettuto se uno scrittore russo possa vivere lontano dalla patria, e mi sembra di no“.
Era stato, quello, il suo personale incontro con Woland, che esattamente come si verifica all’interno de Il Maestro e Margherita, grazie allo “zampino” del diavolo, gli avrebbe dato la possibilità di portare poi a compimento il suo manoscritto.

L’appartamento moscovita di Michail Bulgakov (il numero 50 del civico 10, in Bolšaja Sadovaja ulica), dove è parzialmente ambientato il romanzo “Il Maestro e Margherita” e che oggi ospita il Museo Bulgakov (NVO, WikiCommons)
3.3 Bulgakov e Margherita
Se l’autore ebbe la possibilità di concludere la nuova stesura del suo capolavoro indiscusso, tuttavia, fu anche merito della sua “Margherita”, individuata dalla critica nella persona di Elena Sergeevna Šilovskaja (1893-1970), primo amore di Bulgakov e sua terza moglie, che in un primo momento era sposata con un tenente generale sovietico.
Intellettuale di spicco, passata alla storia (fra le molte altre cose) per l’aiuto dato allo scrittore nell’ideazione e nella stesura de Il Maestro e Margherita, dopo l’unione con Bulgakov venne contattata dal KGB (il principale e temuto servizio segreto di Stato) per fungere da informatrice sulla sua attività di militanza letteraria.
Non potendosi rifiutare, Elena Sergeevna strinse quindi a sua volta un “patto con Satana“, cercando di proteggere il marito senza indispettire le autorità.

Elena Sergeevna Šilovskaja (WikiCommons)
Possiamo quasi immaginarcela nel momento in cui, alla stregua di Margherita, accetta di prendersi una responsabilità vaga e più grande di lei, abbandonando l’innocenza della giovinezza per adempiere al suo destino: da donna perbene si fa potenziale strega (agli occhi del regime), messa a nudo dal demonio (perché spiata nella sua stessa casa), e che guarda dall’alto una Mosca sempre più avvolta dalle tenebre, mentre si prepara a sottoporsi agli orrori del Sabba pur di mettere in salvo ciò che per lei conta di più…
Sia come non sia, e nonostante le difficoltà, Elena Sergeevna sarebbe riuscita nel suo intento.
Bulgakov fu chiamato a collaborare con il Teatro dell’Arte come attore e assistente regista e, pur vedendosi sempre rifiutare il visto per l’espatrio, continuò a guadagnare, a scrivere e a condurre una vita quantomeno dignitosa (lo stesso finale riservato al Maestro e a Margherita, a cui Woland non concede la luce della gloria e della libertà, ma pur sempre la pace).
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4. Altri possibili significati de Il Maestro e Margherita
“Lei non è Dostoevskij,” disse la donna, confusa dalle parole di Korov’ëv.
“E come fa a saperlo? Come si fa?” rispose Korov’ëv.
“Dostoevskij è morto,” disse la donna, incerta.
“Protesto!” esclamò con ardore Behemot. “Dostoevskij è immortale!”
4.1 Un’eroina rovesciata
A osservarla così, Elena Sergeevna-Margherita, si direbbe un personaggio tutt’altro che angelicato. E in effetti l’intento di Bulgakov all’interno della storia è quello di ribaltare l’icona stilnovistica – e se vogliamo della letteratura ottocentesca – di donna remissiva e pura.
Ma attenzione: il cambio di status di Margherita non è semplice come potrebbe apparire, perché la sua metamorfosi riguarda solo l’aspetto fisico e la percezione che gli altri hanno di lei. Per il resto, strega o no, Margherita non cambia il suo carattere, anzi, lo rafforza.
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Come Woland, sa essere una figura crudele con chi ha messo i bastoni fra le ruote al Maestro (brucia case, toglie vite) e compassionevole con chi viceversa ha bisogno di lei: ecco spiegato come mai il suo primissimo desiderio, quando Woland finalmente può esaudire una sua richiesta, è di liberare dal suo eterno senso di colpa una madre che aveva soffocato il proprio neonato per il timore, non essendo ancora sposata, di suscitare uno scandalo.
A differenza di Ponzio Pilato, dunque, potremmo dire che Margherita decide di “non lavarsene le mani”.
Prende su di sé il peso del mondo e se ne assume responsabilità, contraddizioni e conseguenze, senza imboccare scorciatoie di fronte al pericolo: una vera eroina, l’unica del romanzo, che non trova pari neppure nel Maestro (schiacciato com’è dal suo fallimento) e che contribuirà a far tendere la mano (e la penna) del suo amato fino al travagliato procuratore romano.
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4.2 Un manoscritto “santo”
A proposito di carta e di penna, parliamo in modo più approfondito anche del manoscritto del Maestro: “Nel romanzo, tutto ruota attorno a un libro: scritto, oltraggiato dai critici, bruciato, resuscitato“, scrive ancora Rosato su Doppiozero, e proprio la sua frase ci fa da assist per una nuova ipotesi sul senso dell’intera vicenda.
Sappiamo già che il testo creato dal Maestro si concentra sull’esperienza terrena di Gesù. E se, spingendoci ancora più in là, supponessimo che il testo del Maestro sia piuttosto una cosa sola con l’esperienza di Gesù – o che per meglio dire ne sia la replica esatta?

La prima edizione de “Il Maestro e Margherita” (Brad Verter, WikiCommons)
Dopotutto, anche il manoscritto (come il Nazareno) nasce e si manifesta al mondo, scoprendo suo malgrado che il mondo (nella persona di Pilato, o di Stalin) non lo accetta e lo respinge. Il suo Creatore quindi, che si tratti del Maestro o di Dio stesso, non può che predisporre la sua esecuzione: crocifiggere o bruciare, che forse a conti fatti sono due facce della stessa medaglia.
Sembrerebbe un finale tragico, l’unico possibile per la storia, e invece non è che il modo grazie a cui il manoscritto (e Cristo) saprà assurgere a una nuova vita, ultraterrena e simbolica (non per niente il testo del Maestro viene letto in Cielo e giudicato buono), potendo così resuscitare – cioè tornare, rifarsi concreto – anche in quel mondo che dapprima lo aveva condannato…
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4.3 Cosa fanno i manoscritti che non bruciano?
In questa cornice, l’indimenticabile citazione con cui Woland annuncia al Maestro che la sua opera non è andata perduta assume un valore ancora più pregnante: “I manoscritti non bruciano“, sono infatti le sue parole, e che le pronunci il diavolo in persona è davvero tutto dire.
Significa che la letteratura (e magari anche la parola di Cristo – ma quella vera, storica, non quella edulcorata dalle dottrine o rinnegata dalle dittature) non si cancella con un colpo di spugna, o peggio, con un colpo di purga. Da qualche parte sopravvive sempre, resiste, foss’anche solo in una porzione minima rispetto alla sua dimensione originale (ci torneremo più avanti).
Se, però, i manoscritti non bruciano, in realtà cos’è che fanno?
Una risposta interessante, se proviamo a metterci nei panni di Bulgakov, potrebbe forse essere: cambiano. I manoscritti essenzialmente cambiano. Nel senso che si prestano ai cambiamenti, certo, e che si adattano alle circostanze per rendersi più digeribili, più comprensibili, più accettabili dalla società. Ma anche nel senso che modificano la materia con cui vengono a contatto.
O per lo meno è così che va con il manoscritto del Maestro, il quale cambia il passato (ovvero la storia di Cristo, troppo a lungo manipolata), il presente (la vita di Margherita e del Maestro negli anni ’30) e perfino il futuro, offrendo sollievo all’anima di Pilato e a quella dei protagonisti non per un mese, non per un anno, ma per tutta l’eternità.
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5. Storia editoriale e fortuna de Il Maestro e Margherita
Guarda, ecco là davanti la tua casa eterna, che ti è stata data per ricompensa. Già vedo la trifora e la vite che s’attorce e s’alza fino al tetto. Ecco la tua casa, la tua casa eterna.
5.1 Il manoscritto che è sopravvissuto
Un po’ più su riportavamo il botta e risposta della fatidica telefonata tra Bulgakov e Stalin. Ma che cosa accadde dopo quel giorno a Il Maestro e Margherita?
Ebbene, per la verità l’autore non aveva ridotto in cenere l’intero manoscritto, conservandone circa un terzo per sé (la “porzione minima” a cui alludevamo poc’anzi). E quando Elena Sergeevna si era informata sul motivo di quella scelta, lui aveva replicato: “Se lo avessi distrutto tutto, nessuno avrebbe creduto che fosse esistito davvero“.
La decisione si sarebbe rivelata più che saggia. Bulgakov lavorò alla nuova versione fino alla morte, sopraggiunta nel 1940 per via di una nefrosclerosi, lasciando il Libro secondo ancora da correggere. Così a ultimare l’opera fu sempre lei, Elena Sergeevna, che tra il 1966 e il 1967 ottenne poi di farlo pubblicare in tre diversi numeri della rivista Moskva, benché in un’edizione pesantemente rimaneggiata e tagliata del 12% circa.

La copertina della prima edizione integrale in russo de “Il Maestro e Margherita”, pubblicata da Posev (Il Post)
5.2 Samizdat’ e diffusione de Il Maestro e Margherita
I paragrafi tagliati, che andavano dalle scene in cui Margherita era nuda a quelle sulle forze dell’ordine moscovite e dell’antica Roma, presero allora a circolare clandestinamente, dando vita alle cosiddette samizdat’ russe, delle auto-edizioni che venivano battute a macchina e diffuse negli altri Paesi dell’URSS.
Il nome di Bulgakov, nel frattempo, stava tornando a destare curiosità negli ambienti più progressisti, cosa che contribuì a far dare alle stampe, già nel 1967, la prima edizione integrale de Il Maestro e Margherita di tutto il mondo. Dove? Pensate un po’, proprio in Italia, nella traduzione di Vera Drisdo per Einaudi.

La copertina della prima edizione integrale al mondo de “Il Maestro e Margherita”, edita da Einaudi (Il Post)
La prima versione completa in lingua russa uscì due anni più tardi, nel 1969, e venne pubblicata in Germania dall’editore Posev, mentre all’interno dell’Unione Sovietica arrivò solo dal 1973 in poi. Da allora, le studiose Lidija Markovna Janovskaja e Mariėtta Omarovna Čudakova, in particolare, hanno recuperato appunti e documenti di Bulgakov per ricostruirne una versione ancora più accurata.
Oggi, fra le edizioni più conosciute de Il Maestro e Margherita disponibili nella nostra lingua, figurano quelle di Einaudi (con la storica traduzione di Vera Drisdo), Garzanti, Salani (entrambe nella traduzione di Emanuela Guercetti), Mondadori (traduzione di Serena Prina), Feltrinelli (traduzione di Margherita Crepax), BUR Rizzoli (traduzione di Milly De Monticelli) e Newton Compton (traduzione di Salvatore Arcella).
5.3 Influenze culturali e adattamenti
Quando lesse per la prima volta Il Maestro e Margherita, il poeta, traduttore e critico Eugenio Montale (1896-1981) lo definì un “miracolo che ognuno deve salutare con commozione“, mentre lo scrittore sovietico Veniamin Aleksandrovič Kaverin (1902-1989) affermò che “per originalità sarà difficile trovare un’opera che gli stia a pari in tutta la letteratura mondiale”.
Due opinioni d’autore che spiegano almeno in parte la fortuna del testo e il fatto che fino ai nostri giorni rimanga non solo uno dei romanzi russi più amati a livello internazionale, ma anche uno di quelli più ripresi a teatro, nel panorama musicale e sul grande e piccolo schermo.
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È il caso, per esempio, dell’opera rock Master i Margarita (2009) di Aleksandr Gradskij e di innumerevoli trasposizioni drammatiche per i palcoscenici mondiali – mentre sul fronte musicale basterà citare due degli omaggi più emblematici: Love And Destroy (2003) dei Franz Ferdinand, canzone che richiama il percorso di Margherita e la sua evoluzione violenta e notturna in una Mosca oppressiva, dove l’amore spinge a rompere ogni regola e a “spogliarsi” dell’identità precedente per non essere più soli.
Ma soprattutto, diversi decenni prima, il brano cult Sympathy For The Devil (1968) dei Rolling Stones, che usciva a ridosso della pubblicazione del libro e in cui Lucifero si presenta in prima persona come un uomo elegante, che ha contribuito alle atrocità della storia, ma che appunto meriterebbe pure un pizzico di benevolenza, considerando come, al di là della “natura del suo gioco”, sia sempre stato l’essere umano a scegliere realmente come comportarsi (You’re to blame, si azzarda a dire una sola volta, che però è più che sufficiente):
Quanto alla settima arte, si contano allo stato attuale ben 9 adattamenti per il cinema, da Pilatus (1970) del finlandese Seppo Wallin al noto film italo-iugoslavo del 1972, diretto da Aleksandar Petrović e interpretato da Ugo Tognazzi, Mimsy Farmer, Bata Živojinović e Alain Cuny – passando per un film sovietico, due film russi, un film ungherese e un secondo film italiano (diretto da Giovanni Brancale nel 2011), fino ad arrivare a un film francese del 2017, con Charlotte Waligōra alla regia, e al più recente Il maestro e Margherita del 2024, del russo Michail Lokšin.
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Per la televisione, invece, si cominciò nel 1972 con il film tedesco Pilato e gli altri, a cui si aggiunsero nel 1991 una trasposizione cecoslovacca e una britannica (diretta da Paul Bryers).
Nel frattempo, nel 1989, era uscita la miniserie sovietica di Aleksandr Dzekoun, seguita l’anno successivo da una miniserie polacca di Maciej Wojtyszko e, nel 2005, da un corto ungherese firmato Ibolya Fekete, mentre è del 2005 la serie tv in dieci episodi Master i Margarita, con la regia di Vladimir Bortko.
Tutte trasposizioni che, ciascuna con il suo approccio (più o meno fedele e più o meno onnicomprensivo, rispetto all’opera di partenza), testimoniano quanto Il Maestro e Margherita di Bulgakov rientri a pieno titolo fra i classici moderni da non perdere, se intendiamo per classico – prendendo in prestito la frase di un intellettuale e scrittore di prim’ordine come Italo Calvino (1923-1985) – ogni “libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire“, e che probabilmente continuerà a parlarci ancora a lungo…
Letture originali da proporre in classe, approfondimenti, news e percorsi ragionati rivolti ad adolescenti.



