Un classico al centro di un vortice di cinema, social e classifiche librarie: quello di “Cime tempestose” è un ritorno rumoroso, eccessivo e intriso di equivoci. Dall’idea che la Gen Z non capisca la brughiera, all’operazione “gotico horny” di Emerald Fennell, che nel discusso film ora nelle sale trasforma la tragedia in un manifesto estetico contemporaneo. Non è un tradimento, ma una lettura: l’incontro tra un capolavoro della letteratura e un immaginario fatto di spicy, pizzi e atmosfere instagrammabili. Perché Heathcliff e Catherine non sono “couple goals”, ma figure spezzate in una storia d’amore che amore non è. Emily Brontë torna a destabilizzarci con l’unico romanzo scritto in vita (un’esistenza, la sua, breve e per nulla rassicurante), ricordandoci che nei (grandi) libri ognuno proietta – ed equivoca – ciò che vuole

Un classico torna al centro della scena e, insieme a lui, tornano anche tutti i suoi fraintendimenti. È quello che sta accadendo a Cime tempestose, romanzo del 1847 di Emily Brontë, improvvisamente risucchiato nel presente da un vortice fatto di cinema, social, polemiche e classifiche di vendita. Un ritorno rumoroso, visibile, perfino eccessivo. E, proprio per questo, pieno di equivoci.

Primo equivoco: i giovani non capiscono Cime tempestose

Il primo è l’idea che i giovani non capiscano Cime tempestose. Che la Gen Z sia in difficoltà davanti al romanzo. Che TikTok sia popolato da lettrici e lettori spaesati, incapaci di attraversare la brughiera di Emily Brontë. In realtà, basta guardare un po’ meglio per accorgersi che le cose stanno diversamente. I video ironici sulla fatica di leggere un romanzo dell’Ottocento non sono una dichiarazione di incompetenza, ma un commento onesto sulla distanza tra epoche e linguaggi. Dire che Cime tempestose è complesso non significa non capirlo: significa riconoscerlo per quello che è.

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Copertina del libro Cime tempestose di Emily Brontë, una delle storie più famose di tutti i tempi sugli amori impossibili

Del resto, se davvero i giovani non leggessero – o, meglio, non fossero in grado di affrontare testi difficili – non avremmo assistito ad alcuni dei fenomeni editoriali più interessanti degli ultimi anni. I classici su #BookTok, da Trilogia della città di K. di Agota Kristof a Dio di illusioni di Donna Tartt, da Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij fino alle continue riletture di Jane Austen, raccontano tutt’altro. Come ha scritto recentemente in un suo post la scrittrice e direttrice editoriale di Guanda Federica Manzon, sugli scaffali della nuova libreria Feltrinelli Book Bubble di Milano convivono testi di ogni tipo e complessità: Han Kang vicino a Ian McEwan e Nicola Lagioia, Yuval Noah Harari accanto a Vasilij Grossman, Mircea Cărtărescu e H.P. Lovecraft, Shirley Jackson con Valerio Evangelisti e Dan Simmons. A dimostrazione del fatto che un luogo pensato per rispondere ai gusti e alle esigenze dei nuovi pubblici può accogliere anche testi di grande spessore.

Forse l’equivoco nasce da qui: Cime tempestose non è difficile perché oscuro, ma perché strutturalmente alieno. È un romanzo disordinato, caotico, narrato a incastro, abitato da personaggi che non evolvono ma si incattiviscono. È gotico, crudele, erotico in modo inquietante, a tratti esoterico. È quindi naturale che lettori restino spaesati, ma lo spaesamento non è un fallimento: è l’esperienza stessa del libro.

Emily Brontë, un’autrice non convenzionale, magnetica

Anche questo, però, ha a che fare con chi Cime tempestose lo ha scritto. Emily Brontë è una figura letteraria mitologica, non convenzionale, schiva, radicale.

Cresce segregata nella campagna dello Yorkshire, nella canonica del padre, insieme a fratelli e sorelle geniali, in un’infanzia segnata presto dalla perdita della madre e delle sorelle maggiori. Un microcosmo chiuso e febbrile, nutrito di immaginazione e scrittura.

Emily rifiuta le regole della vita sociale, lavora per un periodo come insegnante, ma senza successo: è distratta, intrattabile, inadatta a ogni forma di disciplina esterna.

Viaggia pochissimo, poi si ritira definitivamente in casa, dove scrive poesie e un unico romanzo. Cime tempestose esce sotto lo pseudonimo maschile di Ellis Bell. Lei ha 29 anni. Morirà un anno dopo di tubercolosi, rifiutando le cure.

Non c’è nulla di rassicurante nella biografia della scrittrice

Non c’è nulla di rassicurante in questa biografia, e non c’è nulla di rassicurante in quello che scrive. Cime tempestose è una storia d’amore senza amore, popolata di persone ferite e incapaci di guarire. Heathcliff è un eroe byroniano e insieme un villain demoniaco. Catherine non è un’eroina romantica, ma una figura spezzata, contraddittoria e violenta, dilaniata da un desiderio che non può realizzarsi.

Ed è proprio il desiderio il motore di questo ritorno. L’uscita imminente nelle sale del nuovo adattamento cinematografico diretto da Emerald Fennell – con Margot Robbie e Jacob Elordi – ha innescato un effetto domino perfettamente prevedibile: vendite che schizzano, book club che nascono, nuove edizioni, nuove copertine, nuove discussioni. Cime tempestose sale in classifica perché torna a circolare nel nostro immaginario e nelle nostre conversazioni. Perché qualcuno ha avuto voglia di raccontarlo come una grande storia d’amore. O meglio: come una storia d’amore che non è un amore.

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Secondo equivoco: l’adattamento e la fedeltà

Qui si innesta il secondo equivoco: quello sull’adattamento. Il romanzo di Emily Brontë è cupo, attraversato da fantasmi, violenza, vendetta, ossessioni che durano una vita intera. È una storia spaventosa, più vicina all’horror che al romance. Un amore che spinge alla follia e alla rovina, immerso in una natura ostile, in una brughiera in cui il vento è così forte da poter gridare la propria disperazione senza essere sentiti.

Il film di Fennell fa un’altra cosa rispetto al romanzo

Il film di Fennell fa un’altra cosa, e va detto senza girarci intorno. Prima di lei ci sono diversi adattamenti, tra cui quello del 1992 diretto da Peter Kosminsky con Ralph Fiennes e Juliette Binoche, o la serie BBC del 2009 con Tom Hardy: letture diversissime ma comunque molto fedeli al romanzo, ciascuna figlia del proprio tempo.

Fennell opera in una direzione opposta. Prende l’ossessione che attraversa l’opera di Brontë e la rende contemporanea, aesthetic, “cool”. La condisce con tutto ciò che oggi piace di più, lo spicy, una patina instagrammabile che trasforma ogni scena una sorta di atmosfera in cui fluttuare. Un’operazione non lontana da quella compiuta da Sofia Coppola con Marie Antoinette: trasformare una tragedia storica in un manifesto estetico.

La regista, però, è stata sempre molto chiara: ha raccontato di aver voluto rielaborare la propria passione adolescenziale per il romanzo, di aver cercato di tradurre sullo schermo quel senso di proibito e di turbamento provato alla prima lettura. In questo senso, più che un adattamento tradizionale, il film assomiglia a una sorta di fanfiction, come è stato fatto notare: Cime tempestose come lei lo ha sentito, come avrebbe voluto che fosse.

La differenza più evidente sta nella fisicità. Nel romanzo il desiderio è represso, negato, tradito – ed è anche questa frustrazione a generare il tormento. Nel film, invece, la tensione esplode: scene erotiche, sospiri, corpi che si cercano. La chimica tra Margot Robbie e Jacob Elordi è palpabile e viene amplificata anche fuori dallo schermo, nelle interviste e nei contenuti promozionali, alimentando quell’immaginario sensuale che il film mette al centro.

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Le critiche sono state spietate: c’è chi lo ha paragonato a Cinquanta sfumature di grigio, chi a un fumetto sgargiante e caricaturale. Ma da quando chiediamo agli adattamenti di essere fedeli, nel senso più scolastico del termine? L’adattamento non è una copia carbone: è una lettura. Fennell non semplifica Cime tempestose, ma sembra fare qualcosa di più rischioso: lo equivoca volutamente. E nell’equivoco, forse, c’è tutta la sua forza.

Emerald Fennell, l’estetica e il gotico horny

Emerald Fennell non è una regista neutra. Ha diretto Una donna promettente (Oscar alla miglior sceneggiatura originale) e Saltburn, film che hanno fatto dell’eccesso, del corpo e dell’ambiguità morale la loro cifra stilistica. Era inevitabile che nelle sue mani Cime tempestose diventasse erotico e disturbante.

Le polemiche sui costumi – giudicati anacronistici, poco fedeli – ricordano le chiacchiere sollevate contro Bridgerton, accusato di scarsa accuratezza storica. Ma anche qui l’obiezione sembra mancare il punto: l’intento non è una ricostruzione filologica del mondo Regency, quanto piuttosto nutrirsi di quegli input visivi, e soprattutto di come quel mondo è stato digerito e idealizzato dalla narrazione contemporanea.

I costumi nel discusso film non sono decorazione, bensì un linguaggio

In un film così dichiaratamente stilizzato, i costumi non sono decorazione, bensì un linguaggio che racconta un immaginario collettivo fatto di pizzi, gothic romance patinato, sensualità esplicita, desiderio non addomesticato. Jacqueline Durran, tra le più rinomate costumiste britanniche, lo ha detto chiaramente: “Non sono propriamente costumi d’epoca, sono una versione fantasiosa di un costume d’epoca“. La sua è una stratificazione di echi elisabettiani, georgiani, vittoriani, vecchia Hollywood e red carpet che si scontrano per generare qualcosa di nuovo.

La colonna sonora di Charli XCX – degna erede di Kate Bush – lavora nella stessa direzione. Fennell ha raccontato di averle inviato la sceneggiatura chiedendole semplicemente se le avesse suscitato una reazione emotiva. La risposta è stata trasformare quell’impulso in un intero progetto musicale, che la stessa artista ha definito “grezzo, selvaggio, sensuale, gotico e britannico”. Attrazione e repulsione: è questa la cifra di Fennell. E anche in questo caso, si può dire, dal suo punto di vista ha centrato il bersaglio.

Terzo equivoco: una storia d’amore romantica

Il terzo equivoco è forse il più radicato: l’idea che Cime tempestose sia una storia d’amore nel senso romantico del termine. Nel romanzo Heathcliff e Catherine non sono modelli, né esempi, né tantomeno “couple goals”. Non si baciano quasi mai, si sfiorano a malapena, si feriscono costantemente. È una storia di rimozione e repressione, di odio che sopravvive all’amore e perfino alla morte.

Eppure, già dal trailer, il film di Fennell si presenta con un payoff chiarissimo: “la più grande storia d’amore di sempre“. Una dichiarazione di poetica – e di marketing. La locandina che richiama Via col vento lo conferma. Che il cinema di Fennell scelga questa strada, piaccia o no, può essere comprensibile. Meno tollerato è stato vedere quell’enfasi romantica rimbalzare anche sull’editoria. Se una regista può manipolare, reinterpretare, perfino tradire, perché dovrebbe farlo anche un editore?

Edizione tie-in del classico Cime Tempestose, in occasione del film di Emerald Fennell al cinema

Eppure le edizioni tie-in – le copertine “filmizzate” come quella Einaudi – non cancellano il classico: lo rimettono in circolo (e sì, possono godere di riflesso il successo derivato dal cinema). Inevitabilmente proliferano nuove edizioni pregiate, da DeAgostini all’Ippocampo, passando per quella Giunti con gadget inclusi, come raccontato bene in un articolo dedicato su Il Giornale della Libreria. Accanto a queste nuove versioni convivono poi quelle illustrate, annotate, di lusso, oltre ovviamente a quelle tradizionali. I classici sopravvivono anche così: cambiando forma senza cambiare sostanza.

Cime tempestose - edizione Deagostini 2026

Alla fine, tutto questo rumore fa solo bene. Litigare su un film, discutere di un classico, innamorarsi perfino di un’interpretazione sbagliata (e questa stagione cinematografica, dopo tanto silenzio, ci sta finalmente dando molto di cui parlare – basti pensare anche ad Hamnet, un altro film tratto da un libro adesso nelle sale): sono segni di vitalità.

Emily Brontë ha scritto un unico romanzo e con quello ha destabilizzato generazioni di lettori e lettrici. Oggi Cime tempestose torna a farlo. Nei libri, in fondo, ognuno vede ciò che vuole. E ognuno equivoca ciò che vuole.

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